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Ricominciamo da dove ci siamo lasciati (qui): i protagonisti. Perché proprio questi soggetti, più di qualsiasi altri, hanno convinto così tanti adepti?

L’accusa di pedofilia alla base del complotto ha una portata emotiva innegabile, oltre che una grande potenza evocativa: un luogo sotterraneo, nascosto eppure sotto gli occhi di tutti, in cui i potenti sfogano i loro mostruosi istinti durante riunioni segrete, prendendosela con i più innocenti tra tutti, i bambini. È una scena paurosa e disgustosa, che tocca timori atavici. Gli elementi sono molto suggestivi e rievocano credenze che hanno accompagnato l’essere umano da secoli. L’accademico inglese Norman Cohn ha battezzato questo fenomeno “fantasia del rituale notturno”:

“Il nocciolo di questa fantasia era che vi fosse, da qualche parte in seno alla società, un’altra società, piccola e clandestina, che non solo minacciava la vita della prima, ma che era anche dedita a pratiche considerate del tutto abominevoli, nel senso letterale di anti-umane”.

Accuse di questo tipo, ricorda lo storico, risalgono addirittura al I secolo a.C., quando queste venivano rivolte contro gli ebrei, accusati di rapire ragazzi cristiani per poi sacrificarli durante i loro riti. Nel 40 a.C., il sofista Apione, conosciuto per il suo antigiudaismo, accusa la comunità ebraica di Alessandria di sacrificare un fanciullo greco nei boschi ogni anno per poi mangiarne le viscere durante i loro rituali. La stessa accusa ricadde sulla comunità ebraica di Norwich, nel 1140, quando Guglielmo, un giovane ragazzo, sparisce il giorno di Pasqua. Non venne mai ritrovato, ma subito gli ebrei vennero accusati di aver catturato, torturato e impiccato il giovane.

Sebbene lo sceriffo respinse l’accusa, la reazione dei cittadini fu così violenta da costringere la comunità ad abbandonare la città. Fu sempre questa antica tradizione a favorire lo scatenarsi della caccia alle streghe in Europa durante il XVI e il XVII secolo, che secondo Cohn, non avrebbe raggiunto le dimensioni imponenti effettivamente toccate senza l’idea del “sabba”, il culto satanico che si teneva in convegni notturni presso cimiteri o luoghi remoti, in cui ci si cibava della carne di bambini uccisi.

E così via fino ad arrivare ai giorni nostri, con la vicenda del Pizzagate, dove i Democratici prendono il posto degli ebrei e delle streghe. Il fatto che le accuse del rituale notturno satanico siano del tutto fantasiose non significa che le conseguenze delle azioni di chi le crede vere non siano reali. Gli ebrei furono realmente perseguitati e uccisi, così come lo furono tutti quelli che erano considerati dediti alla stregoneria. La formula del rituale notturno è infatti perfetta per disumanizzare chi ci spaventa o chi consideriamo un nemico e per giustificare l’uso della violenza impiegata per difenderci.

Il disagio che si crea nella mente delle persone, la dissonanza tra l’idea che essi hanno di loro stessi come gente buona, razionale e corretta, e l’orrore delle azioni che compiono su persone innocenti si può applicare solo trovando una giustificazione per tali violenze, e questa giustificazione è quella di rendere i nemici meno umani. Come afferma Anthony Patkanis, professore di psicologia all’Università della California, Santa Cruz:

“Se il danno che provochiamo è evidente, allora non è possibile ridurre la dissonanza sostenendo che non c’è stato danno o che non era autentica violenza. In questo caso, il modo più efficace per ridurre la dissonanza è minimizzare l’umanità o massimizzare la colpevolezza della vittima delle nostre azioni, in modo da convincere voi stessi che le vittime hanno avuto ciò che meritavano”.

Prima del “Pizzagate”, gli Stati Uniti conobbero un’altra stagione di follia collettiva legata proprio alla rituale notturno satanico. Tra gli anni Ottanta e Novanta si scatenò una versione contemporanea della caccia alle streghe, nota come satanic panic, secondo la quale migliaia di donne iniziarono a ricordare nel corso di sedute psichiatriche abusi infantili a forti tinte sataniche. Tutto ha inizio nel 1980, con la pubblicazione di “Michelle Remembers”, un memoir in cui la ventinovenne canadese Michelle Smith, autrice del libro insieme al suo psichiatra Lawrence Pazder, rievoca la sua infanzia tormentata dagli abusi.

