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In un’afosa estate tedesca degli anni ’30, prese luogo una delle prime olimpiadi passate alla storia, non solo per gli eventi accaduti, non solo per i personaggi, non solo per il periodo delicato, ma soprattutto perché vennero per la prima volta riprese dall’esperta cinepresa di Leni Riefenstahl. Siamo nel pieno del regime nazionalsocialista di Hitler il quale, due anni prima, coerentemente col suo programma di propaganda,affidato al suo braccio destro Joseph Goebbels, decise di ospitare i giochi nella capitale del suo impero: Berlino. Infatti, lo sport era già allora – meno di oggi – considerato grande strumento nelle mani di una nazione in crescita, per dimostrare a tutto il mondo il proprio splendore e la propria grandezza. Nel caso della Germania, una nazione distrutta dai trattati del primo dopoguerra e, indirettamente dalla crisi del ’29, era l’occasione per riaffacciarsi fra le potenze europee e mondiali.

 

A parlarne oggi, può creare un certo senso di stranezza e atipicità vedere dei giochi olimpici nella nazione che ha causato il conflitto più atroce che la storia abbia mai registrato. Ma se ci ponessimo nella prospettiva di chi stava per vivere quel momento, la sensazione era tutt’altra: quarantadue nazioni da tutto il mondo si sarebbero riunionite nella manifestazione sportiva con più seguito a livello globale. Lo sport come collante sociale e come motivo di aggregazione fra i popoli: ideologia e concetto quasi sconosciuto all’epoca.

 

In Italia sicuramente ricordammo positivamente quell’esperienza olimpica: gli atleti azzurri rientrarono in patria con 22 medaglie ( 8 d’oro ) e il quarto posto nel medagliere, sotto a Ungheria, Stati Uniti e Germania, paese ospitante. Momenti simbolici e significativi sicuramente furono numerosi: la prima medaglia d’oro di sempre di una donna italiana, la bolognese Trebisonda “Ondina” Valla, appena ventenne, che si aggiudicò il primato negli 80 metri ostacoli; la vittoria di Ulderico Sergo nel pugilato; lo strapotere nella scherma, che ci regalò tre ori complessivamente fra fioretto ( individuale e a squadre ) e spada; la nazionale di calcio conquista il posto più alto del podio dopo la vittoria nel mondiale due anni prima ( vincerà anche due anni dopo ).

 

E’ un’olimpiade, come spesso accadde, a sfondo politico, molto spesso polemico: è la storia di Werner Seelenbinder membro del Partito comunista tedesco, tra i più quotati atleti internazionali di lotta greco-romana del momento, già ricordato per non aver salutato Hitler dopo la vittoria nei campionati tedeschi, passò alla storia per aver minacciato il führer di fare un gesto plateale contro il reich qualora fosse risultato vincitore: “lo saluterò a modo mio. Se conquisto il podio, farà bene a non presentarsi.” Arrivò solamente quarto, sotto al podio.

 

Ma più di tutto, più di tutti, fu l’olimpiade di Jesse Owens. O meglio: fu l’olimpiade dell’amicizia, non solo sportiva, fra Jesse e Luz Long, atleta tedesco concorrente dell’americano. Jesse, cresciuto nell’Alabama nei primi anni del secolo, dopo un problema fisico non irrilevante,divenne il migliore nell’atletica leggera della sua regione a tal punto da essere chiamato dall’università dell’Ohio, dove ebbe l’opportunità di studiare e competere ( in particolar modo nei 100mt piani e nel salto in lungo, sue specialità). Ai campionati studenteschi del 1933, nel giro di quarantacinque minuti, abbatté ben quattro record: in particolare fece registrare sui 100mt piani un 9”4 da brividi.

Tre anni dopo si presentò quasi da favorito alle olimpiadi berlinesi dove nell’atletica leggera, la regina delle specialità, in un Olimpiastadion gremito di spettatori, si rivelò la stella dell’edizione. L’episodio più significativo fu quello delle batterie di salto in lungo: Jesse era fresco vincitore dei 100mt, ma dopo due salti nulli era entrato nel panico, e per la prima volta in vita sua ebbe paura di non riuscire ad arrivare in finale. In un tale momento di difficoltà, alle sue spalle si avvicinò Luz, che gli consigliò di saltare qualche centimetro prima della riga bianca. Jesse si fidò dell’amico e saltando raggiunse il minimo sindacabile per potersi qualificare in finale. Il gesto di Luz non verrà mai scordato da Jesse: l’atleta tedesco, infatti, non avrebbe mai voluto vincere una finale senza uno dei più forti nel panorama mondiale. Jesse vinse anche quella medaglia, mentre l’amico Luz arrivò secondo sul podio.

 

I due si tennero in contatto dopo l’olimpiade. Luz venne mandato al fronte, prima quello nordafricano nel 1942 e poi in Sicilia l’anno seguente, dove morì. Ma prima, in una celebre lettera, scrisse questo all’amico Jesse: «Dopo la guerra, va’ in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz». A dimostrazione di quanto, non importa in che rapporti due nazioni possano trovarsi in un dato momento storico, l’affetto e l’amore andranno sempre oltre tutto. È la dimostrazione che la vera amicizia non si lascia soffocare dalla politica o dal nazionalismo.

Jesse passerà alla storia come il primo atleta a portare a casa quattro ori nell’atletica leggera, ma Luz verrà ricordato come esempio di sport e portatore di quei valori tipici di un uomo “olimpico”.

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Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21