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Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.
(Paolo Borsellino)

Pierfrancesco Diliberto, oltre ad essere il grande amore impossibile della mia vita, è un sacco di altre cose: autore, conduttore televisivo e radiofonico, iena, attore, scrittore e regista.
Anche lui, nel corso della sua carriera, si è spesso occupato di mafia e legalità, e proprio di questo (e non solo) è stato invitato a parlare dai ragazzi di LEP, una delle tante associazioni della nostra università.

Pif varca i cancelli di Via Parenzo col suo motorino in un soleggiato sabato mattina. Prima della conferenza -e prima di farsi mettere in soggezione dalla professoressa Severino, che se la ride e si diverte quanto i suoi studenti- scambia quattro chiacchiere con i ragazzi di Luiss TV e noi di 360°.

Il ragazzo è un fiume in piena, vorrebbe dire così tante cose che finisce per incartarsi nei suoi stessi discorsi o dimenticarsi addirittura la domanda, ed io non la smetto un attimo di sorridere come una cretina al pensiero di star parlando con lui, che è una delle mie fonti d’ispirazione dai tempi delle medie.
Nascondo il nervosismo ascoltandolo assorta. E rimanendo rattrappita sulla poltrona in una posizione che mi ha trasformata nel Gobbo di Notre-Dame al femminile.
Comunque sia, il risultato non è male.

Collaborazioni a parte, cosa ha significato per te metterti per la prima volta seriamente dietro una telecamera per dirigere un film tutto tuo (La mafia uccide solo d’estate, 2013)?

Il mio sogno è sempre stato quello di fare il regista cinematografico. Avevo già avuto esperienze in passato, quindi non è stato particolarmente emozionante: ok, era il mio primo film ma non una cosa completamente nuova, per anni ho fatto televisione quindi è stato tutto più normale di quanto si possa pensare.
In realtà l’emozione avviene quando vedi il tuo lavoro fuori al cinema o lo proietti anche all’estero, sono andato dappertutto, tipo a New York, e il film è andato da solo a Tokyo e Pechino. Veramente ha fatto il giro del mondo, perché a Cinecittà ci sono una serie di enti che cercano di “spingere” ed organizzano festival sul cinema italiano nel mondo, in ogni paese straniero c’è un istituto italiano che fa eventi di questo tipo e spesso vanno molto bene, hanno successo, quindi l’emozione è stata più là che sul set.

Nella tua carriera hai lavorato in diversi ambiti dello spettacolo, ricoprendone altrettanti ruoli – dall’autore all’inviato ecc. -, anche in programmi dal format più “giovanile” ed accattivante come “Il Testimone”. Quanto è cambiata la scena televisiva, il modo di fare informazione ed anche il gusto/interesse dei telespettatori?

Eh, sai cos’è? E’ che io ho fatto e faccio un tipo di televisione che in realtà ha avuto un’evoluzione -come tutte le cose- però è stata un po’ sempre posizionata in maniera parallela alla televisione principale. Quando ho cominciato seriamente a lavorare a livello nazionale, stavano inaugurando il Grande Fratello e tutti si chiedevano che cosa sarebbe successo, come avrebbe cambiato la televisione tradizionale, poi invece è passato ed è arrivato, che so, l’Isola dei Famosi, e ancora dopo i talent . Quello è cambiato, però il mio modo di fare televisione è sempre stato quello, che non ha mai la prima serata ma che funziona evidentemente, visto che sono qua e ne parliamo (e meno male, ndr). Come dire, è come se il mio tipo tradizionale avesse uno “zoccolo duro” che c’è comunque, aldilà dei talent e di quello che va di moda nel palco principale.

Qual è stata la figura che più ti è rimasta impressa nel cuore, incontrata nel tuo percorso di vita e carriera? E quella più particolare, e magari anche un po’ stramba?

Queste sono domande a cui troverò risposta oggi pomeriggio, della serie “ah cavolo potevo dire questo”. Un nome preciso non te lo so dire, ora non ho la lucidità, però capita spesso di trovare elementi particolari. Cioè, chi sta nel mondo dello spettacolo non fa un lavoro “normale”, però spesso è più normale di quanto si possa pensare e quindi magari ti capita di incontrare il “grande” che invece è semplicissimo e viceversa quello che è quasi nulla all’interno del “giro” ma se la tira come se fosse il nuovo Frank Sinatra. Ti dovrei dire un nome ma non mi vengono, non mi ricordo.

Si parla da anni di sensibilizzazione, di lotta alla mafia e di promozione della legalità. Sicuramente la strada da fare è ancora lunga, ma pensi che, in questo ambito, si sia arrivati ad un buon punto? E cosa possiamo fare noi giovani, seppur nel nostro piccolo, per aiutare la società?

Per quanto riguarda la mafia siciliana sicuramente la situazione è migliorata. Questo non vuol dire che non ci sia più, però se vedi il protagonista del mio film e fai un paragone fra un Arturo di 10 anni negli anni ’70/’80 ed un bambino di 10 anni di oggi, obiettivamente va meglio. Ad ogni modo, non bisogna mollare, anzi, proprio ora bisogna dare il colpo, non ti dico finale, perché sarebbe troppo ottimista, ma continuare la lotta. Purtroppo in Italia si vive sempre in emergenza. Quando c’è l’emergenza mafia si fanno le cose, poi tutto apparentemente passa, e quindi l’anticorpo diminuisce.
Cosa bisogna fare? Questa è una domanda a cui rispondere è sempre difficile. Il problema è che non verrà mai un mafioso a dirti “uccidi quella persona”. La mafia ti frega nei piccoli compromessi quotidiani, ed è lì che bisogna banalmente agire. Parlando di Palermo, lì c’è un evidente sistema di controllo dei parcheggi e già non pagare il parcheggiatore abusivo sarebbe buono, perché se quest’uomo lo fosse per i fatti suoi, vedrei il tutto come un’elemosina, ma in realtà si vede che è un sistema dove sopra c’è un capo comandato da un altro capo, poi ci sarà sicuramente un altro capo e così via, in un sistema mafioso infinito. Insomma, già quello sarebbe una piccola cosa . Inoltre, sempre a Palermo, se ti fregano il motorino la prima cosa che fai non è andare dai carabinieri a denunciare, ma dal mafioso della zona che con una specie di riscatto te lo rivende. L’atto in sé è grave, ma non gravissimo. La gravità è riconoscere il loro potere, il loro dominio: quello è l’atto grave, perché il mafioso vuole essere riconosciuto come capo della zona, per poter comandare tutti a bacchetta. Bisogna evitare di fare quello. So che è difficile, perché il piccolo compromesso, soprattutto in Italia, ti rende la vita un po’ più facile…
Poi insomma, questa era una domanda difficilissima, ci sarebbe tanto altro da dire.

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Beatrice,20 anni. Scrivo quando mi va, faccio foto a tempo perso, vado ai concerti per sentirmi viva, viaggio se possibile. Un ansiolitico ogni tanto non mi farebbe male.