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La mia idea era quella di intervistarlo sulla gestione del patrimonio artistico italiano negli ultimi dieci anni e, dopo qualche domanda, tornarmene a casa ad intervista ultimata, da rivedere e confezionare per il giornale 360.

Ovviamente, non è andata così.

Sgarbi è eclettico, travolgente, acuto, curioso ed energico, geniale e allo stesso tempo estremamente complesso, difficile.

L’uragano della sua persona mi travolge così negli studi Mediaset del Palatino davanti ad una crema di caffè ed in meno di due ore sono nella sua macchina a Fiumicino con il suo autista ed il suo addetto stampa, con i suoi libri che riempiono praticamente ogni spazio vuoto dell’abitacolo, pronti a partire alla volta di Parma.

L’ho cercato per giorni. E se c’è una cosa che capisco immediatamente sin dall’inizio del viaggio è che il professor Vittorio Sgarbi non conosce tempo. Non solo perché, come certamente non è difficile immaginare per un intellettuale del suo calibro, non ne ha da buttar via – interviste di radio e giornali che lo cercano da tutta Italia e alle quali non si sottrae per non perdere mai la possibilità di dire la sua (lo inseguono da terra, mentre noi seguiamo lui, che è in aereo) – ma anche perché esigenze fondamentali che scandiscono i ritmi di un essere umano “normale” nella vita di tutti i giorni, come mangiare o dormire, per lui divengono assolutamente secondarie se non inutili di fronte alla sola possibilità di inseguire un dipinto veneziano, una scultura, un testo antico, esposti nella più importante fiera annuale dell’antiquariato che esista in Italia: “Il mercante in fiera” di Parma.

La sua, e adesso anche mia, agognata meta.

Durante il viaggio non faccio che pormi domande sulla mia presenza in quell’automobile. Il suo staff mi spiega che non c’è assolutamente nulla di strano: il professor Sgarbi, probabilmente incuriosito dalle mie domande, ha deciso di rendermi partecipe di quell’esperienza.

Durante il suo volo il professore ci tiene a sincerarsi che “la giornalista”, cioè io, sia in macchina con il suo staff. Certo che ci sono e con le cuffie riascolto quelle risposte che sono riuscita a strappargli davanti alla galeotta crema di caffè. Il sottofondo dei cucchiaini che sbattono sulle nostre tazzine, la mia, la sua, quelle del suo staff, la sua voce che mi definisce “figa metafisica” poco prima di iniziare, e improvvisamente mi accorgo di quanto fosse riduttivo, poco ambizioso il mio progetto di intervista iniziale.

Professor Sgarbi, la mia prima domanda riguarda la gestione del patrimonio artistico italiano, magari quello meridionale, diciamo negli ultimi cinque, dieci anni, da parte della politica, degli enti locali…cosa ne pensa? Rimpiange qualcosa, qualcuno, un progetto o una politica in particolare?

<< Il patrimonio artistico italiano è stato gestito in maniera corretta fino alla fine del fascismo. Dopo di che è iniziato un periodo inerte, che è quello che va dal 1946 al 1976, quando è nato il Ministero dei Beni Culturali che ha restituito al nostro patrimonio una certa autonomia rispetto all’Istruzione. Non so se fosse giusto. Forse era meglio tenerli insieme. Certamente, però, se pensiamo al Ministero del Patrimonio che c’è in Francia, ecco che emerge la visione tutta italiana del patrimonio. Noi del patrimonio culturale ed artistico abbiamo una visione tutta idealistica e non certamente patrimoniale, consideriamo il nostro patrimonio un elemento forse imprescindibile per la formazione, ma non certo per lo sviluppo. Questo dato ha portato, in quegli stessi anni, all’equivoco di pensare che il Meridione si dovesse sviluppare attraverso delle aree industriali, come Bagnoli, Ilva … Ed è stato un errore grave. Negli ultimi dieci o dodici anni si è presa coscienza di quell’errore. Dapprima Italia Nostra nel ‘59 si rende conto che l’Italia sta per essere sconvolta dall’edilizia selvaggia. In Italia ci sono 25 milioni di edifici costruiti, di cui ben 12 fino al 1959, e 13 milioni dal ‘59 ad oggi. Quindi abbiamo costruito praticamente qualunque cosa, qualsiasi merda, dovunque e con pochissimi elementi di architettura di rilievo. La nascita del Ministero dei Beni Culturali avviene in piena speculazione edilizia, corruzione, un’isola che sorge nel deserto di una catastrofe senza precedenti. Fino al 1948 l’Italia era il Paese più bello del mondo, dal ‘48 in avanti è diventato il più brutto, ma solo all’apparenza. Se vogliamo, dovunque in tutte le città, pur vedendo all’apparenza molte cose brutte più che cose belle, quest’ultime le raggiungiamo con una certa fatica, dove non sono state proprio distrutte. Ecco negli ultimi 15 anni è sorta questa consapevolezza…>>

