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Trama:

“La sera del terremoto io stavo bene. Mi piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno cosse una cosa preziosa. Quando si sono messi a dormire nelle macchine, mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno.”

Il nuovo libro di Franco Arminio parla del terremoto, sia quello della terra che quello che ha sconvolto le nostre vite con la pandemia. L’autore ci trasporta attraverso un viaggio di verità attraverso le esperienze delle persone coinvolte in numerosi terremoti da quelli più recenti a quelli del passato.

Quello di Arminio è un libro sulle scosse, esteriori ed interiori che accadono e sulle quali gli uomini non hanno alcun controllo. In un periodo traumatico come quello attuale, l’autore ne approfitta per ripercorrere decine di storie di singoli e di paesi interi che sono passati attraverso terremoti e sono cambiati per sempre.

Recensione:

Avvicinati, ascolta.

Questa voce spaccata

non viene da una bocca

ma da un muro.

Il libro di Arminio è come un necrologio dei paesi distrutti dal terremoto. L’autore è un paesologo per sua stessa definizione e in questo libro i paesi italiani sono di nuovo protagonisti, ma la loro menzione perde della carica evocativa di altre opere di Arminio e la poesia è in minoranza rispetto alla prosa.

Quest’ultima assume la forma di un racconto e non segue un ordine cronologico specifico, ma l’idea durante la lettura è stata quella di un’escalation di disgrazia. Alcune tra le storie che Arminio racconta sono più dettagliate di altre e anche i temi spaziano, seppure il centro sia sempre lo sconvolgimento.

Si parla di Mario che in una tranquilla serata a Castelnuovo di Conza perde tutta la famiglia per una scossa di terremoto. Si parla dell’emigrazione italiana di persone che provengono da paesi dai nomi dimenticati e finiscono dall’altra parte del mondo.

Forse da qualche parte ci dovrebbe essere un museo per raccogliere le storie di tutti gli italiani vittime dell’emigrazione. Forse questo museo non si è fatto perché l’emigrazione non è mai stata consegnata veramente al nostro passato, è un buco che non si chiude mai.

Si parla di personaggi famosi, di Benedetto Croce, di Gaetano Salvemini, entrambi accomunati dalla disgrazia di aver perso la loro famiglia per un terremoto. Ma non è solo la tragedia ad unirli, ma anche la grande capacità di rinascita che dimostrano a seguito dell’evento.

Una vita come la sua ci fa capire che siamo in uno spazio in cui si possono fare tante cose. […] Bisogna narrare la vita fitta che c’è stata un tempo, era fitta per ognuno, anche per quelli che non sono diventati famosi, la vita fitta di chi è emigrato o dei contadini rimasti nei loro paesi e che si facevano re ore al giorno a piedi per andare a zappare un pugno di terra.

Fonte: https://www.ilriformista.it/lettera-a-chi-non-cera-un-pellegrinaggio-in-tutti-i-paesi-colpiti-da-terremoti-232065/

Prima del libro di Arminio non avevo idea della vita che il filosofo e lo storico avessero condotto prima di giungere alla fama con le loro opere. La scoperta è stata quanto mai inaspettata e credo che l’idea di Arminio fosse proprio quella. Forse lo scrittore voleva farci rendere conto che nella disgrazia più profonda l’uomo sia in grado di riprendere in mano la propria vita e reinventarsi.  

Lettera a chi non c’era è sì un necrologio delle disgrazie, ma è anche un diario del dopo. Arminio va nei paesi dopo i terremoti, quando la polvere si è posata e le scosse si sono fermate. L’autore parla con chi resta quando tutto finisce, quando la disgrazia che ha sconvolto il tuo mondo e che credevi potesse terminarlo ti ha lasciato in piedi ed esitante, davanti alle macerie della tua vita passata.

È Irpinia,

cadono gli alberi

senza incontrarsi.

È l’altura delle frani ripetenti:

la fessura inclina le lapidi,

la torre, le panchine.

È il paese d’argilla,

silenzio e vento,

sangue amaro delle partenze.

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