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Quando la redattrice di “Erasmus” mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla mia esperienza a Rotterdam, la mia prima risposta, istintiva, è stata NO, non scrivo. Ho pensato: come faccio in poche battute a raccontare tutto ciò che ho vissuto, a trasmettere, anche solo in minima parte, quello che ho provato stando lì?
Anche avessi avuto a disposizione un libro intero, neanche quello, forse, sarebbe bastato. Ne sarebbe uscito un racconto non veritiero, che non avrebbe reso giustizia ai miei mesi passati a R’dam, anzi, li avrebbe forse sviliti, svuotati.
Poi mi è venuta in mente una poesia dell’ olandese Jules Deelder su Rotterdam:

Rotterdam cannot be filmed / The images flash to quickly / Rotterdam does not have a past / And no old gable […] Rotterdam is no illusion / Created by the camera / Rotterdam cannot be filmed / Rotterdam is way too real.

Ed è stato davvero così, tutto troppo veloce, ma così reale e vero per essere filmato o descritto. Quei cinque mesi, da fine agosto a gennaio, sono volati via come fossero passate solo 24 ore. Questa metaforica giornata ha raccolto tutto: lezioni, esami, lavori di gruppo, feste, corridoi pieni di gente in un via vai continuo, corse in bicicletta, fiumi di birra, svomitazzi qua e là (pardon per il francesismo), cacciate dai locali, polizia che incombe, partite a paint ball, pianti, borse perse e ritrovate, denti rotti, autostop a sconosciuti. Insomma, un circo della vita.
Come sfondo la città di Rotterdam, bombardata durante la guerra e ricostruita, modernissima, piena di grattacieli e strade enormi. Bella, ma non di una bellezza storica come quella di Roma e neppure elegante come quella di Parigi. Rotterdam ha una bellezza a sé, di quelle che se non la vedi con i tuoi occhi non sai come raccontarla. Che non colpisce subito e che, forse, non potrà mai piacere a tutti. Città che è stata rasa al suolo e che giorno dopo giorno viene ricostruita, avanguardia dell’architettura, rappresenta il futuro ma con l’occhio rivolto al passato. Testimonianza di chi ha perso tutto ma non decide di arrendersi, bensì si reinventa.
Così, quando questa lunga giornata termina e la bolla esplode, si torna sulla terra. A quel punto, lo scontro con la realtà è duro. E non perché si cada in depressione, come molti dicono, ma perché bisogna ricominciare da zero, abituarsi a una nuova vita, che è fatta di responsabilità, ultimi esami, tesi. In una parola, bisogna iniziare a crescere. Abbandonare quel senso di libertà per capire cosa si vuole e dove si sta andando veramente.

E allora, alla fine del viaggio, vi dico cosa mi resta:
Eleonora, non io, ma l’altra. Il fatto che avessimo lo stesso nome faceva ridere, ora tutti credono che sia il nome più diffuso in Italia. Un nome in comune, ma due personalità completamente diverse, che però stanno bene insieme e, anzi, si completano. Senza di lei niente sarebbe stato lo stesso.
Leonardone, che si è preso cura di me e che ha fatto si che non tornassi sciupata. Forse mi ha fatto tornare più grassa. Più di un amico, ormai come un fratello.
Tiziano, cinese di Shangai. Il nome italiano, ovviamente, gliel’ho dato io. Si presenta dicendo che in Cina si subisce una forte pressione familiare e sociale, che l’unica cosa che conta è studiare. Immaginate come possa essere diventato. La metamorfosi.
Conor, gallese, che mi fa piangere e, abbracciandomi, mi dice: sei speciale, mi mancherai. Ti voglio bene, spero resteremo amici per sempre.
Le mie coinquiline orientali, che avevano paura di me. Le capisco, so che faccia ho la mattina.
Eva, danese, che alle cinque della mattina suona a pressione il campanello e si fa trovare in corridoio con una bicicletta. “Ti piace? L’ho comprata per strada a dieci euro”. (Lo ammetto, le orientali avevano qualche ragione).

Una colazione, che mi arriva a sorpresa, quando apro la porta. Un piatto pieno di cornetti e brioches al cioccolato.
Davidone, Chrissone, Lorenzone, per me tutti oni, senza i quali sarebbe mancato qualcosa.
Il Bed Club, già il nome un programma. Puntuale, ogni martedì.

Il Kapsalon. Patatine fritte, carne di maiale, insalata e maionese. Una bomba, dopo il Bed e prima del bed (quello vero).
La mia bici taglia baby, sulla quale all’inizio non sapevo neppure salire ma che mi ha accompagnato nelle mie (lente) corse ma che non mi ha fatto mai cadere. Perché se continui a pedalare da qualche parte arrivi.
L’ Hatta Building. La mia casa per cinque mesi, la residenza all’interno del campus. Teatro di festini e momenti indimenticabili. Ormai un luogo epico, esisterà davvero o è stato frutto della mia immaginazione? (Ogni tanto me lo domando).
L’ Erasmus University, che mi ha messo alla prova, migliorato e insegnato un metodo di studio diverso. E mi ha dato la consapevolezza che, noi studenti italiani, siamo meglio di come ci descrivono e in grado di affrontare qualsiasi difficoltà, raggiungendo ottimi risultati.
I Rotterdammers. Non i tifosi del Feyenoord, quelle bestie senza rispetto per città, storia e capolavori altrui. Ma tutte quelle persone gentili ( e ce ne sono molte) che mi hanno sorriso, parlato, aiutato.
Rotterdam, il luogo dove tutto è possibile. Una giungla di grattacieli, un po’isola che non c’è. Che mi manca ogni giorno.
Eleonora Fanfoni

Eleonora Fanfoni

 

 

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Bionda, bassa e sognatrice. Se è vero che ogni riccio è un capriccio, con me la vita non è mai noiosa. Mi definisco una “persona frenetica”, alla continua ricerca di nuovi stimoli. Il mio colore preferito è il verde, perché la speranza è l’ultima a morire! Le cose che preferisco fare sono: parlare, parlare e… parlare! Ma non temete, in caso di necessità, sono pronta ad ascoltare: ogni incontro, ogni viaggio, ogni situazione imprevista può essere fonte di arricchimento personale. I miei studi mi hanno portato verso il mondo della scienza politica poiché credo che, benché i più non lo vogliano ammettere, niente e nessuno le è immune. Spettacolo e cultura mi affascinano da sempre, in quanto mix perfetto di storia e sensibilità personale. Perché scrivere? Per dare modo a tutti di “vedere” (quasi) tutto: una pretesa impossibile, ma d’altronde la vita è una sfida continua.