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Ieri sera, durante la prima serata del Festival di Sanremo, è stata ospite la conduttrice di Sky Diletta Leotta. Durante la breve intervista riservata a coloro che potremmo definire ospiti minori le mie orecchie captano qualcosa che mi fa alzare la testa dal mio distratto seguire su Twitter le battute degli utenti sul festivalone – prima di Twitter come si riuscisse a guardarlo tutto resta per me un mistero – Carlo Conti, dopo le domande rituali, le chiede come si sia sentita dopo la vicenda delle foto rubate, sì perché Leotta, a Settembre, era stata protagonista dell’ennesimo caso di foto intime rubate e poi pubblicate online. Ciò che però cattura la mia attenzione di spettatrice distratta non è l’argomento in sé, o almeno non solo, rimango infatti piacevolmente colpita dal tono usato da Carlo Conti e che io, su Rai uno, per miei preconcetti sbagliati probabilmente, non mi sarei mai aspettata: nelle parole di Conti c’è solo sincera condanna, non c’è la più lieve nota di biasimo, non c’è nemmeno il solito consiglio di stare attente con le foto private, non c’è il sottile riferimento al fatto che sarebbe meglio non farsele proprio le foto nuda se non si vogliono poi trovare online, quest’ultimo tanto caro a giornalisti ed opinionisti che parlano di vicende simili; non c’è niente di tutto questo e io, guardando, sono stupita ma, soprattutto, sono contenta: “Bene, Bravo; Bis!” penso. Proprio però mentre comincio a sperare che finalmente questo Paese stia diventando un po’ meno bigotto, che se sono Sanremo e Carlo Conti che condannano certi comportamenti magari le persone potrebbero cominciare a pensarla in questo modo, ritorno a guardare la mia home di Twitter e tutto questo ottimismo si infrange come il peggiore dei sogni spezzati.

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Lì, inequivocabile e beffardo, se ne sta un tweet di Caterina Balivo che recita: “Non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna”; mi sento di nuovo negli anni ’60, altro che macchina del tempo. La domanda mi sorge spontanea: secondo Balivo come ci si dovrebbe vestire per parlare di persone che, commettendo un reato, hanno rubato delle foto e le hanno poi rese disponibili a tutti quando la diretta interessata non ne aveva alcuna intenzione? E ancora: quando Balivo fa delle foto per un servizio fotografico o conduce un programma in minigonna ha meno diritti di quando indossa un tailleur? Infine: se Leotta non si può lamentare di questa violazione della privacy perché ha un vestito che le scopre mezzo addome e che mostra la coscia allora la ragazza che gira in città in minigonna non si può lamentare se fosse vittima di uno stupro? Ho come un brutto presentimento, questa devo averla già sentita da qualche parte.

Ciò che sfugge a Balivo e ai pochi, fortunatamente, che le hanno dato ragione è un concetto piccolo ma che cambia tutto: il consenso. Leotta può vestirsi come vuole perché è lei che sceglie di farlo, lei sceglie di mettere in mostra la scollatura o di far vedere le gambe, non sceglie invece di farsi vedere nuda da tutti. Io, al contrario, plaudo alla scelta di quel vestito perché svela proprio questa morale bacchettona e bigotta secondo la quale ciò che dici, quanto sei brava a dirlo ha diversa dignità se impacchettato in un vestito ritenuto dignitoso dal sentire comune. Non c’è bisogno di coprirsi per far passare il concetto che il corpo è mio e decido io come, quando e a chi mostrarlo semplicemente perché non è mai colpa della vittima.

Quel tweet dimostra ancora una volta e ancora di più quanto sia radicata nella nostra società l’idea dicotomica di donna santa o puttana – perdonate il termine – e lo è anche nelle donne, purtroppo spesso prime vere nemiche della loro stessa emancipazione e libertà. C’è bisogno di educazione affettiva nel nostro Paese, fin dalla più tenera età: dei bambini che imparano fin da piccoli a rispettarsi e a capirsi, a comprendere che tutti sono liberi, che un uomo può piangere senza essere un debole e una donna può mostrare le gambe senza essere una sgualdrina, che quando l’altro dice no quel rifiuto è sacro e va ascoltato. La repressione, lo sguardo di disapprovazione per una coscia in mostra, lo scandalo per una donna che si veste come le piace o, allo stesso modo, per un uomo che non ha paura di mostrare di avere sentimenti sarebbe meglio lasciarli negli anni ’60.

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