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“Ciao, sei sola?”. Ecco come esordì il vaso che, avvicinatosi all’acqua, la vide senza forma ne colore. Pensò subito che questa condizione la rendesse inevitabilmente triste e bisognosa d’affetto e d’aiuto.
Cautamente, lasciando i segni arancio scuro della terracotta sul pavimento di cemento, si avvicinò a quella che sembrava una pozzanghera. Invece, era molto di più: erano lacrime, sudore. Era acqua, solo acqua, ma ricca d’umanità.

Quel minuscolo lago si stava pian piano espandendo. Il vaso non sapeva cosa pensare, non sapeva come rendersi utile a quella che gli sembrava una vera e propria catastrofe in atto. L’acqua non riusciva ad esprimersi, affogava nel dolore e nelle lacrime che le bloccavano le parole proprio in gola. Il vaso si sentiva così inutile, addirittura in colpa: a quanto pare dal suo arrivo la situazione era solo peggiorata. Forse erano state le parole che aveva pronunciato così spontaneamente? Gli sembrava di essere stato gentile e sincero. Le donne gli parvero più che mai incomprensibili.

Decise di mettersi in una rientranza del muro, all’ombra, per non dare troppo nell’occhio. Cosa avrebbero pensato gli umani vedendo un vaso al centro di uno dei percorsi che erano soliti calpestare? Invece l’acqua passava inosservata, oltraggiata spesso da piedi maldestri ed incapaci di constatarne la purezza e la bellezza.

In quel piccolo spazio, a ridosso di un intonaco bianco che gli stava lasciando un sottile segno orizzontale sulla schiena, osservava la vita andare avanti. Anche la sua, in fondo, continuava a scorrere. Inesorabilmente, com’è giusto che sia. Ma l’acqua? Aveva la netta sensazione che il dolore avesse la straordinaria capacità di mettere in pausa questa inesorabilità. Il vaso pensava che dopo averlo provato, è un po’ come se si dovesse imparare di nuovo a respirare. Inspira, espira. Per recuperare quel tempo che forse è andato perso. Ma dentro di lui, qualcos’altro lo spingeva a pensare che quei secondi, minuti ed ore potevano essere recuperati in qualche modo. Non ne era sicuro, ma questo pensiero lo tormentava, mentre fissava l’acqua e sperava che lei potesse un giorno recuperarlo.

Non riusciva a rinunciare, non riusciva ad andare via. Voleva conoscere quella storia.
Finalmente, dopo quella che gli sembrò un’infinità, l’acqua si voltò verso di lui. Fu un movimento impercettibile. Ma lui, concentrato com’era su di lei, lo notò subito. Capì che doveva continuare a rimanere in silenzio, immobile, per poter ascoltare ciò che stava aspettando.

“È stata una delle sensazioni più strane ed assurde della mia vita, sai. Pensi di essere in un certo modo e poi, all’improvviso, si rompe. Il contenitore dico, si è rotto. Ed io, che pensavo di aver capito chi ero, mi sono ritrovata ad essere nessuno. Ho sentito vuoto e tanta, tanta tristezza. Non pretendo tu mi capisca, so che sei uno di loro. Ma in fondo se sei lì che mi guardi con quegli occhi grandi significa che hai voglia di sentire.”

Il vaso avrebbe voluto risponderle che si, era proprio così, aveva ragione. Che se solo gliene avesse dato l’opportunità si sarebbe avvicinato e avrebbe fatto il possibile per aiutarla. Ma non era ancora il momento. E l’acqua intanto continuava.

“Mi hanno sempre insegnato che la forma che avevo era la mia, capisci cosa intendo? Questo implica che rifletteva esattamente me stessa e non solo ciò che gli altri potevano percepire, ma proprio tutto tutto. Ed io, me ne ero convinta. Andavo in giro pensando di essere me, di avere una forma che mi si addicesse. Mi sentivo addirittura felice. Ma ci pensi? Felice.”

Quest’ultima frase fu accompagnata da una risata amara. Le lacrime non facevano più tremare la sua voce: il vaso sentiva che la parte più importante di quella storia stava per arrivare. Il dolore nelle donne agiva in questo modo misterioso: d’un tratto acquistavano cinque, dieci anni. Le guardi e pensi: c’è stato un cambiamento.

“Il rumore del coccio rotto mi è risuonato nelle orecchie per ore prima che arrivassi tu. Ed intanto non ho mai smesso di sentirmi nel panico. Mi sono sentita sola e vuota e così inadeguata. Senza identità. Quando sei arrivato, la tua frase ha semplicemente reso tutto più reale. E mi ha fatto male, molto male. Ma ora non fare quella faccia, non è colpa tua. Cosa puoi saperne? Tu sai cosa sei, non cambierai, sei nato così e potrà variare solo ciò che contieni. Mentre eri in silenzio però, ho capito che ciò che mi definiva, quindi, non era quello stupido vetro. Sono io, solo io. Capisci? Non devo adeguarmi a nulla. Il mio spirito è quello che io decido di essere. E non sono più disposta a costringermi in un contenitore, di alcun tipo. Ma non offenderti, non ce l’ho con te. È il concetto in generale… e penso che se ci rifletti un attimo potresti addirittura essere d’accordo con me. Certo, ciò metterebbe in gioco la tua utilità. Ma magari sei bravo anche a fare qualcos altro, no? In ogni caso, sento di essere pronta a vivere una nuova vita.”

Il vaso, ascoltando quelle parole, provò tanti sentimenti contrastanti. Stupore, compassione, stima, empatia, speranza. Ma iniziò anche a dubitare di se’. Il suo cuore gli urlava che l’acqua aveva ragione, ragione in modo maledetto. E non riuscendo in alcun modo a trovare un modo per rispondere, continuò ad ammirare in silenzio quell’anima così pura e brillantemente limpida. In quell’istante gli fu chiaro che l’acqua, trovando finalmente se stessa, aveva recuperato tutto quel tempo perso quando il dolore le aveva fatto mettere in pausa la vita. Ed era altrettanto chiaro che l’unico modo per continuare a seguirla era rompersi per lei. E così fece.

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Vicedirettrice Cartaceo per l'A.A 2017/2018 Direttrice per l'A.A 2018/19