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Il 27 maggio 1971 si giocò a Mosca nello stadio Lenin la partita tra la Dinamo Mosca e una selezione di grandi giocatori dell’epoca, tra cui Bobby Charlton, Pelè, Eusebio, Giacinto Facchetti e Franz Beckenbauer. Gli spalti erano gremiti, si contarono 103 mila spettatori circa; la partita terminò 2-2, con un parziale al termine dei primi 45 minuti di 2-0 per i padroni di casa: la porta era rimasta inviolata perché nella prima frazione di gara era stata difesa da un grande estremo difensore, riconosciuto dai più come il più grande, che quel giorno vestì per l’ultima volta la maglia della Dinamo Mosca: stiamo parlando del ragno nero, Lev Ivanovič Jašin.

Soprannominato ragno nero o anche pantera nera, Jašin militò soltanto in due squadre durante la sua carriera: più precisamente giocò in una sola squadra di club, la Dinamo Mosca, con la quale disputò 326 partite, e poi vestì la maglia della nazionale dell’Unione Sovietica per 74 volte. I numeri sono forse una di quelle caratteristiche che rendono assolutamente unico questo grande interprete del gioco del calcio: si dice che abbia mantenuto la porta inviolata più di 200 volte, e addirittura che abbia parato più di 100 rigori in tutta la sua carriera.

“Lo guardai cercando di capire dove si sarebbe tuffato, e solo tempo dopo mi resi conto che doveva avermi ipnotizzato. Quando presi la rincorsa vidi che si buttava a destra, potevo tirare dall’altra parte, non ci riuscii. Quel giorno il mio tiro andò dove voleva Jašin”. Queste furono le parole pronunciate da Sandro Mazzola dopo la sfida tra Italia e Urss nel 1963. L’attaccante azzurro fu uno dei tanti che rimase ipnotizzato di fronte al ragno nero. Lev da adolescente, durante la Seconda Guerra Mondiale, iniziò a lavorare in fabbrica, e gli altri operai e suo padre si divertivano a lanciare verso il piccolo Jašin qualsiasi tipo di attrezzo da lavoro: egli non se ne faceva scappare nemmeno uno, da qualsiasi distanza e a qualsiasi velocità.

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Appena ventenne, il ragno nero entrò a far parte della polisportiva del Ministero per gli Affari Interni, la Dinamo Mosca, ma la strada per la squadra calcistica gli venne sbarrata dalla presenza di Aleksej Chomič, detto la Tigre, titolare inamovibile: Lev, quindi, si unì alla squadra di hockey su ghiaccio, con la quale vinse un titolo sovietico nel 1953. Dopo questo successo, complice un infortunio di Chomič, Jašin diventò titolare sul rettangolo verde, senza alcuna esperienza. Il suo talento e le sue grandi capacità fisiche fecero in modo che la Tigre venisse ben presto dimenticata, e iniziò così la lunga storia che legò il ragno nero alla squadra di calcio della Dinamo dal 1953 al 1971.

Con il suo esordio nel calcio coincise la nascita del famigerato soprannome “il ragno nero”, proprio perché tra i pali della porta della Dinamo o dell’URSS Lev iniziò ad indossare un cappello nero ed una divisa dello stesso colore, che ricopriva un fisico di un metro e novanta, agilissimo e capace di compiere parate spettacolari. Tra l’altro si dice che Jašin in campo portava con sé sempre due cappelli, uno in testa e uno da porre all’interno della sua porta. Un altro curioso aneddoto riferisce inoltre che subito dopo i tanti rigori parati, egli raccogliesse sempre un quadrifoglio  nei presi dell’area di porta.

“Prima di una partita mi fumo una sigaretta per rilassare i nervi e butto giù un po’ di super-alcolici per ben tonificare i muscoli…”. Questo era un altro segreto del ragno nero, che testimonia la grande singolarità e particolarità di questo personaggio. L’apice della sua carriera lo raggiunse nel 1963, anno in cui la redazione di France Football lo consacrò come vincitore dell’ottava edizione del Pallone d’Oro con 73 voti, ben 17 in più di Gianni Rivera, il secondo classificato. È rimasta l’unica conquista di questo premio da parte di un estremo difensore, che è una delle varie cause per la quale Jašin viene considerato il più forte di sempre.

Oltre al grande successo individuale, ha ottenuto cinque vittorie del campionato e tre della coppa nazionale con la Dinamo; con l’URSS, inoltre, conquistò un oro olimpico a Melbourne nel 1956, un primo posto agli europei di Francia del 1960 e un secondo posto in quelli successivi del 1964 in Spagna. Mai il suo club e la sua nazionale hanno fatto meglio nel corso della loro storia, e il contributo del ragno nero è oggettivo e fuori discussione.

Lo scorso 20 marzo ricorreva il ventiseiesimo anniversario della morte di Lev Jašin: le sue grandi parate prendono un valore maggiore in relazione alle sue caratteristiche fisiche, perché effettivamente risulta incredibile come un uomo possente di un metro e novanta possa aver compiuto gesti atletici di quel tipo. Il ragno nero rappresenta quindi una leggenda in carne ed ossa, una raccolta infinita di aneddoti e fatti curiosi, ma soprattutto un portiere mai visto prima di allora, capace di interpretare il suo ruolo già in maniera moderna, comandando la propria difesa, uscendo spesso anche fuori dall’area per rilanciare il contropiede dei compagni. Un concentrato di riflessi e di agilità all’interno di un corpo da cestista.

“Giocate a pallone, ma non per diventare professionisti, non per diventare ricchi, ma per fare dello sport”

Lev Ivanovič Jašin

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