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Sono passati 14 anni da quando, nel 2007, la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea. È stato un  processo lungo e difficile, durato quasi dieci anni.  

Quasi venti anni prima, nel 1989, il coraggio e la forza del popolo rumeno aveva fatto cadere la dittatura di Ceaușescu, con una rivoluzione partita da Timișoara e arrivata velocemente a Bucarest. La Romania, da  allora, ha dovuto affrontare molte sfide, prima tra tutte la povertà in cui il regime comunista aveva costretto molte persone e da cui è stato difficile riprendersi, anche dopo la sua fine. Nel suo processo verso  l’Europeizzazione ha dovuto cambiare molte sue norme e leggi ed è in questo contesto che, dopo anni di  lotta, specialmente portati avanti dall’associazione Accept, finalmente l’omosessualità è stata depenalizzata. 

Dalla fine della Seconda mondiale, quando la Romania ha raggiunto la divisione territoriale attuale, la nazione è stata a lungo sotto l’influenza sovietica, fino a quando nei primi anni ’60 inizierà con le sue prime smanie di  autonomia, per approdare, se possibile, in una dittatura ancora più esasperante. Ceaușescu, divenuto capo  di partito nel 1965 e capo di Stato nel 1967, cercherà di sedurre l’Occidente condannando la rivolta di Praga, mentre in patria istaurerà una delle dittature più sanguinarie e repressive del secolo, lasciando versare la popolazione in una povertà estrema. È proprio nel 1968 che inasprirà le leggi contro l’omosessualità.  

Se già dal 1948 questa era illegale qualora provocasse scandalo, con il dittatore la legge viene ulteriormente inasprita, per cui si potevano rischiare fino a cinque anni di prigione per atti sessuali con persone dello stesso sesso, mentre se una persona si fosse definita omosessuale, evitando comunque di aver rapporti, sarebbe stata dichiarata malata di mente.

Non c’è però da stupirsi, se si considera che anche l’aborto era vietato durante il regime, alcune religioni erano soppresse mentre altre tollerate a stento, e la Chiesa ortodossa principale era sottomessa. Se per più di vent’anni, dunque, si era obbligati a vivere la propria sessualità in totale segreto e sotto grande minaccia, le cose non cambiarono da un giorno all’altro dopo la fine del regime.  

Negli anni ‘90 molti attivisti, primi tra tutti quelli dell’Associazione Accept, la prima formatasi in Romania,  iniziarono a combattere per la depenalizzazione, in un clima a loro totalmente ostile. Il regime comunista era un nemico ormai sconfitto, ma la Chiesa Ortodossa, tornata prepotente sulle scene dopo decenni di  limitazioni, rivendicava nuovamente il suo diritto a influenzare la mentalità delle persone.

In un clima chiuso, in un Paese indebitato e ancor più impoverito, la depenalizzazione dell’omosessualità non era all’ordine del  giorno per la maggior parte delle persone, ma lo era invece per tutti quelli costretti a vivere nel segreto e nella paura. È per questo che, dopo molte lotte, nel 1996 la discussione arriva finalmente in parlamento dove, invece dell’abolizione dell’articolo 200 emanato da Ceaușescu, si opta per reintrodurre la clausola dello “scandalo pubblico”, che va a costituire reato. Naturalmente, gli attivisti non si arresero facilmente, e nel 1997 lanciarono una nuova campagna nazionale e internazionale. 

Il 1996 è comunque un anno che vede il raggiungimento di un grande traguardo: viene infatti introdotto il  diritto per le persone transgender di cambiare il sesso biologico. Nel 2000 viene introdotta una legge che vieta la discriminazione per orientamento sessuale soltanto nel mondo del lavoro e nella fruizione dei servizi  pubblici, e sarà il primo passo per l’abrogazione dell’articolo 200, che avverrà due anni dopo, con le prime  trattative per l’ingresso in Unione Europea. Continuando, sulla spinta dell’Europeizzazione, e verso il riconoscimento dei diritti civili, nel 2005 viene equiparata l’età del consenso e nel 2006 viene vietata ogni forma di discriminazione e odio.  

