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Negli ultimi anni abbiamo avuto modo di assistere allo scoppio di una nuova tendenza che ha principalmente coinvolto i ragazzi (sempre stato così, sempre meglio ripeterlo): la musica indie. E, soprattutto in Italia, l’indie è riuscito, attraverso i suoi esponenti, a discostarsi da tutti gli altri generi esistenti, diventando un miscuglio non meglio identificato di sonorità eccessivamente banali e mai sentite prima d’ora. Ciò è avvenuto poiché l’indie può essere considerato un “genere” trasversale, un approccio diverso all’arte, una particolare sfumatura che tende a modificare o infrangere molte regole non scritte della musica (la necessità di una metrica precisa, la successione ordinata di versi in rima, la pulizia dei suoni). Dunque, l’indie non può essere propriamente considerato un genere in quanto non dipende dal prodotto finito, ma dal modo in cui lo si realizza, dalle intenzioni dell’artista.

E quale gruppo sarebbe migliore per cominciare a parlare di questa tendenza, se non L’officina della camomilla? Probabilmente possiamo annoverarla tra le band più controverse e non identificabili della scena indie italiana. Al primo ascolto, è inevitabile chiedersi di cosa stia parlando Francesco De Leo, perché stia staccando le sillabe, ma soprattutto quale utilità possa avere in pezzi del genere una seconda voce femminile, che nulla aggiunge e nulla toglie al prodotto finito: una canzone banale ed incomprensibile. Con L’officina, se ci si limitasse ad un puro giudizio musicale, probabilmente ne conseguirebbe un articolo censurato in trentasette paesi. Per fortuna però, superato quel muro di cemento armato interamente fatto di mediocrità musicale e compositiva, si giunge ad un approfondimento della conoscenza del gruppo che porta ad un’analisi, oserei dire, poetica: Francesco de Leo ama definirsi in bilico tra punk e melodico e sostiene che la Garrincha Dischi, casa discografica del gruppo, tenda ossessivamente ad ammorbidire le sonorità, preferire le chitarre acustiche alle elettrice, “pulire” il suono delle tastiere, limitare quello del basso e relegare la batteria, talvolta, ad un ruolo fortemente marginale. “Non credo di appartenere al filone imposto tipo Stato Sociale o L’Orso. Non trovo affinità. La cura per i suoni è molto scarsa, credo ci siano troppe forzature. L’Officina non è un gruppo pop. Con queste produzioni però, s’è fatto di tutto per farla diventare tale”.

Ma l’ascoltatore è spietato, ed è unico e sommo metro di misura della musica, dunque la dichiarazione del cantante risulta essere una manciata di parole buttate al vento, una semplice frase di autoconvincimento. Eppure, eppure… Quelle parole rilasciate nelle interviste restano nella mente di chi le ha ascoltate, e sorge spontanea dunque una domanda: ammesso che sia vero, dov’è il punk? Nel featuring con Lo stato sociale, La tua ragazza non ascolta i Beat Happening? Sarebbe una risposta, ma quello non è punk, è solo rock con influenze vagamente british e voci sporche che potrebbero far associare L’officina e Lo stato sociale ai primi lavori dei Verdena. Ma per arrivare ai livelli dei Verdena la strada è lunga, ci sono ancora tanti centri sociali in cui suonare, tanti periodi bui e tantissimi adolescenti che durante le superiori non fanno altro che cantare il pezzo più famoso del suddetto gruppo (Valvonauta). Personalmente, non ho mai sentito nessuno girare per i corridoi di quella che un tempo era la mia scuola cantando Un fiore per coltello.

Quindi, si ritorna al punto di partenza: dov’è il punk?

Tra quelle chitarre acustiche, quelle tastiere che suonano melodie in scala maggiore, apparentemente non c’è nulla che ci possa far pensare ai Ramones, ai Clash, agli Unseen, ai Rancid, né a qualsiasi altro gruppo punk (non pensate ai Green Day e ai Blink 182, quello non è punk, è pop con effetti di distorsione alla chitarra). Se negli strumenti non ce n’è alcuna traccia, non ci resta allora che fare caso ai testi: leggendoli, finalmente si riesce a trovare una risposta. A tal proposito, sarebbe opportuno fare riferimento anche al progetto solista di Francesco De Leo, Soutine Twist: un album interamente fatto di suoni registrati in varie parti d’Italia, che permettono al cantante di ripercorrere la sua intera vita. In quelle due ore di album ci sono cinque minuti di cantato, che definirei il manifesto poetico di Francesco De Leo. Un flusso di coscienza continuo, un susseguirsi di immagini concatenate tra loro, un testo, insomma, decisamente ostico e caratterizzato da collegamenti molto spesso immotivati o non facilmente comprensibili.

Si può tuttavia notare che, laddove non è ben chiara l’immagine che l’autore ha tentato di costruire, le parole usate hanno l’obiettivo di sopperire a questa mancanza di contenuto attraverso frequenti allitterazioni, solitamente composte da suoni stridenti o violentemente secchi, che catapultano l’ascoltatore in un’atmosfera precaria, sfuggente, quasi esplosiva, piena di dettagli minuscoli che vengono resi immensi, se non centrali, e di immensità ridotte ad essere nulla. Troviamo infatti, già nei primi versi, intere metropoli nel panorama degli anfibi, chicchi di vipera in un mare di mappe, fiori in rivolta a cannone stravolto, immagini eteree e inconsistenti che fondono il grande e il piccolo con giochi di parole che a volte riescono anche ad avere un effetto vagamente onomatopeico, aiutando così l’ascoltatore fin dal primo verso a sentirsi interamente circondato da queste realtà fuorimano, underground, o come direbbe il cantante drogastiche e alcoliche, in definitiva decisamente punk.

Alla luce di questa chiave di lettura, risultano di più facile interpretazione anche tutti gli altri pezzi prodotti con L’officina della camomilla. Molto probabilmente, l’intervento della casa discografica è benefico da questo punto di vista, poiché limita e contiene la confusione che deriverebbe spontaneamente da un abuso dell’effetto di distorsione, e permette ai testi ed alla particolare voce di De Leo di risaltare, rispondendo positivamente alle esigenze di mercato attraverso un suono pulito, chiaro, e smussato ulteriormente dalla presenza di una voce femminile. In conclusione, si può ritenere L’officina della camomilla un prodotto ben confezionato (so che indie vuol dire indipendente, ma ahimè la vera indipendenza non esiste nell’arte), dai suoni chiari e semplici, in netto contrasto con i testi ostici e che risultano finanche disturbanti alle orecchie di alcuni ascoltatori.

Un prodotto per tutti, da non consigliare a nessuno.

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