Durante le sedute con Pazder, Smith ha recuperato ricordi sepolti di violenze sessuali, infanticidi rituali e atti di cannibalismo, e descrive la sequela di orrori e nefandezze a cui ha dovuto assistere o partecipare. Scrive anche di essere stata violentata dai genitori, molte volte, fin dall’età di cinque anni. Tuttavia, non fornisce alcuna prova di quanto afferma, e il racconto è pieno di incongruenze.

L’infondatezza del racconto però non impedisce a “Michelle Remembers di diventare un caso negli Stati Uniti, dove milioni di lettori credono a quel che leggono nel libro. Caso che sarà alla base del processo People v. Buckey: nel 1983, intorno a tre componenti della famiglia McMartin, che gestiscono una scuola per l’infanzia a Manhattan Beach, California, si forma un vortice di dicerie, racconti di bambini, ricostruzioni sempre più estreme e criminalizzazioni a mezzo stampa.

È un episodio di isteria di massa, generato dalle ansie di madri e padri che hanno sovrainterpretato frasi dette dai figli di ritorno da scuola. Spaventati, i genitori hanno cominciato a sentirsi tra loro, amplificando le proprie inquietudini, e hanno interrogato i bimbi più volte, tessendo tra loro i racconti, desumendone sempre nuovi particolari. I McMartin sono accusati di aver compiuto per anni abusi rituali satanici ai danni di ben 400 bambini.

Avrebbero agito quasi sempre in tunnel segreti sotto la scuola, ma a volte avrebbero organizzato “gite”, con i bambini portati in pulmino nei luoghi scelti per i rituali. Il processo si concluse dopo sei anni, con l’assoluzione di tutti gli imputati e una verità sconvolgente: a creare falsi ricordi di abusi nelle menti dei bambini sono stati metodi di interrogatorio inadeguati e prevaricanti, condotti con pressioni e domande insistenti da parte dei genitori, degli inquirenti e, soprattutto, delle psicologhe.

La “fantasia del rituale notturno” e, più nello specifico, il caso Pizzagate, sono l’esempio perfetto di quello che il sociologo Stanley Cohen chiama “panico morale”, la paura aggressiva che si ha in situazioni in cui un episodio, un individuo o un gruppo di persone viene definito come una minaccia per i valori di una società e l’allarme sociale è tale da coinvolgere famiglie, forze dell’ordine, magistratura, educatori, politici e grossi segmenti della società. Il panico morale genera una narrativa ostile nei confronti dell’“altro”, porta alla contrapposizione di un “noi” a un “loro” e alla creazione di folk devils, di nemici pubblici, individui che in questo modo si tenta di demonizzare e di rendere meno umani.

Le conseguenze, linciaggi mediatici e reputazioni distrutte. Il panico, qui, è reso ancora più profondo, grazie all’ingrediente chiave: i bambini, simbolo di innocenza e purezza, il bene supremo costretto a confrontarsi con il male supremo. Un fenomeno, quello del panico morale, ben noto ai collaboratori e ai responsabili della campagna elettorale di Trump che hanno usato lo scandalo, creato a tavolino grazie al lavoro di politici, gente comune, attivisti online, robot, agenti stranieri, per demonizzare la figura della candidata democratica, favorendo la vittoria del tycoon. I

l processo di mitopoiesi, la creazione del mito, che è stato attuato, grazie all’aiuto di bot e all’azione degli esponenti dell’alt-right, è quello che David Atheid chiamerebbe discorse of fear: un tipo di comunicazione pervasiva che si fonda sul presentimento che il rischio e il pericolo siano all’ordine del giorno. Il panico morale che ne deriva necessità di un capro espiatorio, di un soggetto verso il quale le pubbliche paure si orientano: il folk devil o diavolo popolare, che può essere un singolo individuo o un gruppo di persone considerate devianti e accusate di essere cause dei problemi sociali.

La fake news che hanno così creato può essere identificata come l’esempio perfetto di post-verità, cioè una notizia che appare palesemente falsa, ma che riceve un seguito così elevato da diventare per la maggioranza degli utenti una verità. Come rivela Lee McIntyre, autore del saggio “Post-Truth”, quando si mente nell’era della post-verità, non c’è bisogno di ingannare e costruire prove false: ciò che conta è avere la forza di imporre la propria versione, indipendentemente dai fatti, ripetendo concetti semplici e accattivanti, anche se infondati, che non saranno mai verificati.

Con la post-verità, i fatti oggettivi sono meno influenti dell’appello alle emozioni e ai pareri personali, e il Pizzagate è stato l’esempio perfetto. Però, come ci fa ricordare Edgar Welch, non dobbiamo dimenticare che le notizie false possono creare danni molto concreti.

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