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La prima serata Rai del ventinove e trenta marzo ci ha offerto (forse) un buon motivo per continuare a pagare il canone: una fiction su Pietro Mennea. Un prodotto ben fatto, con un buon Michele Riondino, una caratteristica Lunetta Savino ed un Luca Barbareschi in grande spolvero. Ma la fiction non è che una scusa per parlare un po’ di uno di quei grandi della nostra storia, atleta e uomo a tutto tondo, che troppo spesso abbiamo lasciato nel cassetto dei ricordi (senza il suo consenso, a giudicare dalla incredibile carriera extrasportiva di Pietro), salvo poi tornare indietro con tardive e (forse) mai sufficienti celebrazioni.

La Freccia del Sud, così lo ha chiamato la stampa nostrana. Pietro Mennea, il velocista. Nato e cresciuto a Barletta, il piccolo Pietro muove i primi passi nella pista della sua città con la divisa dell’Avis Barletta, fino alle gare nazionali del 1968 di Termoli. Con le sue prestazioni convince il burbero allenatore marchigiano Carlo Vittori, già discreto velocista negli anni ’50 e padre spirituale di tanti altri campioni dell’atletica tricolore, a prenderlo sotto la sua ala e portarlo a Formia, in un centro sportivo che ancora oggi è all’avanguardia nel nostro paese. Da Formia in poi, una storia di fatiche e successi, che gli hanno permesso di accumulare un palmares che ancora oggi pochi possono vantare. Nel 1971 il debutto internazionale agli europei di Helsinki, dove ottiene la medaglia di bronzo nella staffetta 4X100, una specialità destinata a dargli soddisfazioni. Ma nei duecento, la sua gara, solo un magro sesto posto. Ma questo non è che un incentivo a lottare, a sudare ancora di più , sotto il peso del traino voluto da Vittori, un copertone legato alla schiena da trascinare avanti e indietro per la pista. Un metodo duro, che oggi molti allenatori rifiutano categoricamente e che ha causato non pochi problemi anche a Pietro. Problemi che comunque non lo fermano. Le Olimpiadi di Monaco vedono la sua consacrazione. Arriva terzo nei duecento metri, dietro allo storico rivale Borzov ed a Black, rispettivamente 20.00 e 20.19. Lui fa 20.30, è la. L’ascesa del figlio del sud continua: vince in coppa europa a Nizza e trionfa in casa, ai campionati europei del 1974 a Roma. Arriva alle Olimpiadi di Montreal acclamato a furor di popolo, lui non ci voleva andare, non era soddisfatto della stagione. Riesce comunque ad arrivare alla finale, ma arriva solo quarto. Ancora non ci siamo. Un periodo duro, anche a causa dei dissapori tra Vittori e la federazione. Poi, l’intuizione , l’idea, l’illuminazione. Mennea, che nel frattempo si era iscritto al corso di Laurea in Scienze Politiche, gareggia alle Universiadi a città del Messico. Una competizione forse minore, ma che gli permettono di sfruttare le condizioni ottimali della pista americana, quella stessa su cui il mito Tommie Smith aveva ottenuto il record del mondo undici anni prima. Non sappiamo se Pietro abbia avuto davvero le visioni mostrate nella fiction, cosa gli passasse per la testa in quei folli venti secondi. Ma fatto sta che corre, corre come nessuno mai prima di lui e come pochissimi faranno dopo. Fissa il cronometro ai 19:72. E questo potrebbe bastare già. Ma non per lui. L’Olimpiade del 1980, a casa del suo rivale di sempre Borzov, in Russia, lo consegna finalmente alla leggenda. Batte tutti, è sul tetto del mondo, a 28 anni salta ed esulta come un bambino all’arrivo. Ma non si ferma neppure qui. Di nuovo Helsinki, dove si inaugurano i campionati del mondo di Atletica Leggera, lo vede sul podio nella 4×100 e con un bronzo al collo nei sempre cari 200. Ed ancora, si qualificherà ad altre due Olimpiadi diventando così recordman assoluto tra i velocisti per partecipazioni alle Olimpiadi, oltre per il numero di finali consecutive disputate.

E si potrebbe continuare a parlare per ore di Mennea.

Mennea il corridore con lo stile unico. Chi ha fatto atletica sa infatti che una persona normale, un non-Mennea per intenderci, che corresse con la sua posa tutta particolare, così storta e scomposta, sarebbe quasi ridicolo.

Mennea che era talmente veloce da diventare un treno. Frecciarossa, naturalmente.

Menna il genio, l’uomo delle quattro lauree (di cui, non me ne vogliate se lo ricordo, la prima in Scienze Politiche, le altre in giurisprudenza, lettere e Scienze Motorie, naturalmente), della carriera politica e delle class actions, che ha saputo degnamente rappresentare il suo paese anche fuori dall’ovale di tartan.

Mennea il gigante. L’uomo che ha detto no al doping. Le sostanze gli furono proposte ai tempi della Olimpiade di Los Angeles , sotto forma di ormone (per la verità ancora non illegale a livello IAAF), per sfidare di nuovo tempo e cronometro, i rivali di sempre. Ma la moralità, quella stessa profonda moralità che lo aveva portato così in alto, lo salvò.

Mennea il tradizionale, l’uomo che correva sempre con il crocifisso al collo e con la maglietta della salute (come gli aveva detto la mamma). Potremmo quasi dire Mennea il terrone, per quanto era fiero della sua origine, ma mi rendo conto che questo non è più affar mio e potrei essere frainteso. A ciascuno lascio la possibilità di onorare, di apprezzare, di studiare la figura di Pietro come meglio crede. Solo vorrei concludere ricordano che gli atleti italiani organizzano ogni anno il dodici settembre un Mennea Day, per ritrovarsi tutti insieme a ricordarlo e fare magari anche una bella corsa per i più volenterosi. Perché correre non ha mai fatto male a nessuno, parola di Pietro.

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