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In una democrazia occidentale consolidata dovrebbe esistere un sano e competitivo bipolarismo, che presupponga l’alternanza di governo.

Nel nostro paese, invece, le cose funzionano in maniera leggermente diversa: c’è un centrosinistra, con il Pd egemone che ha sfondato tra l’elettorato centrista ed in parte di centrodestra, e poi c’è il nulla, il vuoto pneumatico, con la sinistra radicale che disperde voti in mille rivoli e un M5S che, nonostante il 20%, è in totale apatia.

Dulcis in fundo, troviamo il centrodestra, dove si avverte la mancanza cronica di un moderno partito realmente liberale e conservatore. Il Pdl, che provava ad andare in quella direzione, costruito sul predellino da Berlusconi per rispondere alla nascita del Pd, per i motivi che tutti conosciamo si è sfaldato molto presto, tra mille faide interne e giochi di potere mirabolanti. Il centrodestra, che dovrebbe essere il perno che deve controbilanciare il Pd e dal quale potrebbe nascere una nuova offerta governativa, è diviso da una faglia: da una parte Forza Italia, partito declinante ed accomodato a Renzi, dall’ altra la Lega in totale opposizione al governo. Se fino a qualche giorno fa sembrava che Forza Italia, forte della leadership di Berlusconi, potesse ancora dar le carte nel centrodestra, con la debacle in Emilia Romagna, dove è stata addirittura doppiata dalla Lega, FI sembra non essere più l’ago della bilancia. Nonostante le elezioni in una regione siano importanti, ma non fino al punto di delineare la futura leadership del centrodestra, suona un campanello d’allarme per Berlusconi: se la situazione emiliana rispecchierà anche il quadro nazionale, allora l’ultima parola sul centrodestra spetterà al Matteo lombardo.

Se sia cosa buona o no non spetta a noi dirlo, ci penseranno le urne: il nostro compito qua è di analizzare se, con Salvini leader del centrodestra, si potrà di nuovo ricreare un sano sistema bipolare basato sulle tipiche fratture socio-economiche: destra o sinistra. Salvini è un ottimo frontman, forse ai livelli dello stesso Renzi, ma con un pubblico diverso: il primo parla all’Italia che si sveglia la mattina presto per aprir bottega, il secondo con gli start upper. In questo momento Renzi, seppur in una fisiologica fase calante, ha il consenso trasversale di larga parte del paese, ma quando si riandrà alle elezioni, un Salvini sarà in grado di combattere per vincere, oppure farà la fine del Movimento 5 Stelle, che ha ricevuto una valanga di voti rimasti tutti nel congelatore e destinati alla vocazione minoritaria?

La risposta è: dipende. Molti fattori nella galassia del centrodestra sono in gioco: le mosse di Berlusconi sul patto del Nazareno, il formarsi di una componente neocentrista che oscillerebbe tra destra e sinistra, ma al momento l’unica possibilità che ha Salvini di poter puntare seriamente alla vittoria è di conquistare e presidiare stabilmente quel “centro elettorale” che oggi è in mano a Renzi, senza accordarsi con i vecchi alleati del centrodestra.

L’esperienza renziana insegna, infatti, che non si vince a suon di coalizioni che portano acqua al proprio mulino, con la conseguente esposizione a ricatti di qualsiasi tipo, ma grazie ad un partito ed una leadership forte che riesca a conquistare gli elettori, e non gli eletti, degli altri partiti. E’ ancora troppo presto per dire se Salvini sia l’uomo giusto al momento giusto,il Renzi del centrodestra: sta di fatto che oggi come oggi, al netto dei giudizi politici, è l’unica forza che realmente si contrappone al Matteo fiorentino.

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