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Per i giudici di Strasburgo della Corte Europea dei diritti umani, il nostro Paese ha violato più di una norma della Convenzione Europea CEDU, nella gestione dei tempi di intervento e sostegno ad una vittima di reiterati maltrattamenti, tutti subiti in ambito familiare.

La concreta gestione della vicenda da parte delle autorità di polizia avrebbe permesso l’aggravarsi dello stato di abuso in cui già versava la vittima-denunciante.

La vicenda, sfociata nell’omicidio di un minore e nelle lesioni gravissime alla madre di questi, ha visto in particolare l’Italia violare contemporaneamente gli artt. 2, sul diritto alla vita, 3 sul divieto di trattamenti inumani e degradanti e 14, sul divieto di discriminazione, della Convezione Europea.

La sentenza diverrà definitiva tra 3 mesi se non impugnata dalle parti, mentre si dovrà ancora attendere per il deposito delle motivazioni.

Il dictum di Strasburgo condanna l’Italia ad un doppio risarcimento danni nei confronti della vittima, costituitasi parte civile, oltre al pagamento delle spese processuali.

La Corte Europea dei Diritti Umani è un tribunale internazionale che ha sede a Strasburgo ed è stata istituita nel 1959, in attuazione della stessa Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, sulla cui applicazione è chiamata a vigilare.  Alla Convenzione aderiscono tutti e 47 i membri del Consiglio d’Europa ed anche l’Italia è quindi sottoposta alla giurisdizione della Corte di Strasburgo.

Il caso

Tutto inizia qualche anno fa, precisamente nel 2012.

Siamo nella provincia Udinese del Friulano centro-orientale.

Appena una manciata di chilometri separano il ridente comune di Remanzacco, poco più di seimila anime, dalla vicina Slovenia. Il piccolo centro, di recente urbanizzazione, si articola in antichi borghi rurali ed è, come altri della stessa zona, luogo di incontro di etnie slavo-latine, preziosa ed isolata perla del nord-est italiano.

È anche per questo che il protagonista di questa storia si chiama Andrei Talpis.

Andrei, beve. Molto.

Ma partire dal giugno del 2012, l’alcolismo cronico non è più un problema soltanto suo.

Iniziano, infatti, in quel periodo le prime timide avvisaglie della moglie alle autorità di polizia locali sui maltrattamenti e le violenze del marito, che riguardano sia lei che il loro bambino.

La donna non manca di specificare le debolezze alcoliche del marito e, tuttavia, non sporge ancora formale denuncia: in sede di primo approccio, i carabinieri verbalizzeranno sia lo stato di ubriachezza avanzato in cui troveranno Andrei, sia le ferite riportate dalla moglie, niente di più.

Il dramma di Elisaveta

Se questa storia ha una vittima reale, una valvola di scarico più utilizzata delle altre, questa è sicuramente Elisaveta. Più di una volta minacciata, costretta ad abusi sessuali di gruppo, prova una seconda volta per strada a chiedere aiuto ad una pattuglia di polizia, stavolta con lei c’è anche Andrei che le sta puntando una lama addosso.

L’uomo viene multato per detenzione illegale di coltello, mentre Elisaveta viene semplicemente invitata a tornarsene a casa. Una coppia di slavi, lui beve e ogni tanto alza le mani.

Tutti si comportano come se all’inizio si trattasse soltanto di questo.

Ma Elisaveta è vittima due volte dello stesso carnefice.

La doppia lama della violenza di Andrei si riversa infatti su una donna, e su una moglie contemporaneamente. E se è difficile denunciare, farlo diventa impossibile quando anche le autorità ti invitano soltanto a tornare a casa.

Come spesso accade in questi casi, sarà un’associazione a prendersi carico del dramma di Elisaveta, che viene assistita ed ospitata per il limitato tempo di tre mesi.

 C’è chi dice che Elisaveta avrebbe poi volontariamente abbandonato il centro anti-violenza: è questa la tesi della Procura di Udine. Ma l’avvocato di Elisaveta, Titti Carrano, parla invece del caldo invito alla vittima, da parte degli stessi sevizi sociali che gestiscono il rifugio, a “tornare a casa”.

Il suo caso non è abbastanza grave.

