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Non è possibile prevedere gli esiti del processo di integrazione europea.

Anche se lo domandassimo alla Sibilla, la risposta sarebbe probabilmente caratterizzata dalla solita, proverbiale, inestricabile ambiguità.

Una certa ambivalenza, una tensione dialettica caratterizza, infatti, ogni processo storico.

Che l’Unione diventi uno Stato federale non è scenario più probabile di altri, ma nemmeno meno probabile.

Per questi stessi motivi, appaiono forvianti i vaticini degli oracoli che presagiscono la fine dell’idea stessa di Europa in conseguenza della crisi sanitaria in atto.

D’altra parte, “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme: essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto”.

Una lettura contestuale degli eventi fa apparire affrettata la teoria secondo la quale la crescita di integrazione nel solco del principio gradualistico implicito nella dichiarazione Schuman succitata sarebbe giunto al termine.

Il rifiuto di Olanda e Germania- si badi non dell’Unione ma di Germania e Olanda- di costruire titoli di Stato europei porrebbe in maniera forte, secondo queste Cassandra, il tema di una disintegrazione in atto dell’Unione, presagita dai fatti della c.d Brexit.

Tuttavia, è certo che i momenti di crisi non hanno finora prodotto meno integrazione, bensì più integrazione.

In primo luogo, il passaggio da un principio di esecuzione indiretta del diritto europeo da parte dei sinolgi stati –l’administration qui fait faire di Jean Monnet– ad uno svolgimento di funzioni secondo i connotati della co-amministrazione e dell’amministrazione decentrata è stato segnato spesso proprio da necessità in ordine alla prevenzione di nuove crisi sanitarie che si erano verificate proprio a causa di una attuazione non uniforme del diritto europeo. Emblematico in questo senso il caso delle “Mucca pazza”.

In secondo luogo, venendo a eventi più recenti anche dal punto di vista delle conseguenze che continuiamo a patire, l’Unione bancaria nata relativamente di recente è figlia della crisi del 2008, proprio come la creazione dell’unica misura di sostegno permanente ai paesi in difficoltà. Mi riferisco al famigerato MES.

In questo senso, come ha sottolineato Sabino Cassese in un’indagine sul potere conformativo dell’UE, l’Unione vivrebbe di crisi.

A ben vedere, scendendo dai rami, venendo a questi giorni tristi e solitari di paesaggi lunari, una risposta, pur tardiva, da parte dell’Europa c’è stata.

Anzi, almeno due: il Consiglio e Parlamento hanno sospeso il patto di stabilità e la BCE ha acquistato 14 miliardi circa di titoli di Stato italiani, misure che hanno consentito di programmare lo stanziamento di circa 400 miliardi di euro.

In aggiunta, si pensi che la Commissione ha aperto ad un utilizzo incondizionato -cioè senza che siano richieste condizioni ulteriori oltre allo Stato di necessità e urgenza- del MES; il che porterebbe ad un’iniezione nel breve periodo di nuova liquidità in aggiunta a quella già stanziata.

Questo non vuol dire che gli strumenti approntati finora siano sufficienti, né che il futuro sia certamente segnato in senso positivo, i processi storici come dicevamo sono processi complessi e non scontati.

Ma siamo nelle condizioni di essere padroni del nostro destino, spendere bene questi fondi, anche a tal fine negoziare una sospensione della normativa sugli aiuti di Stato, “sfidare” tutti i Paesi – magari non solo europei- che vogliano starci a sottoscrivere titoli di stato in comune. Gli euro bond, poi, arriveranno.

Le ragioni stesse dell’emergenza impongono un ampliamento delle competenze a livello europeo, per l’elaborazione di politiche comuni in grado di prevenire nuove epidemie che evidentemente non si fermano né potrebbero fermarsi ai confini di questo o quello stato.

In questo senso, la dimensione europea sembra essere quella minima.

Le esigenze di prevenzione comuni sono, queste sì, una ragione forte per cooperare tra gli stati in un’Unione dove le inevitabili limitazioni alla mobilità transfrontaliera avranno ricadute pesanti su un settore turistico che è strategico in proporzione all’enorme patrimonio artistico esistente.

E’ altresì probabile -ed auspicabile- che non assisteremo più alla contraddizione impoetica delle navi nei canali di Venezia, diversa da quella poeticissima della nave del deserto di Luigi Ghirri in Lawrence D’Arabia (o della Perla Nera di Jack Sparrow nella Londra del 600).

E’ evidente che, se la solidarietà di fatto prevarrà anche in nome degli interessi comuni e queste politiche comuni ci saranno, l’attuazione delle stesse necessiterà di condizioni di esecuzioni uniformi, a prescindere dal dato del debito pubblico dei singoli stati.

A quel punto, forse solo a quel punto, nessuno potrà negare la necessità della creazione di titoli garantiti dall’Unione.

Insomma, una volta che avremo fatto l’Europa, poi faremo anche gli euro bond.

Risaliremo sui rami, respireremo il vento tra le foglie.

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Caporedattore attualità A.A. 2018/19