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Penso che dalla lettura della sezione commenti di qualunque social network, giornale web, blog -una felice eccezione è rappresentata dai siti porno- si possa ricavare uno degli argomenti più forti contro la democrazia. Se alla riduzione delle quote di potere distribuite in nome del pluralismo di pensiero dovesse corrispondere la progressiva scomparsa delle inutili invettive contro l’ultimo mostro sventra-ragazzine, o delle elencazioni delle presunte pratiche sessuali della madre di chi la pensa in maniera diversa da qualcun altro sull’ultimo singolo de Lo Stato Sociale, be’ allora chiamatemi pure Adolf-Fottuto-Hitler-Secondo, mettetemi un brand molto catchy alle spalle e lasciatemi alla testa di un esercito di fanatici pronti ad immolarsi per la causa del “non sei autorizzato a dire la tua su questa notizia”.

Quando parlo di immolarsi lo dico metaforicamente. Eventi recentissimi mi fanno contento del fatto che 360° non abbia una sede redazionale vera e propria in cui qualcuno possa irrompere a dire la sua sull’efficacia del processo di secolarizzazione.

Siccome questa è la sezione Cultura e Spettacolo del giornale, e tecnicamente si trova sotto la mia direzione, e di recente mi è stato fatto presente che questo non significa che io debba starmene solo a correggere le bozze altrui mentre ascolto con un sopracciglio alzato le più fresche e raffinate evoluzioni dell’electrofunk milanese, ho deciso di parlare di un fenomeno che ha investito tanto la Cultura quanto lo Spettacolo, che penso valga la pena analizzare.

Partiamo da principio. Nell’ultimo periodo due cantautori de noantri hanno deciso di congedarsi da questa valle di lacrime facendosi schioppare il cuore come l’involucro delle Kinder Colazione Più, lasciando dietro di sé un certo numero di parenti, amici e fan distrutti dal dolore, direttori di quotidiani che si contorcevano in preda ad orgasmi multipli ogniqualvolta fitte schiere di voyeur necrofili sgrillettavano le loro homepage in cerca di contenuti sempre più morbosamente aggiornati in un continuo squirting di post indicizzati e me, che stavo giocando a Fallout 3 ed ero all’oscuro di tutto.

Il punto è: la morte. Non ci sono più, non esistono. Né l’uno né l’altro, non torneranno mai più a scrivere o a suonare o a ordinare un Camogli in autogrill. È terribile, sul serio. Nel mondo in cui la medicina, la legge e il “cancella la cronologia” ci consentono di tornare indietro quasi su qualsiasi decisione potremmo aver preso nella nostra vita, un evento così antico e indissolubile dalla nostra esistenza è in grado di ricordarci nel peggiore dei modi che siamo solo sacchi di organi che si inventano uno scopo per sopravvivere. Sono morti. Solo che mentre alla morte del primo -in percentuale- è seguito un florilegio di ironia più o meno sagace, più o meno ridanciana, alla morte del secondo ci si è dovuti chiudere in una specie di contrizione obbligatoria da cui nessuno -neanche io, che stavo ancora giocando a Fallout 3- è stato autorizzato ad esimersi.

Mi chiedo quale sia la differenza. Non metto in dubbio che possa aver fatto la sua parte il fatto che, mentre uno dei due suonava con Pat Metheny, Chick Corea ed Eric Clapton spingendo prepotentemente il blues nell’Italia delle canzonette l’altro ci regalava melodie ed atmosfere mediterranee dal sapore quantomeno metrosexual suonate solo con strumenti equi e solidali come il dulcimer e il tubo della grondaia, ma nel mulino che vorrei, quando tiri le cuoia la gente poi può dividersi equamente in addii strappalacrime col caps lock e fini calembour sul significato botanico del tuo nome e cognome senza problemi etici di sorta.

