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Sono “inciampata” in questo film accidentalmente. In una strana notte silenziosa qua in Olanda, per riempire la stanza di rumori, ho deciso di andare alla ricerca di un film nuovo. Ad essere onesta questo film che sto per recensire è stata la mia quarta scelta, ma dovete capirmi, dopo “Colpa delle stelle” non credevo di riuscire a resistere ad un altro film strappalacrime sul decorso della malattia. Nonostante i miei timori iniziali, ho ceduto convinta, soprattutto, dal fatto che avesse vinto il premio del pubblico e il gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015.

Greg, il protagonista, è un ragazzo che frequenta l’ultimo anno di liceo a Pittsburgh. Un adolescente solitario che passa la maggior parte del tempo ad evitare la gente nel tentativo di rimanere il più invisibile possibile senza sviluppare rapporti umani di alcun tipo, insomma, non il classico ragazzo popolare del liceo. L’unica relazione la ha con Earl. Per far capire appieno la sua mentalità basta dire che quello che noi definiremmo amico o meglio migliore amico, lui lo definisce un semplice coworker. Insieme nutrono la passione dei film e si dilettano con remake di Cult sviluppati con trame nonsense.
Un giorno, tornato a casa, la madre gli dà una brutta notizia: è stata diagnosticata la leucemia ad una sua compagna di classe nonché vicina di casa Rachel. Come appena detto, Greg non è un grande amante dei rapporti umani e non è entusiasta all’idea della madre di farle compagnia per distrarre la ragazza dal brutto periodo che sta attraversando. Ma, per farla contenta, decide di andare da Rachel.
Sono in queste prime scene del film che tutti i miei dubbi iniziali sono scomparsi. Greg non decide di cambiare il suo atteggiamento quando si approccia con Rachel, ma rimane fedele alla sua personalità. Questo fattore evita al film di diventare ipocrita: in modo spontaneo e non tirato, inizia a trascorrere del tempo con la ragazza comportandosi come se nulla fosse. D’altronde, Greg è un ragazzo che vuole mantenere il suo apatico distacco dalle emozioni reali.
La trama del film, inoltre, si focalizza sulle sensazioni di Greg e non sulle emozioni della ragazza, rese, però, chiare dalla fantastica interpretazione di Olivia Cooke che con gli occhi trasmette più di quanto il personaggio dica. Il decorso della malattia viene messo così in secondo piano per analizzare il cambiamento, l’evoluzione che il loro incontro ha portato nel carattere di Greg. Il regista, Alfonso Gomez-Rejon, prende quel periodo di passaggio, che per la maggior parte di noi è stato traumatico, e, con uno sguardo disincantato, punta il riflettore su Greg che da ragazzo diventa uomo. Il protagonista non sarebbe stato in grado di affrontare questo cambiamento senza Earl e Rachel; i due personaggi sono indispensabili in questa storia di formazione: la ragazza riuscirà a tirare fuori il lato più emotivo ed umano del protagonista mentre il suo coworker rappresenta lo schiaffo della realtà, il lato mentale e più razionale che gli farà capire le cose come stanno. La fotografia ed i colori, infine, fanno da cornice a questo poetico film.
Non siate diffidenti e non fatevi frenare dal titolo, se non vi basta il mio consiglio lasciatevi convincere dalla standing ovation avuta al Sundance. Non ve ne pentirete.

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