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Pensare che le competizioni sportive siano l’unico luogo in cui l’uomo sia artefice della propria sorte, in cui sia proprio lui stesso a dare un rilevante contributo allo svolgimento e al coordinamento di una serie di eventi che porta, alla fine, al successo, è profondamente sbagliato. E’ fuori discussione che lo sport, in tutte le sue manifestazioni, sia il luogo in cui una persona può raggiungere risultati tramite l’impegno e il sacrificio, nel modo più oggettivo e concreto possibile, ma è anche innegabile che il tutto questo il destino giochi un ruolo inesorabile e preponderante.

La vittoria del diciassettesimo campionato NBA per la franchigia di Los Angeles ne è la prova: i Miami Heat non giocavano solo contro una squadra di basket, ma anche contro il fato.

Per capire meglio, dobbiamo fare un passo indietro, più precisamente a poco più di un anno fa: i Lakers, dopo aver concluso una pessima stagione, non raggiungendo per l’ennesima volta negli ultimi anni i playoff, si accingono a ripartire. Il primo anno in canotta giallo-viola per LeBron James non ha di sicuro rispecchiato le aspettative e, come era prevedibile, le critiche non si sono risparmiate. La squadra giocò una stagione travagliata, discreta all’inizio, ma complicata da lì in poi (a causa di un infortunio del numero 23), nonché piena di problemi di spogliatoio, che terminò con l’estromissione dai playoffs già a marzo. A Los Angeles non si respira aria di titolo da troppo tempo ormai ed è ora di riportare questa storica franchigia dove merita. E’ questo il compito di Davis, LeBron James, Caruso, Rondo, Caldwell-Pope e compagni, che si può riassumere nell’espressione “Revenge Season”.

La stagione 2019-20 inizia come una delle più competitive di sempre (specie ad ovest, come da copione). La franchigia di Los Angeles colleziona numerose vittorie e un record più che positivo fino a gennaio. Alla fine del mese, un evento segnerà per sempre la stagione in corso e la storia della pallacanestro: Kobe Briant e la figlia Gianna muoiono in un incidente aereo. Il giocatore che aveva dedicato vent’anni della sua vita a quella maglia, che aveva ispirato una generazione, che ha segnato la storia dell’NBA nel post Micheal Jordan, non c’è più. Il mondo della palla a spicchi è scosso. I giocatori giallo-viola vengono colpiti dall’evento e si uniscono facendosi una promessa: vincere il titolo per Kobe. Se prima era questione di rivincita, adesso è una questione morale.

A marzo il campionato viene sospeso a seguito della pandemia. Ma come cantava Lucio Dalla, il fato è come l’oceano, non lo puoi fermare, non lo puoi recintare. La ripresa è solo rimandata a tempi migliori.

A fine luglio, nella bolla di Orlando si conclude la fase regolare: ad ovest, con il punteggio di 52-19 si affermano i Lakers, ad est i Milwaukee Bucks dell’MVP Antetokounmpo. Iniziano i playoff e il percorso di LeBron e compagni fino alla finale prosegue a suon di triple doppie e vittorie rotonde contro Portland, Houston e Denver. A est, invece, sono i Miami Heat di Butler e Herro a prevalere e a superare in finale di conference i Boston Celtics.

Come sempre, numerose sono state le squadre eliminate immeritatamente o i giocatori che non sono riusciti ad arrivare fino in fondo. Molto spesso si tratta di trascinatori che nulla potevano contro altre corazzate. E’ stato un post-season, a mio avviso, che ha visto emergere dei leader giovani, talentuosi e, molto spesso, sorprendenti. Non posso non citare Luka Doncic, Donovan Mitchell, Jason Tatum, Giannis Antetokounmpo e Jamal Murray: questi hanno certamente contribuito a rendere l’esperienza nella bolla avvincente e non ho dubbi che saranno i protagonisti del futuro dell’NBA.

Tornando a noi. Che il destino sia dalla parte dei Lakers sembra evidente a tutti, ma ciò ovviamente non basta per negare il titolo a Miami. Gli Heat, infatti, sono stati di certo gli underdog delle finali. Basta conoscere la storia di ognuno di loro.

