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«Federica è molto triste».
«Perché è triste?».
«Perché deve partire. Andrà sei mesi a Madrid, in Spagna, a fare l’Erasmus».

Ad un anno di distanza dalla fine della mia esperienza, questa è stata l’ultima delle tante conversazioni avute riguardo l’esperienza Erasmus a Madrid.

Io, da parte mia, sento di dover dare ragione a Federica.

Se pensi che quello che troverai in Erasmus non sarà mai uguale a quello che lasci, non fare domanda.
Se pensi che, in fondo, nessun luogo riuscirà mai a darti quello che ti dà casa tua, non partire, goditi la tua quotidianità.
L’Erasmus, contrariamente al credo comune, non è un parco giochi. L’Erasmus è un’esperienza di vita.
È passato più di un anno da quando ho concluso la mia. Eppure mi sembra ieri se penso allo studio del “Profesor Carlos” che parla di filosofia, una sigaretta dopo l’altra, in un’altra lingua, totalmente estranea fino a qualche mese prima, mentre io ascolto con un’intensità e una passione che non avevo mai raggiunto nemmeno in italiano.

Ancora mi sembra di sentire la confusione in testa dovuta alla moltitudine di lingue parlate in una sola serata. E se ripenso a tutte le albe viste in compagnia di qualche amico, straniero o italiano, finite a disquisire di qualche argomento che lì per lì sembrava di vitale importanza, quasi ne perdo il conto.
Ciò che rimane è il ricordo, seppur confuso, di un’esperienza irripetibile e nella quale ogni azione, ogni rapporto e amicizia è vincolata al tempo al luogo e, pertanto, più unica e speciale.
Se dovessi provare a convincere qualcuno ad andare in Erasmus, sono sicuro che non ci riuscirei.
Chi vuole partire, credo, non abbia bisogno di incoraggiamenti. La voglia di scoprire nuove culture, di scommettere su sé stessi e di mettersi in gioco non la si può infondere negli altri. Chiunque, però, senta questo bisogno dentro di sé, allora troverà nell’Erasmus un ottimo punto di partenza. Durante questa esperienza, lontano da casa, ognuno può iniziare ad intraprendere un percorso nuovo, camminando da solo, con le proprie gambe. Passo dopo passo, ci si rende conto che la strada non è poi così ostica come ce l’avevano descritta e, anzi, essa risulta essere molto più interessante del solito cammino domestico, nonostante non sia ben chiara la destinazione. Ciò che posso garantire, dunque, è che dopo aver intrapreso quella strada e una volta iniziato questo cammino, che molto spesso coincide con la scoperta di sé stessi, sarà difficile tornare indietro.
Per questo motivo, una volta tornato in Italia, l’unico obbiettivo è improvvisamente diventato partire di nuovo. E così sarà, effettivamente, a fine agosto di questo stesso anno, verso un paese molto più lontano: la Cina.

Il double degree a Pechino dunque non sarà soltanto un valore aggiunto da inserire nel curriculum, ma una sfida personale da affrontare con la consapevolezza di una passata esperienza non solo formativa, ma direi “forgiante”.
Per tutti questi ed una serie di numerosi altri motivi mi permetto di consigliare a chiunque, anche a Federica, di mettersi in gioco, di osare e, soprattutto, di non ascoltare chi dice che è troppo pericoloso o, ancora peggio, troppo lontano.

Marco Mura

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Bionda, bassa e sognatrice. Se è vero che ogni riccio è un capriccio, con me la vita non è mai noiosa. Mi definisco una “persona frenetica”, alla continua ricerca di nuovi stimoli. Il mio colore preferito è il verde, perché la speranza è l’ultima a morire! Le cose che preferisco fare sono: parlare, parlare e… parlare! Ma non temete, in caso di necessità, sono pronta ad ascoltare: ogni incontro, ogni viaggio, ogni situazione imprevista può essere fonte di arricchimento personale. I miei studi mi hanno portato verso il mondo della scienza politica poiché credo che, benché i più non lo vogliano ammettere, niente e nessuno le è immune. Spettacolo e cultura mi affascinano da sempre, in quanto mix perfetto di storia e sensibilità personale. Perché scrivere? Per dare modo a tutti di “vedere” (quasi) tutto: una pretesa impossibile, ma d’altronde la vita è una sfida continua.