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Siona Tali “Jonah” Lomu, può essere considerato l’uomo che ha reso il rugby uno sport, traghettandolo dai provinciali campi in terra, ai maestosi templi nei quali migliaia di spettatori oggi ammirano questo spettacolo. Nato il 12 maggio 1975 a Mangere dove rimanere lontano dai guai è impossibile e ogni giorno la vita te la devi conquistare per la strada. In quel sobborgo di Auckland forgia una tempra d’acciaio e un cuore di pietra, essenziali per stare lontano dai problemi, la valvola di sfogo dello sport è spesso l’unica via da seguire per “non tornare a casa su una macchina della polizia”. A 14 anni la madre lo iscrive al Wesley College, la scuola più antica della Nuova Zelanda, nella quale in ogni disciplina si cimenti risulta devastante. Per tutti è “la Bestia” destinata ad asfaltare qualsiasi avversario su una pista d’atletica. Poi un giorno del 1994, visto che si trova nella patria della palla ovale, partecipa anche ad un torneo nel quale è presente Laurie Mains, l’allenatore degli All Blacks. Per prima cosa va spostato nel ruolo di ala, dove può scatenare tutti i suoi cavalli, è un portento, un diamante grezzo pronto a splendere di luce propria. Il 26 giugno 1994, a soli 19 anni, esordisce con la maglia con la felce argentata sul petto, in una partita poi persa 22 a 8 contro la Francia, avrà modo di rifarsi.

Il 1995 è l’anno dei mondiali più attesi di tutta la storia del rugby. Si giocano in Sud Africa, finalmente liberata dal male del regime segregazionista. La corsa degli All Blacks non sembra poter avere freni così come quella di Jonah, che in semifinale contro l’Inghilterra decide che la può vincere anche da solo. Dopo un solo minuto riceve palla sul corridoio di sinistra, fa fuori con una “carezza” Tony Underwood, poi comincia a mulinare ad alta frequenza le gambe: fermare una locomotiva di 120 chili per due metri risulta impossibile. Ci prova Will Carling provandolo a falciare, Lomu barcolla e sembra cadere, ma ci vuole di più per abbatterlo. L’ultimo baluardo è Mike Catt che non può reggere il confronto e viene letteralmente investito. Più tardi dirà: “Non sarei mai rimasto in piedi senza il placcaggio, grazie al quale sono riuscito a ritrovare lo slancio per concludere in meta”. Proprio così perché per chi è cresciuto senza troppi privilegi, nel corso del tempo ha imparato a sfruttare ogni occasione per trasformarla in opportunità. La finale è quella che tutti avrebbero voluto, a Johannesburg si trovano di fronte Springboks e All Blacks, ma i maori hanno accusato dei malori nel prepartita. Non si trattava più di sport, il Sud Africa appena scampata dall’orlo della guerra civile non è pronta a subire un ulteriore sconfitta, vincerà ai tempi supplementari con un drop di Stransky. Ma Jonah la sfida più grande doveva ancora affrontarla, una malattia incurabile lo placca improvvisamente, gli viene diagnosticata una disfunzione renale, per la quale è necessario un trapianto. Lontano dai campi di gioco sembra quasi crescere la sua fama, quello che ha fatto vedere in 63 partite con la maglia della Nuova Zelanda è impresso nel cuore di tutti gli appassionati. Ancora adesso l’aurea di legenda continua ad avvolgere un personaggio mai realmente vincente a livello internazionale, ma che ha scritto le pagine più belle del rugby, i primi capitoli di uno sport che fino a quel momento era solo un sobborgo.

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