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È possibile presentarsi su un palco senza nulla da dire, dirlo in modo pessimo e aggiudicarsi premi e seguito? Se me lo avessero chiesto prima del 2011 avrei risposto di no, facendo riferimento a una qualche meritocrazia musicale che premia chi davvero è in grado di trasmettere un messaggio. Ma, purtroppo, è stato proprio quell’anno che ho conosciuto Vasco Brondi, e sono per sempre tramontate le speranze che io, piccolo chitarrista tredicenne, nutrivo nei confronti della meritocrazia musicale sopracitata.

Le luci della centrale elettrica esordiscono nel 2008 (dopo un demo autoprodotto, ndr) con l’album Canzoni da spiaggia deturpata, un’opera caratterizzata da sonorità cupe e pulite, e dalla costante presenza della chitarra acustica. Tuttavia, non è questa l’unica costante riscontrabile in tutte le tracce: infatti, a metà di ciascun brano, Brondi smette di cantare e inizia a urlare il testo, e non usa più di quattro accordi. In poche parole, complimenti a chi l’ha prodotto (non a caso, Giorgio Canali), ma l’avrebbe potuto comporre chiunque.

Per non parlare dei testi: flussi di coscienza non meglio identificati, immagini che scorrono senza un senso e senza significato, prive di intensità e di qualsiasi intento comunicativo. “Centimetri tra le nostre bocche come un contratto andato a male, le istruzioni per abbracciarsi e per ballare tra gli scompartimenti delle metropolitane”: un testo del genere è comprensibile che piaccia alle ragazzette di quattordici anni che hanno per la prima volta a che fare con Tumblr e con i film drammatici sulla tossicodipendenza.

Ma non vedo come, superata quell’età, una persona possa davvero prendere sul serio questa grande strategia di mercato tirata su per dare un nome e un cognome all’indie italiano, con poco impegno nella composizione, ancor meno impegno tecnico, e un ottimo lavoro eseguito prima e dopo su ogni singolo suono.

Comunque, naturalmente, Canzoni da spiaggia deturpata si aggiudica la Targa Tenco, il premio FIMI, il premio MEI, il premio Musica & Dischi, e il premio Fuori dal Mucchio. Insomma, questo progetto ha davvero preso in giro chiunque, illudendo persino la critica che dietro quei testi scritti con il tasto centrale del correttore automatico di uno smartphone ci fosse un profondo significato, e un artista interessante e poliedrico, originale e da scoprire. Evidenti i riferimenti, nelle varie tracce, a Giovanni Lindo Ferretti, storico frontman dei CCCP, e Rino Gaetano, nella parte finale di Nei garage a Milano nord.

Il secondo album, Per ora noi la chiameremo felicità, è esattamente identico al primo. Chitarre acustiche, tristezza cronica, testi su cui è seriamente meglio sorvolare, e un seguito ancora maggiore. Insomma, un’ulteriore conferma della poca originalità e della scarsità di contenuti su cui il progetto si poggia.

Il terzo album, Costellazioni, rappresenta invece una svolta: dopo cinque anni, finalmente vediamo un minimo di contenuto, qualche connessione logica in più, quasi la parvenza di un messaggio, sonorità leggermente più fresche. Ma, ancora una volta, nulla di che. Quell’album è la terza conferma che investire sul nulla è un ottimo investimento.

In conclusione, il progetto Le luci della centrale elettrica è stato quello giusto, al momento giusto. In un periodo in cui leggere Bukowski è ritenuto leggere, ascoltare Vasco Brondi è equivalso ad ascoltare musica impegnata e seria.

Tanto di cappello, e solidarietà ai fan.

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