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Tutto è cambiato. Alcune cose torneranno come prima (più o meno), altre no. Torneranno i cori negli stadi, le file senza distanza di sicurezza nei supermercati, le domeniche pomeriggio al cinema. Ricomincerà la vita, per chi questa vita è riuscito a conservarla. I sopravvissuti, ma anche le città sopravvissute. Anch’esse possiedono un’anima. Possono ferirsi, soffrire, chiedere aiuto. Come Bergamo. Bergamo è l’esempio principale degli effetti irreversibili di questa epidemia. E la  risonanza è stata purtroppo assai minore – soprattutto all’estero – rispetto a quella che avrebbe avuto una tragedia simile a Roma o Milano.

Perché il virus, in un modo o nell’altro, alla fine scompare. Sono le cicatrici a rimanere, scavate nel cuore di questa nazione. E si risveglierà questo dolore, ogni volta che sentiremo la canzone dei pinguini tattici che porta il nome della città, vedremo le azioni corali dell’Atalanta e sentiremo le battute sagaci di Feltri (quello vero o quello “crozziano”). Era bellissima la campagna bergamasca nel cinema di Ermanno Olmi, contornata  dalle melodie di Bach. Ora rimbombano fredde soltanto le urla assordanti delle campane delle chiese, che chiedono pace per coloro che non ce l’hanno fatta. Davvero troppi. E ciò che maggiormente risulterebbe inaccettabile, sarebbe il ritardo con il quale è stata dichiarata “zona rossa”. Se vero, qualcuno -quando sarà il momento – dovrà pagare.

Ma, come accadde a Genova dopo il crollo del ponte, si potrà guarire una simile ferita esclusivamente attraverso la solidarietà e l’unità nazionale, non puntando il dito. Perché questa è una tragedia che coinvolge tutti gli italiani. Nessuno escluso. Per poi ripartire, chissà quando e chissà come. Ed allora, come recita il titolo del libro di Hemingway, non chiediamoci “per chi suona la campana”. Essa suona per noi.

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Caporedattore Cult Web per l’A.A. 2017/18 Vicedirettore responsabile Web 2019/20 Direttore per l’A.A. 2020/21