Se quindi i primi anni del 2000 sono protagonisti di un cambiamento radicale, nel 2015 la forza che, sull’onda  dell’Europeizzazione, avevo spinto verso alcuni progressi e che faceva sperare per un suo proseguo, subisce una brusca frenata. L’associazione Coaliția pentru Familie inizierà a raccogliere firme per indire un referendum per inserire nella Costituzione il divieto esplicito di matrimoni omosessuali.

La proposta verrà sostenuta da 3 milioni di firme e darà adito a nuove ondate di odio e discriminazione. Il referendum, avendo  ottenuto le firme necessarie, verrà indetto ma subirà un fragoroso fallimento. Soltanto il 20% della  popolazione si recherà alle urne, non raggiungendo quindi il quorum del 30%. Alle urne si sono recati 3,7 milioni di persone, soltanto 700 mila in più di quante abbiano firmato per  renderlo possibile. 

Secondo l’Equaldext, possiamo vedere come allo stato attuale, la discriminazione e i discorsi di odio siano  vietati e come sia possibile per le persone omosessuali accedere al servizio militare. È ancora lontano però il  momento in cui unioni civili, matrimonio e adozione possano essere riconosciute. Lontano è anche il  cambiamento di mentalità generale.

Secondo il World Values Survey, il 53,7% delle persone alla domanda “chi non vorresti avere come vicino di casa”, menziona persone omosessuali e il 74%, secondo il Pew Research Center, sono contrari al matrimonio tra due persone dello stesso sesso. Quello che poi risulta palese, consultando l’Equaldext, è che almeno metà della popolazione non vede di buon occhio l’omosessualità. 

Ad oggi, vige ancora il divieto di parlare di omosessualità – e in generale di ogni tematica legata all’affettività e al sesso – nelle scuole, con specifico divieto di trattare tematiche gender nelle università, limitando di molto quindi il diritto ad una educazione laica e libera. 

La mentalità comune è ancora lontana dal voler garantire pari diritti. Secondo l’Eurobarometro, infatti, soltanto il 38% della popolazione è favorevole a garantire gli stessi diritti alla comunità LGBT+. Nonostante questo, è da sottolineare la tenacia e la perseveranza con cui gli attivisti continuino a battersi per il riconoscimento dei diritti, specialmente riguardo le unioni civili e il matrimonio

L’Associazione Accept, la più importante e la prima a nascere, negli anni ‘90, è stata anche la prima ad organizzare, nel 2005, il Pride. Fin dagli esordi, è sempre stata attiva, proponendo eventi, rassegne cinematografiche, progetti. È stata anche quest’anno leader nell’organizzazione del Pride, che si è  tenuto rispettando le norme vigenti sul Covid e ha visto un grande afflusso di persone e nessuna contromanifestazione. 

Questa, come altre associazioni, si trovano soltanto nelle città come Bucarest e Cluj Napoca, mentre nei  piccoli paesi si è ben lontani dallo sviluppare attività di informazione, apertura e ricerca circa le tematiche LGBTQ+. Consci del divario enorme tra piccole realtà e la capitale, è utile comunque segnalare come a Bucarest si possano trovare gay bar e club, come Thor, Qp Club, Control, e stiano nascendo nuove associazioni come MozaiQ, attive nella promozione di diritti ed eventi. 

Per concludere, come molti studi hanno già analizzato, la spinta del riconoscimento dei diritti LGBTQ+ è avvenuta anche grazie all’integrazione nella comunità europea e agli attivisti rumeni. Sia sotto il piano giuridico, che soprattutto a livello di mentalità, c’è comunque molta strada da fare per poter equiparare la Romania ai Paesi dell’Europa occidentale.

Questo comunque non può essere per noi italiani motivo di discriminazione o vanto, ma bensì dovrebbe essere un grande spunto di  riflessione. Se addirittura un Paese che fino a poco più di vent’anni fa considerava l’omosessualità un crimine ha introdotto un reato che punisce odio e discriminazione specifici per i membri della comunità LGBTQ+, cosa sta ancora aspettando l’Italia per fare lo stesso passo?

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