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<<Fermi tutti. Ritiro le mie dimissioni>>.

La frase che nei giorni scorsi ha probabilmente riecheggiato più volte e con vigore tra le mura fredde del Campidoglio, l’atteso ripensamento di un sindaco ormai al tramonto della sua Ingloriosa Era, dev’essere sembrata ai suoi fedeli ed oppositori, più che altro una minaccia o un macabro scherzo, l’ultimo disperato ed ostinato gesto di passione di Ignazio Marino.

Eppure è proprio tra gli slogan <<Siamo realisti, vogliamo l’impossibile>> e <<Non vi deluderò>>, pronunciati dal balcone del Campidoglio, che Ignazio Marino s’illudeva ancora una volta di sedere sullo scranno di Primo Cittadino, di spazzare via in un attimo dalla coscienza collettiva gli scandali che hanno abbattuto a colpi di scure la sua stessa credibilità.

Dall’inchiesta Mafia Capitale a quelle targate ATAC ed Ama, dall’ultimo funerale dei Casamonica, che hanno bloccato la città con la connivenza delle forze dell’ordine mentre lui era in America (e no, non quella volta che papa Francesco non lo aveva invitato come il Santo Padre ha tenuto a specificare), fino alle ultime indagini della Procura sugli scontrini della vergogna; il nome di Marino ricorrerebbe in più fascicoli e forse non solo come quello di semplice persona informata sui fatti.

Dopo tutto questo, Marino s’illudeva insomma di riproporsi, di ripresentarsi ancora una volta, come homo novus della politica romana.
Ma nella giornata di ieri, per bloccare il suo piano di rientro, ce l’hanno messa tutti davvero tutta.
In mattinata Ignazio Marino riceve un avviso di garanzia per peculato: le contestazioni della Procura di Roma sono su alcune spese da lui sostenute facendo indebito utilizzo di denaro pubblico , direttamente con la carta di credito del Campidoglio.
Non più falso dunque, ma peculato.

E come se non bastasse poco dopo, è il suo stesso avvocato Enzo Musco a ricordare con l’occasione di quella inchiesta ancora in corso a carico del suo assistito, stavolta per truffa, sulle assunzioni fantasma all’interno di una Onlus, e per la quale non vi è stata in realtà alcuna richiesta di archiviazione.

Ma l’ostinazione di un chirurgo è dura a morire.

Trinceratosi nell’Auditorium, dove siede circondato da un’orda di giornalisti e curiosi, Marino urla allo scandalo con lucida e fredda disperazione e chiede il confronto con la sua amministrazione in Consiglio Comunale, occhi negli occhi, in nome della democrazia.

Nessuno lo asseconda, ovviamente.

Perché a nessuno degli uomini che sedeva in Campidoglio con lui, interessano davvero le parole di Ignazio Marino, uomo rimasto solo, candidato e poi cacciato, abbandonato dal suo stesso Partito Democratico che però stavolta il confronto democratico non lo vuole.

Lui insiste. Sulle indagini della Procura che definisce un atto dovuto, si dichiara innocente: <<Non ho mai speso soldi pubblici a fini privati, semmai il contrario…>>

Così è l’ultimo baluardo di salvezza a mandare via quest’uomo, quello stratagemma burocratico che lui stesso temeva, che ha finito così per mettere un punto definitivo alle interminabili, ultime e lentissime ore di Passione.

E mentre Marino continua a richiamare i suoi al confronto istituzionale in Aula Giulio Cesare, i consiglieri comunali hanno già preso la temuta decisione: dare il colpo di grazia a questa amministrazione, un vegetale ormai attaccato ad una macchina d’ossigeno stracolma di belle promesse, vuoti istituzionali e scandali giudiziari, presentando le dimissioni in blocco.

Da mezzogiorno di ieri, inizia così lo stillicidio di Via del Tritone.

I consiglieri comunali giungono uno alla volta e si rendono disponibili di fronte ad un notaio a rassegnare formalmente le loro dimissioni in Campidoglio.
Ne sarebbero bastate 25, ma già prima delle quattro di ieri pomeriggio si parlava di ben 26 firme. Una in più rispetto al quorum richiesto dalla legge.

Ventisei coltellate,19 di mano Pd ed una inferta dalla sua stessa Lista Civica, che si sono brutalmente abbattute sulla schiena di un sindaco inerme, ormai privo di forze, già dimissionario ma non per questo meno colpevole, meno ostinato, e che anzi ha orgogliosamente resistito nei suoi ultimi minuti di Passione.

Roma assiste così attonita intorno alle 18 di ieri sera allo scioglimento automatico e formale delle sue assemblee elettive.

Finalmente, Marino non è più sindaco.

Le attenzioni di tutti si spostano quindi sul prefetto Gabrielli.

Stavolta sarà d’obbligo infatti la nomina istituzionale di un commissario speciale, che sarà, pare, Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano, che giungerà domani a Roma per ratificarla.

Ma non è così che finisce la Passione.

Non dall’alto di una croce, ma dall’Auditorium, Marino convoca una conferenza stampa: per lui è di cruciale importanza dire tutto quello che nessuno gli ha permesso ancora di dire a viso aperto

alla Sua Giunta, ai Suoi Assessori, ai Suoi Consiglieri in Assemblea, e in generale a tutta Roma e ai suoi elettori di due anni fa:
<<Ho ostinatamente chiesto il confronto in Assemblea capitolina ma questo diritto mi è stato negato, e mi chiedo ancora perchè…>>.

Esordisce così Ignazio Marino ed aggiunge: <<I consiglieri hanno preferito sottomettersi e dimettersi, hanno preferito andare dal notaio, e non avere un vero dibattito con me, un confronto democratico in Aula…>>.

Nel corso del suo discorso fa più volte riferimento a questa pugnalata del notaio, che non gli va proprio giù, a lui che lo conosce solo per le compravendite il notaio, e la politica invece non è cosa che si vende e si compra così, come una macchina.

Poi rivolge innanzitutto un ringraziamento a chi con lui ha partecipato all’amministrazione della città, per aver partecipato a grandi anni di cambiamento, ad anni di svolta, in cui Roma è tornata, a suo grottesco dire, virtuosa; anni in cui nelle casse comunali sono state ripianate perdite e debiti ereditati dal centrodestra.
Ma Marino si sente tradito già agli inizi del suo mandato: non gli è piaciuta quella storia della panda rossa, ed in generale che i giornali hanno detto della sua amministrazione solo quel che gli piaceva raccontare.

Infine, prima che termini la Passione, si rivolge disperatamente ai Suoi e, come da rito, chiede perché, perché mi avete abbandonato?

<<Cosa di quel Programma Politico firmato insieme due anni fa, non è forse stato rispettato o attuato?>>

Forse nessuno di loro risponderà mai ad Ignazio.

Ma quando un giornalista gli chiede cosa farà della sua vita, se mai ritornerà in politica, se resterà nel Pd che lo ha defenestrato oppure no, sì insomma se mai ci sarà una Resurrezione di Ignazio; quando in quel preciso momento le luci della Sala Stampa dell’Auditorium cominciano a spegnersi e riaccendersi ad intermittenza, ed Ignazio tenta allora di ironizzare con un <<Qualcuno sta cercando di sabotare la sua domanda… >>; allora in quel preciso momento, una domanda sorge spontanea persino nelle menti dei più scettici…

E se Ignazio Marino fosse davvero una vittima?

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