Partendo dal capitano, Jimmy Butler. Letteralmente rinato nella bolla di Orlando, il trentunenne di Houston ha uno dei vissuti (sportivi e non) che più affascina. Un’infanzia difficile affrontata da solo, il college, il draft e l’approdo in NBA ai Chicago Bulls, una franchigia con ambizioni di titolo. L’inizio non è dei migliori, ma con il tempo le sue statistiche migliorano e viene inserito nel miglior quintetto difensivo della stagione 2014-15. E’ costretto a salutare Chicago, ma dopo due stagioni deludenti con i Timberwolves prima e con i Sixers poi, viene individuato come un ragazzo scomodo. La svolta avviene quando, nel 2019, viene ingaggiato dalla franchigia che incarna i suoi valori: è lo stesso coach Spoelstra a richiederlo, in quanto lo considerava un leader, in campo e fuori, la persona giusta alla quale dare il pallone nei momenti scomodi.

Tyler Herro è il ragazzo giovane, la promessa. Non è un caso che viene preso sotto l’ala di Jimmy. Il rapporto che si crea fra i due è qualcosa di magico: un mentore e un allievo che ha tutto da imparare, ma che mette voglia, fiato e talento a servizio della squadra.

Goran Dragic, un altro veterano. Da guerriero resistente e resiliente, il dragone sloveno ha trascinato con le sue triple gli Heat sino alla finale. Un brutto infortunio alla caviglia ha pregiudicato le finali per lui e per la squadra e le lacrime versate durante una conferenza stampa sono la prova di cosa vuol dire sacrificarsi per la squadra.

Duncan Robinson, Bam Adebayo e Andre Iguodala, considerati scarti di altre squadre, esalatati da questa nuova esperienza.

Coach Spoelestra. Non si possono non spendere due parole per questo immenso allenatore, capace di comporre una squadra con degli automatismi eccellenti, con un leader azzeccato, con la giusta miscela fra esperti e giovani debuttanti. Chiunque ha notato nel DNA di questa squadra la mentalità del suo allenatore. L’essenza di ciò che rappresenta emerge dalle dichiarazioni in rilasciate in lacrime dopo gara 6: “Questa squadra, questo spogliatoio, quello che abbiamo fatto quest’anno resterà con noi per il resto della nostra vita. Fai questo lavoro nella speranza di poter entrare in contatto con persone speciali come quelle di questo gruppo. Parecchi giocatori hanno giocato nonostante non avrebbero dovuto essere in campo, e invece hanno voluto esserci, l’hanno fatto uno per l’altro”.

Dopo sei partite il titolo è andato ai Lakers. Ma Jimmy e i suoi non hanno mai mollato: lui stesso ha promesso ai suoi tifosi un titolo. Dall’altra parte LeBron chiude con una tripla doppia, l’ennesima di questo post season, e il premio come MVP di queste finali, il quarto personale (con tre squadre diverse, altro record battuto). I Lakers vincono il diciassettesimo titolo e raggiungono Boston. E, forse, è giusto così. Lo voleva il destino, lo volevano i Lakers e i loro tifosi, lo voleva lo stesso LeBron che dopo la vittoria in finale di Conference non si è accontentato, dicendo che “the job is not done, why do I have to celebrate?”. Lo voleva il destino. Perché doveva andare così.

Gli ultimi tre decenni si sono aperti con una vittoria dei Lakers: 2000, quando un Kobe ancora giovane, in coppia con Shaq, inaugurava l’era di Phil Jackson e del Three-peat; 2010, quando un maturo Kobe portava al trionfo i suoi in coppia, stavolta, con lo spagnolo Pau Gasol; 2020, l’anno in cui, sotto la stella del Black Mamba, l’anello NBA è tornato a casa; l’anno in cui, LeBron e Davis, trascinati dal suo spirito e dal suo ricordo, hanno reso omaggio per sempre allo sportivo più influente del nuovo millennio.

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