Riusciamo a fare un esempio pratico?

<< Certamente. Confronto tra Siracusa e Noto. Si presenta la necessità di costruire in quell’area un impianto industriale. Vince la città più forte, che è Siracusa. Si costruisce quindi lì lo stabilimento di Priolo, che per la verità è una cosa che non si può guardare. La perdente Noto soffre inizialmente di non aver potuto fare la stessa cosa, ma in compenso nell’area dove doveva sorgere quello stabilimento industriale, ecco che si espande l’oasi di Vendicari, un patrimonio meraviglioso che vale mille volte di più. Capisce? Quello che all’epoca fu per Noto una sconfitta, è oggi una vittoria. Quello che all’epoca significò per Siracusa avanzamento, progresso industriale, un errore. Di colpo negli ultimi quindici anni assistiamo a questo ritorno alla sensibilità, alla consapevolezza del patrimonio naturale, artistico. Pensi sempre al fatto che nel dopoguerra l’alfabetizzazione non era così diffusa. Le élite che hanno costruito in quegli anni la bellezza d’Italia lo hanno fatto per un popolo del tutto ignaro ed inerte. Oggi quello stesso popolo, ignaro ed inerte, si è sì alfabetizzato, ma è esattamente ignaro come lo era prima. In compenso non ci sono più quelle élite. Tu pensa che esiste uno stile egizio, uno greco, uno romano, uno gotico, uno rinascimentale ed uno fascista…ma non c’è uno stile democristiano. Non c’è uno stile socialista. Perché? Perché finiti i tempi di quelle élites è nato un grande equivoco democratico, quello per cui le case popolari, che sono la merda della merda della merda, hanno sostituito il bello con l’utile. Abbiamo perduto il Bello per avere l’Utile. Oggi si inizia a capire che il Bello ha un valore anche economico. Ma un popolo alfabetizzato non è per ciò stesso sensibile al bello artistico. Il fallimento dell’arte contemporanea è in quelli che vedranno nell’orinatoio d’oro di Maurizio Cattelan, solo ed unicamente un orinatoio. Capisci? Oggi quella élite che un tempo produceva delle opere per pochi ma comprensibili da tutti, produce opere per pochi e comprensibili da pochi. Vuole venire con me a Verona? >>

Per vincere le mie riluttanze a partire subito, mi dice dove andremo, cosa mi perderei se non andassi con lui per rimanere a casa a studiare. E chiede di farmi fare un biglietto. La tentazione di seguirlo è troppo forte. Ma del resto mi aveva già convinta raccontandomi del Battistero di Giusto de Menabuoi di Padova e di quel santuario, nascosto da tutto il mondo, che un’altra studentessa di storia dell’arte si era persi …per studiare l’Argan.

