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La crisi sanitaria che sta attanagliando il nostro paese in questo periodo, ha pochi, pochissimi precedenti storici. Seppur sotto altro profilo, con le dovute precauzioni, è ragionevole il confronto con il secondo dopoguerra. Infatti, da quando fra fine febbraio e inizio marzo il paese è stato messo in quarantena, sotto ogni punto di vista, l’Italia sta facendo innumerevoli sacrifici: a partire dalla locomotiva economica del paese, passando per le singole imprese, piccole medie e grandi, liberi professionisti, lavoratori autonomi e così via. Numerose famiglie pagano a caro prezzo la spesa per il sostentamento; le scuole e le università sono state chiuse, utilizzando, con riscontro assai positivo, la modalità telematica. Sicuramente vanno considerati anche gli aspetti positivi, primo fra tutti la diminuzione dell’inquinamento dell’aria che respiriamo. E’ innegabile quanto l’attività sportiva sia salutare, sia dal punto di vista fisico (a livello cardiaco-respiratorio) sia dal punto di vista sociale (per un bambino è fondamentale intraprendere diverse relazioni con amici o coetanei praticando attività, all’aria aperta o meno). In questo particolare e delicato momento, questo non è possibile e uno dei rischi maggiori è quello di portare alcuni ragazzi in giovane età all’abbandono dello sport praticato oppure, di gran lunga peggio, allo sport in generale.

 

Sarebbe inopportuno – forse – paragonare queste situazioni drammatiche a un aspetto che, ad ogni modo, non va trascurato: il mondo sportivo. Infatti, lo sport in Italia, specie a livello dilettantistico soffre le gravissime conseguenze di questa situazione, E’ chiaro che, le persone che lavorano in questo mondo, lo facciano più per passione, attaccamento a una certa società, affiatamento con una squadra, ambizione, piuttosto che per una remunerazione. Ma è chiaro che è un aspetto da considerare, soprattutto in riferimento a società che sono concessionarie di un terreno (spesso a fronte di un canone di locazione molto elevato). Il governo, con il decreto “Cura Italia”,si è già attivato per sanare eventuali problematiche, preferendo prevenire i danni futuri: la prima fondamentale azione è stata quella di sospendere e interrompere tutti i canoni di affitto di terreni, palestre o palazzetti. Ma, è chiaro, sarà necessario un intervento più decisivo e penetrante. Il paragone con una situazione simile già affrontata in passato è inevitabile ora.

 

Una situazione analoga si presentò, per il nostro paese circa settant’anni fa: l’Italia del secondo dopoguerra si presentava come un paese con un enorme bisogno di ricostruirsi dalle fondamenta e ripartire dopo un ventennio di dittatura e cinque anni che la videro al centro di un palcoscenico di atroci conflitti. Durante quegli anni, i campionati vennero sospesi, le olimpiadi rimandate. Certamente lo sport in Italia non era sotto la lente del ciclone come lo è ora: il professionismo, infatti, ancora non esisteva. In quegli anni si decise di far ripartire lo sport dilettantistico in Italia come forma di aggregazione sociale, come fonte di fiducia e ottimismo per uno stato in ginocchio. I partiti politici seguirono alla lettera questa ideologia e si affidarono a società sportive per consolidare l’organizzazione e l’attività sportiva fra i giovani. Nel 1944 era stato nominato Giulio Onesti come commissario straordinario per la liquidazione ma, al contrario, egli riuscì a salvare l’ente e a rilanciarlo socialmente ed economicamente. La prima grande iniziativa, fu quella di istituire una organizzazione di concorsi per pronostici e scommesse sportive: nascono la SISAL e il Totocalcio, i cui introiti finanzieranno per metà il CONI e per metà lo Stato. L’espressione “fare 13” diventerà comune e le domeniche non saranno più giorni dedicati esclusivamente alla messa, ma anche ad altre fedi.

 

Nel 1948 nascono i gruppi sportivi “Fiamma” (Fiamme Oro, Fiamme Gialle ecc.). Sono gli anni del Grande Torino, degli scudetti granata, di una sponda di Torino che oggi calcisticamente riteniamo insolita, ma che all’epoca era dominante in Serie A e in Europa: la sventura volle che, un tragico giorno di maggio, l’aereo che li riportava dal portogallo a Torino, si schiantò a Superga e,quella squadra di fenomeni, morì nello schianto, consegnandosi alla storia. Nel Novembre del 1945, la nazionale giocò la prima partita del dopoguerra a Ginevra, contrò la Svizzera: finì 4-4, ma la partita passò alla storia per un altro motivo: da questo momento,infatti, aprimmo le frontiere ai giocatori stranieri nel nostro campionato (Hansen nella Juventus di Agnelli oppure il trio Gren-Nordahl-Liedholm al Milan).

Il giro d’Italia di quegli anni fu celebre per la meravigliosa rivalità fra Fausto Coppi e Gino Bartali, che divise inizialmente i più appassionati. Le indimenticabili edizioni della più nota competizione ciclistica italiana durante il periodo post-bellico, ci venivano trasmesse dalla penna del bellunese Dino Buzzati, in una raccolta poi pubblicata nel 1981: da questo momento in poi il giornalismo sportivo non sarà più lo stesso. Raramente abbiamo assistito a rivalità come quella fra Coppi e Bartali in Italia (momento emblematico è senza dubbio il passaggio della borraccia al Col du Galibier), una rivalità che, addirittura, si credeva avesse anche sfondo politico: dopo le elezioni del 1948, i due maggiori partiti, erano la Democrazia Cristiana e il PCI e si credeva che Coppi fosse comunista, mentre Bartali era il democristiano. Non ebbero esito simile alla politica le loro competizioni: Coppi riuscì a vincere due tour de France (nel 1949, lasciando al rivale il secondo posto del podio, e nel 1952) e ben quattro giri d’Italia, mentre Bartali solo uno, arrivando molto spesso alle spalle del piemontese.

