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Build the modern chansonnier!” finiva così Il musichiere 999, traccia che chiudeva Sussidiario illustrato della giovinezza, album d’esordio dei Baustelle. Correva, appunto, il 1999. Il nuovo millennio ci veniva incontro e non temevamo che le vorticose voglie di allora sarebbero poi finite annegate nelle disillusioni di questi anni scricchiolanti, nuova belle époque post-moderna, in cui continuamente sfioriamo il baratro dell’angoscia (quella, ormai sempiterna, “Age of Anxiety” di cui parlava già Auden). Il gruppo di Montepulciano, allora nato da poco, ci narrava in Sussidiario il suo racconto crudele della giovinezza, delle adolescenze a cui in tanti non riusciamo a dire addio. Ma era chiaro sin da allora che da mettere in musica ci sarebbe stato molto altro ancora.

Quest’anno, ormai maggiorenni, i Baustelle sono tornati con il loro nuovo lavoro L’amore e la violenza, il cui nome è preso in prestito dalla traccia conclusiva dell’album Sexuality di Sébastien Tellier. Le influenze della cultura francese (non solo musicale) non sono d’altronde mai mancate nei loro testi e ritmi: per dirne solo un’altra, la traccia che apre la seconda parte dell’album, La musica sinfonica, pare strappata dalla discografia di Dalida.

Il tour de L’amore e la violenza, uscito lo scorso tredici gennaio dopo il lancio del singolo Amanda Lear (brano che si presta molto al passaggio in radio, un po’ meno alla esecuzione dal vivo), ha già registrato più sold out in tutta Italia. Ieri, finalmente, il turno della prima delle due date romane all’Auditorium (si replica, infatti, il trenta aprile). Dopo l’apertura di Lucio Corsi, il trio Bianconi-Bastreghi-Brasini s’è tuffato immediatamente in una esecuzione per intero del loro settimo album, dedicando a questo la prima parte del concerto, senza lasciare indietro neanche i due brani strumentali Love e Continental Stomp. Nei nuovi testi dei Baustelle non c’è più la Natura eterna e immobile de La canzone del parco, che faceva da sfondo agli “attimi / degli amanti giovani / degli amori giovani”, non ritornano più né le immagini claustrofobiche dei riformatori e delle scuole, né quelle della provincia e delle grandi metropoli sudicie, che inghiottivano e vomitavano indietro i corpi di chi le animava. La nuova “terra desolata” di Bianconi (quella “Waste Land” già di Eliot) non è nemmeno quella dei cimiteri di Fantasma, ma trova spazio, invece, allargandosi in cerchi concentrici, per questioni attuali ben più grandi: il conflitto siriano, il dramma dei migranti e dei corpi restituiti dalle onde, moderna tratta degli esseri umani (Eurofestival, Il vangelo di Giovanni), i social network ed i giovani, il tracollo dell’Unione Europea (Betty), gli attentati che scuotono il clima internazionale (L’era dell’acquario). L’amore e la violenza non muovono più i giochini erotici della giovinezza e le vite sporche e barocche delle flagellate anime metropolitane, ma l’Universo intero. Il sesso, gli umani fragili, le nazioni, il mondo, turbinano senza un preciso ordine, seguendo uno schema malato e distorto, da strappare e ricucire. Ricucire, sì, perché, almeno questa volta, c’è di più: la speranza di “un bellissimo mattino, senza più dolore”, uno dei tanti piccoli spiragli di luce polverosa seminati qua e là (“essere felici non è facile / è folle ma è possibile”), forse frutto della neo-paternità di Bianconi. Proprio lui su Ragazzina, dedicata alla sua bambina, si lascia sfuggire: «ci son due errori che un artista può fare: scrivere le canzoni di Natale o sui figli; ecco, questa qui è due errori insieme».

Nella seconda parte, una scaletta più che ecumenica lascia contenti tutti: ben tre tracce di Sussidiario, per i più affezionati e nostalgici, (Gomma, La canzone del parco, La canzone del riformatorio), due de La Malavita (La guerra è finita, Un romantico a Milano) come anche di Amen (Charlie fa surf, L’aeroplano), La moda del lento dell’album omonimo e Monumentale tratta dal più recente Fantasma. Non paghi della generosità, si concedono un inedito dal titolo Veronica due e Bruci la città, scritta per Irene Grandi proprio da Bianconi. E, come si confà a un gran finale, con l’intero Auditorium finalmente in piedi, il foyer della Sala Santa Cecilia gremito di spettatori che abbandonano le poltrone di velluto rosso per precipitarsi sotto al palco, tutto si chiude con Le rane, canzone manifesto di una generazione che, per il lavoro o l’università, ha detto addio agli stagni, alle acque morte della provincia per poi, ennesima disillusione, ritrovarsi a sguazzare nelle fogne della grande città.

Build the modern chansonnier!”, “Lo scrivi sì, lo scrivi o no, il tuo romanzo erotico?”, “È necessario vivere, bisogna scrivere.” Ci chiedevano in Sussidiario e Amen. Continueremo a scrivere e ad amare, allora, per smussare i contorni di questi tempi urlati e livorosi; giocheremo al “sopravvivere alle stragi” (riempiendo, però, ancora i teatri, quasi come per dispetto). Cureremo i lividi della bellezza, da sempre meta ultima dei Baustelle, che più del lavoro e della fatica, rimane il gioco vero della vita, un abbagliante caos d’amore e di violenza.

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