Sono sempre nella sua macchina in viaggio verso Parma. Prima di andare tutti in albergo ci fermiamo a Bonavigo dove il Professore è stato invitato dalla Fondazione Mazzoleni ad una conferenza in occasione di un’esposizione di Andy Warhol. Anche lì il Professor Sgarbi, fino a tarda serata, riesce instancabilmente ad incantare una platea di persone. Quasi appena arrivata, dispiaciuta per essermelo perso, nel giardino davanti ad un bicchiere di prosecco conosco la conservatrice del Museo d’Orsay di Parigi, Beatrice Avanzi. Anche lei accompagnerà il professore all’esposizione antiquaria di domani a Parma, ed anche nei suoi grandi occhi chiari, quasi come in quelli del Professor Sgarbi, leggo una passione artistica, quel fervore quasi felino di svegliarsi presto all’indomani per andare a caccia di opere d’arte.

Per me l’antiquariato per intenditori, collezionisti ed amanti di opere d’arte è ormai inevitabilmente legato al colore azzurro, agli azzurri di Raffaello.

Azzurri sono infatti anche gli occhi di Giampaolo Cagnin, imprenditore di Parma, appassionato d’arte come gli altri. Anche lui, mi spiega, farà parte della squadra di domani. Non abbandonerà mai il professor Sgarbi, nessuno di loro lo farà. Troppo divertente e travolgente vederlo all’opera.

Dalla mattinata di giovedì, passiamo ore a muoverci tra gli stand dei venditori e in pochi minuti tutti lo guardano. Il professor Sgarbi, anche quest’anno, è a caccia. I suoi occhi si muovono freneticamente in cerca di qualcosa che sa esserci, ma che solo a lui potrebbe rivelarsi in tutta la sua grandezza. Non ha dormito molto, lo intuisco da quello che si dice il resto della compagnia. Ma questo non inficerà la sua caccia al dipinto. Di lì a poco scoprirò che non gli interessa nemmeno molto bere o mangiare e che, più difficile ancora, sarà staccarlo dagli stand, dai dipinti, per portarlo a fare un collegamento con una nota trasmissione televisiva che lo sta aspettando per una registrazione.

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Il professor Vittorio Sgarbi al Mercante in Fiera, fiera annuale dell’antiquariato di Parma.

Sgarbi ama l’arte, nel senso totalizzante che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo provato per un essere umano. E’ un amore malato, energico, quasi ossessivo, instancabile e geloso, che di per sé stesso lo tiene in piedi e gli dà vita, stancando invece il resto del mondo che non è come lui. E’ quell’amore che tiene svegli la notte o per ore in piedi senza mangiare. Un dipinto veneziano, una cassetta intagliata di inizio Novecento che lo hanno colpito in modo particolare. Cos’è il cibo a confronto?

Io, “figa metafisica” e ignorante, continuo a seguirlo tra gli stand. Lo vedo in tutta la sua naturalezza, travolto da quella passione che ormai non può nascondere più a nessuno. Lo ringrazio per questo. << L’ho portata con un cacciatore in terra di leoni … >> mi confessa.

Rifletto. In effetti la mia ingenua e assai poco ambiziosa intervista sulla gestione del patrimonio artistico italiano negli ultimi dieci anni si è in poche ore trasformata in un dipinto di Bazille, l’Atelier di Rue la Condamine, 1870, olio su tela, che è conservato proprio al Museo d’Orsay. Io ne faccio parte solo nel 2016. Inseguendo una compagnia di intenditori d’arte che Bazille non avrebbe mai potuto dipingere.

Alzo lo sguardo e vedo il professore che, finalmente, dopo aver vagato per ore tra padiglioni traboccanti di dipinti e teche, dorme su una poltrona di fronte alla telecamera spenta, poco prima del suo collegamento con gli studi della trasmissione da registrare. E’ tutto a posto, è umano.

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Il professor Sgarbi in attesa del collegamento per la registrazione di un’intervista televisiva, da uno stand della fiera di Parma

Al termine della registrazione, poco meno di un’ora, il Professore si alza e vede la fabbrica in via di disinstallamento: “Mi avete fatto perdere metà della fiera!”.

Errata corrige, non è umano. E’ Vittorio Sgarbi.

Fine prima parte della sua vita, almeno di quella cui mi è stato gentilmente concesso di assistere.

Figa Metafisica

 

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