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Il cinema, quando ci ha raccontato il gioco degli scacchi, l’ha sempre fatto in maniera metaforica.

La partita di scacchi come scontro col nostro ineluttabile destino.

Ne “Il settimo sigillo” l’avversario era la Morte, in “2001 – Odissea nello spazio” l’intelligenza artificiale.

Avversari inarrivabili per l’uomo, destinato ad andare incontro al suo tragico destino. Davide contro Golia.

Nella serie tv – targata Netflix – “La regina degli scacchi” (in lingua originale “Queen’s gambit”), è proprio la protagonista che presenta una superiorità naturale rispetto agli altri giocatori, quasi uno scontro fra umano e divino.

L’ordinario contro lo straordinario, la mediocrità contro l’eccellenza, la teoria meticolosa contro il genio incondizionato.  

Amiel disse che

“fare facilmente ciò che gli altri trovano difficile è talento; fare ciò che è impossibile al talento è genio”

Amiel

E di questa abilità cristallina, la nostra Beth (sin dagli anni dell’orfanotrofio) ne farà un’ossessione, una ragione di vita, facendo sembrare naturale ciò che per gli altri è impossibile. Visualizzando, nella sua immaginazione, un logaritmo di mosse e combinazioni vincenti, come affacciando lo sguardo in un’ampia prateria, laddove l’avversario riesce a stento a vedere una strada stretta e buia.

Stavo studiando per capire i miei punti deboli”, dice, rivolgendosi alla madre adottiva. “E non ne ho”.

L’attrice che la interpreta (Anya Taylor-Joy) è bravissima a restituirci tutte le psicosi di una mente che non riesce a mantenere un solido equilibrio tra le sue doti e le sue malinconie, tra il talento e l’inadeguatezza, tra la consapevolezza dei propri mezzi e la costante insoddisfazione.

E la nostra eccentrica, apparentemente cinica “regina degli scacchi” sembra trovare nella perfezione agonistica un modo per appagare i propri istinti primordiali repressi (a partire da quello sessuale). Ritrovandosi perennemente schiacciata fra genio e dipendenza (dai tranquillanti e dall’alcol). 

D’altronde non sono pochi i campioni, nel mondo dello sport, che sono stati sconfitti solo dagli eccessi, come Maradona e George Best, o che sono stati soffocati da una vita privata travagliata, come O.J. Simpson.

E anche se le “mosse” che farà la trama spesso si possono intuire, alla fine della partita (e della serie) rimangono impresse tanto la genialità di questa ragazza-prodigio, quanto la sua fragile umanità, che la rende simile a tutti noi. E che, senza che ce ne rendiamo conto, ce ne fa – inevitabilmente – affezionare.

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Caporedattore Cult Web per l’A.A. 2017/18 Vicedirettore responsabile Web 2019/20 Direttore per l’A.A. 2020/21