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C’è sempre stato un filo sottile a dividere il successo sportivo e l’impresa, il trionfo e la vittoria, quel filo in bilico tra il campione e la leggenda.Se una visione ti esalta, ti sprona e ti convince a concretizzare il tuo sogno, l’altra ti fa capire che è necessario averne uno.

E c’è chi dice che il ciclismo sia lo sport dei sognatori, di tutti quelli che non corrono per arrivare in cima alla montagna, ma per scalarla. Magari non è proprio la verità, o forse si, ma resta comunque il fatto che potrebbe essere una bellissima bugia. Un ragazzo, che di ciclismo capiva poco o nulla, nel 2007 rimase affascinato da un giovane in maglia bianca con degli occhi azzurri e un sorriso stampato su una faccia simpatica, così magro da sembrare quasi fragile.

A 13 anni aveva sentito i racconti su Coppi e Bartali, Chamberlain e McEnroe, e veder pedalare Andy Schleck  sulle pendenze dello Zoncolan lo aveva riportato senza un motivo ben preciso a “quello” sport. Non era Pantani e nemmeno Eddie Merckx, non è certo stato un cannibale delle corse, forse sempre troppo al fianco di un fratello ingombrante e di una radiolina sempre accesa e portatrice di cattivi consigli, schiavo della sua stessa forza, sempre in bilico tra la consapevolezza di poter vincere e il farlo nel modo in cui gli altri si aspettavano da lui. Gilbert sta ancora ringraziando per la Liegi del 2011 e sono fin troppe le frasi che iniziano con quel: “avrebbe potuto ma”.

Pochi giorni fa, a 29 anni, Andy ha deciso di ritirarsi e di concludere la sua carriera.

La causa è l’infortunio al ginocchio patito nella terza tappa del Tour de France a 30 km dall’arrivo a Londra. Sembra che il ginocchio non si sia mai ripreso da quella botta e l’intervento non sia riuscito a curare né quello né la tanta sfortuna e rabbia che accompagnavano il ciclista lussemburghese.

Adesso parlare di statistiche e numeri sarebbe noioso ed anche inutile, ma dopo i tre anni di quasi totale assenza dal ciclismo che conta, con tappe passate ad ascoltare Radio Corsa annunciare che il più giovane dei figli di Johny  faticava a restare in gruppo, si corre il rischio di scordarsi tutto il resto. Ha ragione Niccolò Fabi: “Ma il finale è di certo più teatrale, così di ogni storia ricordi solo la sua conclusione”. Entra prepotentemente in scena sulle nostre salite, al Giro d’Italia 2007, suo primo grande giro in carriera, dove si classifica secondo nella generale dietro Danilo Di Luca e vince la maglia bianca di miglior giovane. L’anno successivo si presenta al Tour de France, quella corsa che nella sua testa e in quella del fratello Frank sarà una vera ossessione: nel viaggio verso i campi elisi i momenti più alti della sua carriera e le imprese più belle, così come dal sogno di quel traguardo sono nate le incertezze, la sfortuna ed infine la caduta.

Nel 2009 ha inizio la vera consacrazione ed arriva il primo grande successo, battuto Joaquim Rodriguez e mani alzate al traguardo della Liegi-Bastogne-Liegi. Si presenta al Tour ed arriva secondo, battuto da Alberto Contador, ma nel 2010 la rivincita sembra pronta ad essere servita, se non fosse che sulla salita verso il Port de Balès salta la catena, e salta anche la maglia gialla. Quello stesso Tour poi lo vincerà, tempo dopo, grazie alla squalifica per doping di Contador, ma non è la stessa cosa.

Destinato a non vincere, nel 2011 arriva di nuovo secondo dietro a Cadel Evans e da qui solo infortuni, pressioni e del vecchio Andy rimase solo il ricordo. Ma come, allora, non ricordarlo nella sua ultima vittoria, quella più spettacolare, un po’ d’altri tempi, quel giorno in cui spense la radiolina e scattò a 60 km dal traguardo, in fuga da solo sul colle dell’Izoard e sul Galibier, per poi arrivare pugno al cielo e denti stretti al traguardo di Serre Chevalier.

Il 9 Ottobre la conferenza ufficiale e l’annuncio del ritiro.

“Un tramonto solitario, l’inchino e poi il sipario”. È stato un onore, Andy.

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