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Avete presente quei sondaggi sulla fiducia nelle istituzioni che spesso ci vengono somministrati? Da 0 a 10, quanta fiducia hai nell’istituzione X, Y, eccetera… E poi la fatidica domanda: da 0 a 10, quanto pensi che il tuo contributo possa fare la differenza in politica? Non mi stupirei se, oggi, mi trovassi a leggere dei dati poco incoraggianti sotto questo punto di vista.

Io sono una persona che, invece, a quella domanda del sondaggio ha sempre attribuito un punteggio molto alto. Sarà che la militanza in un’organizzazione politica giovanile modella la tua visione e amplifica la convinzione di avere tutte le energie per cambiare ciò che non va, ma sono altrettanto convinta che anche senza questa esperienza avrei risposto “sì, per me il contributo del singolo – in forma di voto, di partecipazione a un dibattito, di creazione e collaborazione ad attività – non solo conta, ma fa anche la differenza”.

Dopo aver partecipato alla settima edizione della “Leopolda”, la convention del Partito Democratico che prende il nome dalla stazione fiorentina in cui è ospitata, questa mia convinzione si è ulteriormente rafforzata.

Chi mi conosce sa quanto sia restia a esternare sentimenti e quanti soprannomi abbia prodotto questo mio modo d’essere, ma in poche righe vi voglio raccontare la mia esperienza, senza tralasciare tutto il carico emotivo ad essa legata.

La Stazione Leopolda è un luogo aperto a tutti i cittadini, senza selezioni, che permette di ritrovarsi insieme in un ambiente stimolante e discutere, ascoltare, interagire con persone nuove, emozionarsi.

E’ un luogo dove la partecipazione dei cittadini è centrale grazie ai tavoli di lavoro, la gente comune anima la discussione e il relatore – un ministro, un sottosegretario o un parlamentare – prende nota degli interventi, alimentando il dibattito e cercando di sviscerare il pensiero delle persone con cui si trova a dialogare. Tra tutti i tavoli tematici organizzati, ho scelto quello dal titolo “Ricostruire”, incentrato sulle strategie di ricostruzione delle terre colpite da calamità naturali: da orgogliosa abruzzese, non avrei potuto scegliere un tavolo diverso.

Ho raccontato di come il terremoto del 2009 ha scosso la mia terra, il mio paesino e la mia vita di ragazzina di 15 anni; di quanto è stato doloroso vedere i miei concittadini senza più un tetto, il centro storico del mio paese interamente buttato giù, i borghi d’Abruzzo rasi al suolo e L’Aquila in ginocchio. Solo ricordi? No. Davanti a esperti del settore e politici, ho presentato una mia interpretazione – con punti di forza e debolezza – di come sono state affrontate le fasi di emergenza e ricostruzione. Le soluzioni per le terre del centro Italia che ho proposto e discusso sono state annotate dai relatori e immediatamente confrontate con dati economici e quadro normativo vigente, per verificarne la fattibilità. “Cristiana, hai pienamente ragione. Abbiamo sbagliato in più punti e ce ne assumiamo la piena responsabilità. Rimetteremo in piedi il centro Italia e l’Abruzzo. Lo faremo per la tua gente e per te, che tanto ami la tua terra”: questo è stato il momento in cui mi sono sentita parte integrante della comunità politica e in cui ho compreso che ognuno ha il dovere di esprimere il proprio pensiero, perché dall’altra parte c’è qualcuno che ti ascolta, che prende a cuore la tua visione delle cose e che si fa portavoce delle tue istanze.

A Firenze ho anche capito che c’è davvero spazio per noi giovani. Si era intuito dal titolo – “E adesso il futuro” – che la presenza degli under 30 avrebbe fatto la differenza: è stata una iniezione di fiducia vedere sul palco ragazzi di tutte le età pronti a raccontare le loro splendide esperienze di amministratori locali, di membri di organizzazioni giovanili o di semplici cittadini desiderosi di mettersi in gioco per migliorare le realtà in cui si vive. E ho anche capito che in tantissimi, oramai non più giovani, credono ancora in noi e sono disposti a tenere il ritmo delle giovani generazioni, sostenendo in tutti i modi le nostre energie e la nostra voglia di fare, come fanno i genitori con i figli, come funziona in una famiglia vera.

E, a proposito di famiglia, la Leopolda è anche il luogo in cui ti senti talmente a casa che non provi vergogna nell’emozionarti pubblicamente fino alle lacrime per alcuni interventi sugli argomenti che più ti stanno a cuore, che non ti fai scrupolo di abbracciare gente sconosciuta in maniera casuale a fine manifestazione, che ti senti talmente protetto e sicuro da non aver paura di fallire nella tua battaglia per il cambiamento.

La Stazione Leopolda è quel posto che ti fa comprendere di aver fatto la giusta scelta di vita, che ti ricorda che dietro quei tre giorni di kermesse c’è un lavoro annuale di migliaia di persone e che, davanti, c’è un altro anno di impegno collettivo. Lo ricorda bene Renzi nel discorso di chiusura, riferendosi al recente incontro con Obama: “Yes, we can! non è uno slogan, è il messaggio più bello che tu puoi dare a una generazione che prova a impegnarsi in politica. E quando ci viene detto che noi siamo l’Italia, avvertiamolo quel pizzico di orgoglio e di emozione…”

Sia chiaro, queste mie righe non devono essere una dimostrazione di forza del partito promotore dell’evento: è vero il contrario, cioè che la salute dei democratici è cagionevole e l’imminente referendum sulla riforma costituzionale sta mettendo a dura prova l’intero PD, facendo collocare dirigenti, iscritti, simpatizzanti e opinione pubblica lungo le molteplici fratture vecchio contro nuovo, antipolitica contro politica, giusto contro sbagliato, status quo contro progresso. E, in tutta onestà, abbassando anche il livello delle campagne pro e contro riforma.

Renzi, dal palco della Leopolda, ha manifestato estrema sicurezza sull’esito referendario e non ha di certo edulcorato la parte del discorso indirizzata a chi, nel PD e nel panorama di sinistra, ha scelto di seguire una linea diversa. Probabilmente è stato un azzardo dettato dall’evidenza empirica che l’alternativa più credibile per la politica italiana sembri quel Partito Democratico che egli stesso guida, ma è altrettanto evidente, innegabile e non trascurabile che, a lungo andare, i personalismi, i ricatti e gli screzi tra gli esponenti dem saranno deleteri, non solo per l’appuntamento del 4 dicembre. La lotta intestina permanente è un rischio che il PD deve imparare a gestire e sedare per la sua credibilità, per la sua sopravvivenza, per tutti quei cittadini comuni che in esso vedono la buona politica e che si impegnano in prima persona, per quel bene per l’Italia da sempre professato.

Non sarà di certo la Leopolda 7 a risolvere i dissidi interni del PD: questo lo sa bene Renzi, lo sa l’establishment e lo sappiamo anche noi giovani militanti. Ma forse sarà proprio questa consapevolezza che, domenica sera, ci ha fatto tornare a casa galvanizzati e convinti di non dover gettare la spugna. Lo spirito di coesione, la voglia di collaborare per creare qualcosa di positivo e l’entusiasmo contagioso non sono sufficienti a rimettere in carreggiata un partito: vivere la politica con lo spirito della gente che ho conosciuto a Firenze, però, a lungo andare, può fare davvero la differenza.

 

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