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L’ondata di violenza targata ISIS non sembra conoscere limiti geografici: il 20 marzo 2015 infatti ha investito anche lo Yemen.

Un tranquillo venerdì di preghiera è stato violentemente interrotto dall’ esplosione di tre bombe da parte di un gruppo di kamikaze all’ interno di tre moschee, due nella capitale Sanaa ed una nella provincia di Saada, territorio nel nord del paese sul quale sono state fatte esplodere anche due autobombe.
Obiettivo dell’attentato, il primo dell’ISIS nello Yemen, sono stati i fedeli appartenenti alla minoranza degli houthi, movimento ribelle che con un golpe a settembre ha ottenuto il controllo sulla capitale e che il 20 gennaio, con l’assalto al palazzo presidenziale, ha deposto il capo di governo Hadi.
Il bilancio approssimativo delle vittime si attesta intorno ai 140 morti e i 340 feriti, tra i quali il celebre imam houthi Al-Murtada bin.

L’attacco sembra porsi in continuità con la guerra portata avanti dal sedicente stato islamico contro la branca sciita dell’islamismo alla quale gli houthi vengono ascritti; proprio per la loro ideologia sciita essi sono stati inoltre accusati da Hadi di aver ricevuto aiuti dall’ Iran per la conquista di Sanaa. Altro sostenitore della minoranza houthi sarebbe l’ex presidente Saleh, deposto nel 2012 nell’ambito delle primavere arabe.
E’ da novembre che sul territorio yemenita è presente una filiale dell’ISIS, Wilayat al-Yemen, la quale ha rivendicato l’attentato su Twitter; il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha tuttavia invitato alla cautela a questo proposito, attendendo verifiche più accurate circa l’autore dell’attentato: l’ISIS potrebbe semplicemente aver approfittato dell’occasione per ottenere ulteriore propaganda.

Ad ogni modo, se l’azione terroristica fosse effettivamente stata pilotata dall’ISIS, il predominio di Al Qaeda sul territorio risulterebbe fortemente messo in discussione. La stessa Al Qaeda, di cui l’ISIS ha costituito inizialmente un’articolazione, si è da tempo dissociata dal califfato di Al Baghdadi, considerato troppo spietato persino per gli standard dell’organizzazione che ha visto in Osama Bin Laden il suo più noto esponente e del quale al-Zawahiri è il leader attuale.
Pur nel comune obiettivo della jihad, le modalità di intervento delle due organizzazioni terroristiche sono finora risultate differenti: se Al Qaeda ha sempre canalizzato le sue energie nell’annientamento del nemico occidentale e di quegli arabi di quest’ultimo sostenitori, l’ISIS non ha risparmiato gli islamici sciiti, ritenuti eretici. In particolare gli houthi fanno riferimento all’ideologia sciita zaydista, che trae il suo nome dal pronipote di Maometto, da loro riconosciuto come quinto imam.

L’attentato del 20 marzo non può far altro che destabilizzare un paese come lo Yemen, già martoriato dallo scontro fra i ribelli houthi ed il presidente deposto Hadi.
Questi, costretto alle dimissioni a gennaio, è attualmente residente nella città di Aden, situata nel sud del paese; è proprio in questo territorio che Hadi ha organizzato il suo controgoverno, provocando una forte frattura all’interno di un contesto già sottosviluppato e, ora più che mai, facile preda di organizzazioni terroristiche.

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