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Un incessante susseguirsi di ombre, riflessi, abitudini, silenzi e sigarette intervallati da un duello rusticano al sapore di Mac and cheese.


Netflix si dimostra ancora una volta un porto sicuro anche per nuove e emergenti vene autoriali e dà quindi il benvenuto anche a Levinson. Già sulla bocca e sulla penna di tutti dopo lo sconvolgente clamore provocato della serie “Euphoria”, targata HBO, Sam Levinson decide di continuare a cavalcare l’onda del successo realizzando in pieno isolamento dovuto alla pandemia, una pellicola interessante quanto controversa.

Il film, in realtà, nasce da un’idea di Zendaya (attrice protagonista insieme a John David Washington) che decise di chiamare Sam Levinson per chiedergli di scrivere e dirigere la pellicola. In tempo record il regista è riuscito a proporre al pubblico un’opera che possiamo definire usando una sola e concisa frase: “art for art’s sake”, ovvero l’arte per l’arte, fine a se stessa, che non insegue nessuno scopo politico, morale, religioso, poiché l’arte basta già a completarsi e definirsi.


E’ proprio questa l’ottica con la quale dobbiamo, a mio avviso, analizzare la pellicola, non soffermandoci troppo sulla sceneggiatura palesemente mancante di spessore e complessità, alla forse eccessiva dilatazione temporale che potrebbe risultare quasi noiosa ma dobbiamo valutarla come, appunto, fine a se stessa.

Una pellicola che non si prefigge di insegnare nulla a nessuno, non ha intenzione di portarti a nuove conclusioni, non vuole farti da professore, da madre o da mentore, essa e’ semplicemente la rappresentazione cinematografica dell’istinto e della visione del suo autore, tutto qui, anche se tutto non è.


Punto di forza indiscusso risulta essere la fotografia, e anche se sembra tutto ruotare intorno ai fitti dialoghi, in realtà essi sono un mero contorno a una visione fotografica visionaria per gli anni in cui viviamo.

Dalla scelta del colore (bianco e nero ad alto contrasto), all’utilizzo impeccabile degli spazi scenici, uso quasi più teatrale che cinematografico, Levinson e Marcell Rev (direttore della fotografia) riescono a dar vita a una pellicola profondamente estetica. Satura di riflessi, di sguardi, di una gestualità delicata e leggera volta a lasciare a casa sottotesti politici e morali e volta a trasmettere una spiccata intimità che ti porta a empatizzare con i protagonisti, quasi due ballerine che volteggiano su un palco creato appositamente per loro.


Malcolm e Marie ha il potere di riportarci al cinema francese anni 60, quello di Godard e Truffaut, un cinema carnale, intimo, profondo e visceralmente umano, grazie anche alla magistrale interpretazione dei due attori protagonisti, e unici della pellicola. Essi riescono nell’impresa tutt’altro che semplice di riempire gli spazi creando suspance e attesa grazie esclusivamente a movimenti e parole, rendendo il complesso appassionante e realistico.

Nel complesso Malcolm e Marie risulta essere una viaggio nella quotidianeità e nella passione di una storia d’amore realizzato con l’estetica di un dipinto e la metrica di una poesia. Un film elegante che racconta nulla più di quello che si vede, ricordandoci l’importanza che ha raccontare per il gusto di farlo.

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