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E’ stata una due-giorni molto intensa e piena di tensione, quella trascorsa dagli abitanti del Regno Unito tra la notte del 23 e la giornata del 24 giugno 2016.

Tensione avvertita soprattutto da chi, fino all’ultimo, ha sperato nella vittoria del Remain; come i molti giovani studenti universitari radunati alla LSE di Londra (London School of Economics) il 23 notte al solo scopo di seguire in diretta TV (e in compagnia) i risultati del referendumOltre ai tanti studenti, alla LSE quella sera erano presenti anche imprenditori, politici, membri dell’ufficio di Londra del Parlamento europeo e professori emeriti, oltre alla tanta stampa internazionale.  

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Sono appena le 22 in Gran Bretagna, hanno da poco chiuso i seggi. Lo spoglio inizia immediatamente, ma prima che escano i primi risultati passa circa un’ora. Gli occhi dei molti presenti sono già puntati ai due megaschermi allestiti alla LSE, con accese le dirette BBC e Sky News. L’atmosfera è tranquilla, si mangia, si beve, si parla di politica, mentre la stampa si raduna in diverse postazioni per preparare i collegamenti con i vari paesi da cui proviene.

Ore 22.24: Nigel Farage, leader del partito indipendentista britannico e della campagna per il Leave, intervistato da Sky News ammette dal quartier generale dell’UKIP che “forse il Remain ce la farà”. Qualcuno dei presenti ride, ma il conteggio è appena iniziato, non vi è alcuna base per rilasciare dichiarazioni di alcun tipo.

Eppure Farage qualcosa di giusto sembra dirlo: “sconfitta o vittoria l’Europa non sarà più la stessa”. Su questo forse ha ragione.

Ore 23.15 circa: la stampa internazionale presente è nervosa per via di una exit polls di YouGov non prevista. In Gran Bretagna infatti non sono normalmente previste. Eppure, un sondaggio di YouGov dell 23.10 da un 52% al si all’Europa, ma si dubita dell’affidabilità del risultato..

Al quartiere generale dell’Ukip sembrano quasi alzare bandiera bianca, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Per tutti e due i fronti.

Ore 23.49: iniziano ad uscire i primi dati sull’affluenza, stimata sopra il 79%. E’ record di affluenza per lo UK.

Ore 23.58: altro sondaggio inaspettato, stavolta di Ipsos Mori, che da 54% al Remain contro 46% Leave. Qualcuno della stampa mormora che sia di mercoledì.

Ore 00.20 circa: hanno sospeso il conteggio. Al quartier generale si tiene un minuto di silenzio per la labourista uccisa Jo Cox.

Nel mentre, nella sala adiacente a quella della stampa si tengono una serie di conferenze a tema referendum organizzate da LSE, a cui prendono parte importanti figure istituzionali. Entro nello Sheikh Zayed Theatre, dove si sta svolgendo una conferenza sulle conseguenze legali che una eventuale Brexit avrebbe sul panorama europeo. Dietro agli speaker è stato allestito un mega-schermo che segue la diretta Sky News. Improvvisamente, lo schermo attira molto più interesse della conferenza stessa: LIVE da Gibilterra, dove stanno per essere annunciati i primi risultati. 

Usciamo per seguire l’annuncio in diretta dalla sala stampa.

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I risultati da Gibilterra sono quasi scontati: IN 95.9%, OUT 4.1%. La folla in sala LSE già esulta. Da Sky News il collegamento va subito al quartier generale dell’Ukip dove un Farage imbarazzato non sa bene come rispondere e ribadisce che “forse il Remain ce la farà”. Il pubblico che segue dalla LSE ride davanti al megaschermo.

Vengo intervistata brevemente da quella che è probabilmente una rete scandinava. La giornalista si avvicina a me e ai miei colleghi, eccitata; chiede se ho votato Remain, e se sono felice della votazione di Gibilterra. Rispondo che è troppo presto per sapere come andrà a finire, mentre altri rispondono di essere per la permanenza del Regno Unito nell’Unione.

Ore 00.32: l’annuncio dei risultati delle varie zone procede più velocemente del previsto. A quello da Gibilterra, seguono i voti pro-Europa delle Orkney Islands e di Newcastle (quest’ultimo con un margine tra i due fronti strettissimo: 50.7% IN, 49.3% OUT).

Arriva il primo voto a favore del Leave. Sunderland votes OUT, 61% dei NO all’Europa contro il 38.3% dei SI. Ben l’80% ha votato per uscire dall’Unione Europea. Risultato atteso, per una zona con gravi problemi economici e di disoccupazione. Quello che sorprende è la percentuale, molto più alta dello stimato, di quanti abbiano votato per uscire.

