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Married or dead”, insinua Zia March che, come ci tiene lei stessa a sottolineare, non avrà sempre ragione ma non ha mai torto.
Figlia, sposata o morta poteva essere una donna nel 1868. C’erano poche altre alternative. Bisognava saper cucire, essere ben educate, non ridere a sproposito, ma nemmeno troppo poco. Dovevi essere semplicemente come gli altri si aspettavano che tu fossi, aspettando in silenzio e pregando di poter trovare un marito ricco, o meglio, di essere scelta da un uomo facoltoso.

Ma com’era una donna che sceglieva di esistere per se stessa nel 1800? Louisa May Alcott, nel romanzo “Piccole Donne”, cerca proprio di fare questo. Disegnare la crescita e lo sviluppo di diverse sfaccettature dell’essere donna, lontana dalla lente di ingrandimento della società ottocentesca, realizzando un romanzo senza tempo che per più di cento anni ha ispirato le “piccole donne” di tutto il mondo e ha scandito periodicamente la settima arte, contando ben sette riadattamenti cinematografici.

Nel 2019 le “piccole donne” ritornano sul grande schermo con un riadattamento ad opera di Greta Gerwig, già famosa al pubblico per il capolavoro “Lady Bird” realizzato nel 2017. Gerwig, per questo ultimo ritorno, non poteva che scegliere un cast d’eccellenza: Saoirse Ronan (già protagonista di lady Bird) nel ruolo di Jo , Emma Watson in quello di Meg. Per i ruoli secondari, sono stati scelti nomi altrettanto di primo piano: La star di “Chiamami col tuo nome” Timothée Chalamet è Laurie, James Norton è John Brooke, Louis Garrel è Friedrich Bhaer, Chris Cooper è il nonno di Lurie e Meryl Streep (magnifica è dir poco ) è la temibile Zia March.

L’approccio scelto da Gerwig per realizzare questa ultima versione di un romanzo dai contenuti immortali è duplice. La linea narrativa a cui siamo abituati, quella che possiamo definire “classica” e alla quale sono rimasti fedeli i suoi predecessori, viene completamente scomposta e riassemblata usando come “legante” una lunga serie di flashback e voli pindarici fra presente e passato che risultano, ahimè, non sempre lineari.

Emma Watson, Saoirse Ronan, Eliza Scanlen and Florence Pugh in Columbia Pictures’ LITTLE WOMEN.

Questa nuova visione narrativa risulta essere più moderna e complessa togliendo sicuramente coesione e deludendo gli eterni nostalgici, ma riuscendo a mettere maggiormente a fuoco il personaggio che le sta più a cuore, ovvero Jo. La duplicità però non risulta essere solamente narrativa ma anche contenutistica. Il sistema a lente di ingrandimento che pone sul personaggio interpretato da Soirse Ronan, rende maggiormente esplicita la sovrapposizione fra protagonista del romanzo e autrice, fortemente voluta dalla regista rendendo così possibile un’immersione non solo in “Piccole donne”, ma anche nella mente di Louisa May Alcott.

Ci ritroviamo in un mondo femminista come quello che soggiace nelle pagine della Alcott, enfatizzato dalla sua stessa vita e dal punto di vista della regista, da sempre affascinata dalla lotta femminista e dalla ricerca di un posto in un mondo governato da uomini, mondo che imponeva nell’800, e ancora oggi, stereotipi e luoghi comuni troppo stretti per tutto quello che significa nella realtà essere donna.

Questa sua scelta di enfatizzare i desideri e le paure delle protagoniste risulta essere quella che forse maggiormente rende attuale questa rivisitazione del celebre romanzo. Ora che la coscienza della disparità di genere è nel suo momento più alto è giusto che tutto quello che comporta essere donna venga affrontato e messo in luce, forte e chiaro, senza usare sotterfugi o mezzi termini.
Gerwig usa “Piccole donne” come punto di partenza per risvegliare la coscienza popolare e per porre l’accento su ogni sfaccettatura, complessità e aspetto delle piccole donne del ventunesimo secolo.

Doveroso è dire che la pellicola non contiene solamente una riflessione sul ruolo della donna nei secoli, ma anche una sottile quanto geniale critica alla moderna industria cinematografica basata sul “e tutti vissero felici e contenti”. Il cambiamento di tono che subisce la narrazione , in questo modo crea una variazione brusca e netta fra prima e dopo, che sembra di guardare il finale di un’altro film, escamotage utilizzato per far capire al pubblico che l’happy ending non è sempre quello di cui abbiamo bisogno.

Questa rielaborazione di “Piccole donne” risulta essere sicuramente la più innovativa e complessa, stilisticamente e narrativamente parlando, riuscendo comunque a non lasciare insoddisfatti gli eterni romantici poiché la cura dell’estetica che traspare attraverso le parole di Louise May Alcott risulta invariata, dando vita a un piccolo capolavoro estetico e riflessivo che forse farebbe cambiare idea anche a zia March.

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