Poi è successo che tre venditori di tappeti con un sistema valoriale in leggero attrito con quello dominante nel Paese mitteleuropeo in cui si trovavano hanno messo il passamontagna, imbracciato dei kalashnikov e hanno fatto calare con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno la giustizia del Profeta Maometto sulla testa di dodici persone, tra cui quattro vignettisti che -a parte ritrarre i loro riferimenti religiosi in atti che dovrebbero rimanere relegati nelle stanze di certi alberghetti di quart’ordine- sarebbero stati i primi a battersi per il loro diritto a preservare il loro primato di “Club popolare con l’amico immaginario più fico di tutti”.

Sono morti pure quelli. Solo che tra morire durante un live, o a cena nella più antica tradizione del Cluedo, e farlo sforacchiati da Karim-Cazzutissimo-Mungicapre-Spaccaculi passa una sottile linea di demarcazione, cioè la simbologia dell’evento. Ma il punto è sempre la morte. Non parlo di post dei sagaci Basil l’Investigatopo che gridano alla strage in green screen organizzata dai banchieri rettiliani massoni, o alla posizione dei radical dio-solo-sa-cosa che elencano puntigliosi il centinaio di morti quotidiane con cui le nostre assopite coscienze -a differenza delle loro- non empatizzano. Ho un fantastico ventisei in sociologia dei fenomeni politici che mi autorizza a sentirmi superiore ad entrambe le categorie, per la miseria. Quello che detesto -riguardo a tutti gli eventi sopracitati- è l’evangelizzazione forzata a cui si cerca di sottoporre il prossimo. Perché non si tratta di un punto di vista, ma di poterlo usare per avere più ragione dell’altro. È una cosa che mi fa diventare matto. Perché quando il punto è la morte, non penso ci sia un modo universalmente valido di reagire, il che dovrebbe essere piuttosto ovvio, ma evidentemente non lo è.

Perché quando ho scherzato su Mango c’erano adolescenti infoiate dal mio cinismo molto stylish che chiedevano quando fossi libero per prendere un caffè, e quando l’ho fatto con Pino Daniele il mio coinquilino ha promesso di picchiarmi nel sonno? Perché con i morti di Charlie Hebdo non si capisce se si possa fare o meno? L’elaborazione di un orrore così grande può passare per un percorso emotivo apparentemente illogico. È la stessa cosa che ti fa venire la ridarella al funerale di un parente, o che ti impedisce di guardare dall’altra parte quando passi davanti ad un incidente mortale in autostrada. Quando qualcuno grida al mostro granguignolesco che sghignazza dietro la tastiera e non ha un cuore perché non mette mi piace e condivide, a me viene solo da pensare al terrore che assale chi decide di nascondersi a se stesso per smettere di essere la scimmia che è, e giocare ad elevarsi a qualcosa di più, come se fosse più giusto, o si potesse fare per davvero.

Recitando il suo Gastone, Petrolini scherniva “Il bell’attore fotogenico, affranto, compunto, pallido di cipria e di vizio: vuoto. Senza orrore di se stesso”. L’identikit dei malati di protagonismo che pretenderebbero di bacchettare gli altrui conati emotivi. Siate sereni amici miei: la morte arriverà per tutti. È che quando arriva per l’arte, lascia questo brutto mondo un po’ più brutto e un po’ più solo di quanto faccia normalmente. Tutto qui. Ma possiamo andare avanti solo facendocene una ragione. E cercare quella ragione nel nostro essere umani, che in quanto tali muoiono, ma che soprattutto posseggono la capacità di ridere. Non ce lo possiamo risparmiare più di quanto ci possiamo risparmiare le erezioni, il muco e la diarrea. Ricky Gervais dice che si può scherzare su qualsiasi cosa, basta che la battuta sia buona. Io sono d’accordo con lui.

Una volta mio nonno mi aveva detto che quando fosse finita la sua vita, avremmo potuto disporre del suo cadavere come meglio credevamo. La sua coscienza sarebbe scomparsa comunque, chissà dove. Non gli sarebbe importato di essere sepolto dentro una bara di mogano, o gettato assieme ai rifiuti nel secchione dell’umido.

Il giorno che morì avrei pagato oro per vedere la faccia del netturbino.

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