Ore 01.02: ora a condurre è il fronte del Leave. Nel giro di una mezz’ora Swindon, Broxbourne e Kettering sono tra le zone che hanno votato OUT, per un totale di 8 su 382.

Ore 01.26: A rassicurare è la Scozia: Dundee ha votato per rimanere, così come altre zone scozzesi. Nessuna sorpresa: gli scozzesi sarebbero stati pronti ad annettersi all’UE anche in caso di secessione dalla Gran Bretagna.

Ore 01.40: i voti scrutinati sono solo un milione, il fronte del Leave è ancora avanti. Tra i presenti si mormora già delle conseguenze di una Brexit, molti decidono di lasciare la sala. Io e i miei colleghi ci ripetiamo che è ancora troppo presto per fare previsioni.

Nel frattempo Basildon annuncia di aver votato OUT, con più della metà dei voti.

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Ore 01.56: arriva il risultato dei voti della City of London, che vota IN. Londra ha votato per restare nell’Unione. Anche qui, forse, nessuna sorpresa, data la faccia multiculturale di Londra. Peccato che i voti da Londra siano solo 5000 circa.

Ore 02.01: Swansea, nel Galles, ha votato OUT. E’ un colpo durissimo, inaspettato. Si iniziano a sentire anche gli effetti sulla sterlina, che inizia a scendere precipitosamente: quota a 1.29 contro l’euro con una diminuzione del 1.43.

A un decimo dei collegi, si riporta che il 60% dell’Inghilterra ha votato per lasciare l’UE. In Scozia, il 61% ha votato per restare, mentre in Galles il Remain è in vantaggio per pochi voti. Il totale delle schede scrutinate è 50,5 per l’Europa, 49,5 per la Brexit. 

Reuters su Twitter riporta la sterlina ai minimi storici: -5%, è record.

L’evento a LSE è potuto durare solo fino alle 3 di notte. Sono uscita dall’Università con un misto di sensazioni: preoccupazione e dubbio, e la sola certezza che stavo vivendo una notte che sarebbe passata alla storia. Averla vissuta da Londra però, mi ha fatto capire quanto la capitale sia davvero “un’isola dentro un’isola” con una mentalità che è quasi frutto di “scontro” con quella dell’Inghilterra, del Galles, e di molte altre zone dello UK.

Sono tornata a casa con gli occhi incollati al cellulare, mentre seguivo la diretta Twitter con i nuovi risultati, e vedevo la città universitaria di Oxford votare IN.

Lo strappo con l’Europa è arrivato già dalle 4.30, quando era già chiaro un leggerissimo vantaggio del Leave. L’Europa ha perso in tutte le zone labouriste, e i voti di Scozia e Londra da soli non sono sufficienti ad arginare i voti di chi ha deciso per lasciare l’Unione Europea.

Nonostante il sonno, e la mia sveglia puntata per le 6.00, è stato impossibile non riuscire a seguire l’incredibile altalena di voti che si è prolungata fino alle 04.39, quando le dirette BBC e Sky News hanno annuciato “We’re Out, il Remain non può rimontare, la decisione presa nel 1975 di entrare a far parte del mercato unico è ora invertita“.

Con un 51,9% del Leave contro un 48,1% per il Remain, tra la notte del 23 e 24 giugno 2016, la Gran Bretagna usciva dall’Unione Europea, mentre patriottismo e populismo vincevano sopra il “sogno Europeo” di molti giovani e speranzosi.

Molti mi hanno chiesto se da qui ci si aspettava un risultato del genere. Rispondo di no, assolutamente, non ce lo si aspettava. Ma rispondo anche ribadendo che Londra non è la Gran Bretagna: basterebbe uscire e capire che i sentimenti cosmopoliti poco valgono in zone dell’Inghilterra o del Galles dove la crisi economica e la disoccupazione sono, a detta dei loro abitanti, “colpa delle imposizioni di Brexelles”, e dove il “sogno Europeo” è una bella illusione che appartiene agli anni 70.

Io, dal canto mio, ho aspettato un giorno pieno prima di postare qualcosa sui social, o dare commenti approfonditi ai tanti amici e colleghi che chiedevano un mio parere. Posso solo dire che il risultato del referendum non lascia una bella sensazione per un giovane studente universitario venuto a studiare in Inghilterra: ci si quasi sente delusi, quasi rifiutati, e non si può che restare a guardare mentre qualcun’altro decide per te.

Ora, non ci resta che aspettare ancora: la decisione storica della Gran Bretagna apre ora un capitolo mai affrontato prima e pone una serie di interrogativi a cui solo il tempo e i negoziati futuri potranno dare (forse) risposta.

@AgostiniMea

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