 

Sempre più associazioni si affiliano al CONI, che sotto la guida di Onesti raggiunge due notevoli risultati: le olimpiadi invernali del 1956 si svolgeranno a Cortina (le prima teletrasmesse) e saranno ricordate per Zeno Colò nella discesa, Aldo Trivella nel salto con gli sci e dal duo Musolino-Citerio per il pattinaggio su ghiaccio. Quelle estive del 1960, invece, si svolgeranno a Roma. Siamo nel pieno del boom economico e l’Italia inizia a risorgere. Già a Londra nel 1948 avevamo ben figurato: nacque la leggenda del Settebello (primo oro olimpico) e la doppietta nel lancio del disco Consolini-Tosi. Dopo essere ripartita a livello locale, fu proprio grazie a queste due grandi manifestazioni che l’Italia si riaffacciò sulla scena internazionale facendo la voce grossa. Le olimpiadi, specie quelle romane, diedero linfa vitale alla capitale, che realizzò e una serie di costruzioni, sportive e non, che cambieranno per sempre il volto della capitale: basti pensare al viadotto di Corso Francia, l’olimpica, tutto il foro italico(nonostante fosse stato già edificato in epoca mussoliniana), il palazzetto dello sport all’EUR, lo Stadio Flaminio o lo stesso quartiere realizzato per gli atleti, il Villaggio olimpico, ancora oggi esistente. Venne edificato, per l’occasione, fra il 1958 e il 1960, l’Aeroporto di Fiumicino, che divenne il secondo per la capitale (dopo Ciampino) e che diede priorità alle tratte comunitarie e internazionali.

Roma era dunque diventata un cantiere a cielo aperto e, dopo un decennio di ricostruzione forzata dovuta alla guerra, finalmente poteva dimostrare al mondo interno che le uniche macerie che avrebbe mantenuto, sarebbero state quelle della propria antichità gloriosa. Finalmente la capitale avrebbe potuto presentarsi al mondo intero come una metropoli in crescita, moderna, non più appagata dalla sua bellezza storica, ma vogliosa di ricercare quello splendido ibrido che si presenta agli occhi nostri oggi. Roma divenne passerella di innumerevoli celebrità e soprattutto atleti (un appena diciottenne Cassius Clay trionferà per la prima volta a un olimpiade). Conquistammo 36 medaglie (record ancora imbattuto) di cui 13 d’oro.

 

Dagli anni ’70 in poi, lo sport in Italia continuò a crescere anche dal punto di vista dilettantistico. I campionati nazionali e regionali delle varie categorie e dei vari sport, alimentano la federazione di nuove associazioni o di nuove squadre in tutto il territorio. Il pluralismo crea competizione. La competizione crea sano agonismo. Il sano agonismo crea qualità: in quegli anni iniziamo ad avere una grande nazionale di calcio che prima vince un europeo nel 1968, poi disputa LA partita del secolo (all’Azteca 4-3 contro la Germania), accontentandosi della medaglia d’argento contro il blasonato Brasile di Pelè, fino a vincere il mundial del 1982. L’Italbasket, dopo numerosi podi, si aggiudica l’Europeo del 1983 contro la Spagna a Nantes. Lo rivincerà solo in un’altra occasione nel 1999. La nostra nazionale di pallavolo (maschile e femminile), un decennio più tardi, dominerà il palcoscenico europeo ed internazionale.

Il periodo che segue vede il professionismo al centro: figura emblematica è quella di Berlusconi che acquista il Milan nel 1986,che vincerà tre coppe dei campioni e quattro scudetti. Molte figure di spicco in Italia si affiancano, finanziandole, a squadre sportive (Benetton nel rugby a Treviso, Armani nel basket a Milano ecc.). L’era del professionismo ha come maggiore fonte di introiti la televisione che comincia a trasmettere in massa le partite e gli eventi più richiesti.

 

In conclusione, in un momento di difficoltà, lo sport fu senza dubbio uno strumento che aiutò la popolazione a ripartire dal basso prima e successivamente a livello mondiale. Siamo tutti figli di quella generazione. La situazione ora è chiaramente differente: dopo la guerra, le società sportive, le squadre, i singoli atleti, non erano ancora propriamente professionisti. Ripartendo dal dilettantismo, riportando le strutture vicino ai giovani – come riuscì a fare l’Olimpiade del 1960 – il nostro paese riuscì a creare delle nazionali talentuose e dei campioni. Ma soprattutto riuscì ad unire una nazione distrutta e divisa, sotto una bandiera. Tutto ciò oggi sembra svanito e dimenticato. Ma, ancora una volta, è necessario affidarsi al passato per poter ripartire. Ripartire dal basso, da quelle persone che mettono passione e dedizione al servizio dei ragazzi. Qualcosa che va oltre l’aspetto economico. Quando le cose si complicheranno e sarà difficile ripartire, bisognerà ispirarsi a quegli anni e a. quell’impulso che diede vita a un paese che era in ginocchio e che nel giro di pochi anni diventò una potenza mondiale. Tempi duri hanno saputo creare uomini forti in passato. Ispiriamoci a quegli uomini che ci hanno consentito di risorgere.

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