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Oggi ho intervistato Chiara Rosa Blefari, coordinatrice del progetto che prende il nome di “Osservatorio legalità ed economia” presso la Luiss Guido Carli.

Volevo conoscere la storia del progetto, di come è nata l’idea di dar vita al grande lavoro svolto da alcuni studenti della facoltà di giurisprudenza. Ma soprattutto, volevo sapere come ci si sente ad essere al vertice di un gruppo così proattivo ed entusiasta.

Chiara è una ragazza calabrese, laureata in giurisprudenza e che attualmente studia per il concorso in magistratura.

 

Chiara, da quanto tempo ti occupi dell’Osservatorio?

Formalmente l’Osservatorio è nato da circa tre anni, ma è da cinque anni che mi occupo di questo progetto, in quanto il gruppo preesisteva alla formazione dell’Osservatorio stesso ed era nato come “Progetto Legalità”.

Come è nato il progetto dell’Osservatorio? Qual era il vostro obiettivo?

L’obiettivo era quello di mettere insieme le competenze degli studenti al fine di far conoscere il fenomeno mafioso a tutte le persone che ci circondano, in modo da creare una sensibilizzazione sul fenomeno della criminalità organizzata a stampo mafioso. Nasce come progetto abbastanza umile, ma grazie all’appoggio delle istituzioni Luiss, arriva ad essere un Osservatorio nel 2012. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di una sensibilizzazione onesta e consapevole a tutto ciò che ci circonda. In qualità di abitanti della regione Lazio, desideriamo che le persone sappiano cosa effettivamente accade su questo territorio.

Qual è il tema dell’Osservatorio di quest’anno? E quale quello degli anni precedenti?

L’Osservatorio negli scorsi anni si è concentrato su tematiche molto più ristrette. Un anno abbiamo trattato il tema del fenomeno omertoso in tutte le sue sfaccettature . Dall’anno scorso abbiamo ottenuto la collaborazione della Procura della Repubblica che ci ha fornito dei casi concreti su cui lavorare. Ci siamo occupati delle indagini riguardanti Ostia e quindi del clan Fasciani e Triassi: inchieste molto attuali perché ancora in attesa di essere definite in giudizio.

Nel corso dei tre anni abbiamo sempre focalizzato l’attenzione sul territorio romano, in modo da smentire quel falso mito per cui le mafie esistono solo al sud. Quest’anno ci siamo occupati proprio della città di Roma, senza abbandonare Ostia e Latina che comunque continuano ad essere percorsi collaterali. Avevamo di mira tutto ciò che è stato esportato da mafie come la ‘ndrangheta e la camorra. Lo scopo era capire come queste mafie siano state esportate e “ripulite” a Roma. Abbiamo indagato su come cambia il metodo di atteggiarsi della mafia in territori diversi dai suoi luoghi natii.

Tu hai il difficile compito di coordinare un gruppo. Come avete organizzato questo lavoro?

L’organizzazione del lavoro dipende in gran parte dal materiale che ci viene fornito, in questo caso dalla Procura della Repubblica, una volta che viene rimosso il segreto dal materiale di indagine.

Abbiamo a che fare con una serie di tematiche, ovviamente tutte accomunate dal filo conduttore del 416bis e in base alle aree territoriali oppure ai personaggi protagonisti della questione, viene diviso il materiale in piccoli sottogruppi che poi confluiscono tutti in un unico dossier.

Quest’anno avete avuto la fortuna di avere la preziosa collaborazione del Procuratore aggiunto Michele Prestipino. Qual è stato il suo contributo operativo all’Osservatorio?

Avere la possibilità di collaborare con una presenza di questo calibro è stato innanzitutto un incentivo per tutti noi. Ci ha fatto capire che tutto quello che avevamo fatto negli anni precedenti non era rimasto inascoltato. La collaborazione di un personaggio di spicco quale Michele Prestipino che si può dire abbia “scalato le montagne” in materia, ci ha dato un sostegno prima di tutto morale, ma anche pratico. Seguire le sue spiegazioni, i suoi suggerimenti, imparare a leggere documenti complessi sotto le diverse angolazioni è stato qualcosa che ci ha veramente arricchito.

Un occhio clinico che da soli non avremmo mai potuto mai avere.

Quali sono state le maggiori difficoltà nella gestione del lavoro dell’Osservatorio?

Il lavoro dell’Osservatorio è un lavoro di gruppo. All’interno dello stesso, confluiscono persone di età diverse e di diversa formazione. Ricollegare l’esperienza di un ragazzo di vent’anni e di un professionista di trenta non è sempre semplice. Poi ci sono personalità che per natura sono più briose e altre magari più riflessive, più calme. Ma è anche e soprattutto questa la ricchezza del nostro progetto. Il segreto è dare a tutti il modo di esprimersi, così da ottenere una ricetta non mista ma… amalgamata!

Il 26 novembre ci sarà la presentazione dell’Osservatorio. Tu sei soddisfatta del lavoro svolto o credi si potesse fare di più?

Si deve sempre pretendere di fare di più. È un lavoro con un gruppo ormai collaudato che secondo me sta portando molti risultati.

Anche per me, dal punto di vista personale, questa è una grande opportunità, considerato il fatto che ho l’aspirazione di diventare pubblico ministero. Sicuramente non ci fermeremo qui, abbiamo sempre presente un obiettivo di miglioramento.

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