Ma Elisaveta stavolta a casa non ci torna. Ha paura, più di prima. Vive per strada ed è ospitata saltuariamente da amici che abitano in zone limitrofe, trova lavoro come badante, a malapena riesce ad affittare un appartamento con quel poco che guadagna.

Ma la minacce del marito incombono sulla sua vita come un’ombra devastante: Andrei continua a cercarla, in ogni dove, col telefono, a piedi.

Finalmente, sul finire dell’estate, Elisaveta decide di denunciare e chiede alla polizia protezione per sé e per suo figlio. È il settembre del 2012.

Il tempo in questa storia scorre molto lentamente. Troppo lentamente.

Elisaveta viene interrogata per la prima volta solo nel marzo 2013, sette mesi dopo.

Il caso viene archiviato nell’agosto dello stesso anno.

Dopo sette mesi, in sede di interrogatorio, Elisaveta aveva infatti rivisto qualcosa della sua originaria dichiarazione.

Sette mesi sono tanti, magari Andrei in questo periodo in effetti ha bevuto di meno, non sa, forse era solo molto spaventata all’epoca, e in generale non ricorda bene.

Sette mesi sono tanti.

Il caso viene archiviato nell’agosto 2013.

Pochi mesi dopo, quel fascicolo torna a scaldarsi.

Elisaveta chiama la polizia, Andrei l’ha picchiata ancora.

L’uomo viene portato in ospedale, ha bevuto moltissimo.

Poco dopo essere stato dimesso, viene rinvenuto per le strade a vagare ubriaco.

Al solito, le autorità lo multano sul posto e lo invitano a tornarsene a casa.

“Tornate a casa”, sempre il solito monito.

Perché anche per Andrei tornare a casa non è mai la soluzione, ma semmai l’inizio, dei problemi.

La chiamano violenza familiare, perché viene perpetrata e cresce, si sviluppa come un cancro, tra le mura della propria abitazione.

“Tornate a casa”.

Quella sera, rientrato a casa, Andrei ucciderà suo figlio sferrandogli più coltellate e, dopo aver ferito gravemente anche Elisaveta, ha probabilmente bevuto ancora.

Solamente nel gennaio 2015, Andrei Talpis viene condannato alla pena dell’ergastolo dal Gup del tribunale di Udine, Emanuele Lazzaro, per omicidio e tentato omicidio, porto illegale di armi e maltrattamenti gravi nei confronti della moglie e della figlia.

Dalla prima denuncia di Elisaveta sono passati circa due anni, dai primi maltrattamenti avvenuti in strada, sotto gli occhi di molti, ancora di più.

Anni lunghissimi in cui Elisaveta è stata semplicemente invitata a tornare a casa e, sostanzialmente, lasciata sola.

Andrei Talpis, muratore 50enne di origini moldave, viene arrestato in stato di ubriachezza dalle forze di polizia di Udine a Ramanzacco. Attualmente sta scontando la pena dell’ergastolo per aver commesso una serie di gravi reati tra il 2013 e il 2015 a danno dei suoi familiari.

La violenza familiare in Italia

Nel nostro Paese, le denunce per maltrattamenti e violenze perpetrate in ambito familiare, e quindi all’interno delle mura abitative, soffrono statisticamente del subdolo operare di cariche emotive e sentimenti contrastanti: vergogna e senso di colpa spesso dilaniano la mente della vittima, disincentivandola a denunciare.

Ma l’oggetto della condanna della Corte di Strasburgo si riferisce, in effetti, ad un momento successivo del procedimento, endogeno e patologico allo stesso tempo, e cioè a quel range temporale che normalmente intercorre tra l’atto formale della denuncia e il provvedimento d’autorità giurisdizionale: in questo lasso temporale, spesso lunghissimo, fatto di tempi processuali e raccolta di prove o di archiviazioni, nulla allo stato attuale garantisce nel nostro Paese, alla vittima-denunciante, automatica sicurezza e protezione effettiva dalle condotte di abuso denunciate.

E se denunciare non è facile, denunciare obbligati ad urlare più volte il proprio dolore in faccia alle autorità, lo è forse ancor meno.

“Tornate a casa”.

In questi casi, non è mai la soluzione.

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