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Dove sta il nepal

[dropcap]I[/dropcap]l violento sisma di magnitudo 7.8 ha tormentato la regione compresa tra Katmandu, la capitale del Nepal, e la città di Pokhara ai piedi dell’Annapurna per più di quarantotto ore, coinvolgendo così un’area intensamente abitata e provocando scosse percepite anche in regioni limitrofe dell’India, del Tibet e del Bangladesh. La seconda scossa di terremoto, di magnitudo 5.6, ha travolto nella nottata di Sabato, proprio la nota regione della Valle di Katmandu per poi replicare nella mattinata di Domenica, intorno alle 9:00 ora italiana, ed estendersi a nord-est fino al confine con la placca euroasiatica dove il subcontinente indiano si ricongiunge alle montagne dell’Himalaya. L’ultimo grido della terra scuote nuovamente la Valle intorno alle 2:00 di notte, con epicentro a poco più di 40 km da Katmandu, provocando centinaia di decessi nei paesi vicini. Ma secondo il Centro Sismologico Mediterraneo Europeo sarebbero più di cinquanta in tutto le scosse al di sopra della magnitudo 5.0 della scala di Richter, che avrebbero interessato il Nepal nelle ultime quarantotto ore.

Tra scosse di assestamento e valanghe provocate sulla catena Himalayana, già nella tarda serata di ieri sale ad oltre 2500 il bilancio delle vittime, fino a contarne più di 3000 nella prima mattinata di oggi. Si tratta per la maggior parte di nepalesi abitanti del luogo, ma anche cinesi e bangladesi, mentre resta stabile sui circa 6500 il bilancio dei feriti.

Epicentro

I cargo dei soccorsi internazionali, giunti tempestivamente sul posto insieme ad autonome unità nazionali, segnalano sin da subito non solo l’estrema difficoltà a raggiungere alcuni dei punti più colpiti dal sisma, ma anche la scarsa resistenza delle reti telefoniche ed in generale dei sistemi di comunicazione d’emergenza nepalesi.

Il Governo Italiano per parte sua dichiara di aver già attivato nell’ambito della comunità europea, una unità speciale di soccorso composta da membri del Dipartimento della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco che dovrebbero raggiungere il luogo nella giornata di oggi, affiancati da alcuni medici chirurghi del Gruppo Chirurgia d’Urgenza di Pisa. Nel frattempo la maggior parte della comunità internazionale é ancora alla ricerca dei propri connazionali.

E per la nostra Farnesina il primo contatto sono le autorità italiane in India, competenti nella regione per lo stato d’emergenza lanciato dal governo nepalese già dopo la prima scossa e trasformato, solo poche ore dopo, in stato di calamità nazionale. Ma in base ai dati di cui dispone l’unità di crisi ministeriale italiana, sarebbero in molti gli italiani giunti in Nepal per varie ragioni, senza preventivamente essersi registrati sull’apposito sito. Le notizie degli scomparsi arrivano pertanto direttamente dall’interno. Ed é infatti di questa mattina la notizia della scomparsa per i familiari di una ragazza di origini bergamasche, poi smentita, mentre da Sabato scorso si sono perse le tracce di quattro speleologi del centro Italia, giunti da qualche tempo ai piedi dell’Everest per motivi di studio e ricerca. A meno di un ora dalla prima scossa uno di loro avrebbe infatti telefonato al fratello dando sommarie notizie sul gruppo che si trovava a Langtang, il villaggio ai piedi della montagna che di li a poco verrà interamente travolto da una valanga. Per tutta la giornata di oggi sono proseguite le notizie di disperi, scomparsi che poi chiamano o vengono ritrovati morti. Come i tre ragazzi italiani morti nel corso di una escursione di trekking nella Rowaling Valley a poco più di tremila metri, rimasti drammaticamente travolti da una frana.

E proprio le valanghe, dovute allo scuotimento ed al contatto tra le placche indiana ed euroasiatica, sono la seconda piaga che ha afflitto il Nepal in queste ultime ore, seguendo sistematicamente ad ogni scossa di terremoto con epicentro prevalente intorno alle rive del fiume Bagmati: enormi blocchi di ghiaccio che si staccano dalle cime, crollano rovinosamente lungo le fiancate delle ripide montagne, fino ai piedi della fiancata dove travolgono ogni cosa, come il villaggio di Langtang.

placche

Il Nepal in effetti, cerniera di terra prevalentemente montuosa, sembra quasi, chiuso com’é tra le pianure nord indiane e l’aspra catena Himalayana, dove si contano ancora circa 300 dispersi, voler pretenziosamente serrare il subcontinente indiano al resto dell’Asia; la zona é infatti da sempre considerata ad alto rischio sismico proprio per la sua posizione geografica, oltre che per la natura dei suoi luoghi.

L’ultimo violento terremoto che ha interessato la fascia di terra tra Nepal ed India, risale tuttavia al 1934 quando una scossa di magnitudo 8.1 uccise più di diecimila persone, tra indiani e nepalesi. Ma i nepalesi, da generazioni sapienti conoscitori del proprio territorio, guide orgogliose dall’animo spirituale, sapevano che il terremoto sarebbe tornato, che la terra avrebbe gridato ancora. Non sapevano quando. Ed é solo a qualche migliaio di kilometri di distanza dalla loro amata terra, ricca di piccoli centri abitati nelle zone più impervie, che nelle prime ore della mattinata di oggi, giunge dai maggiori centri sismologici più accreditati degli Stati Uniti, la sentenza dopo la tragedia: l’umida Valle di Katmandu é considerata da anni un gap sismico che, oltre a farsi solcare da un fiume idrogeologicamente in grado di amplificare le onde, non ospita da secoli movimenti significativi, pur classificandosi come zona a rischio, vantando così un notevole accumulo di forze telluriche. Ma ad emergere con fastidiosa preponderanza è sin da subito la reazione della popolazione nepalese che oggi come allora, non sembra in nessun modo attrezzata ad affrontare una simile emergenza: ospedali sovraffollati, malati e feriti gravi curati nella giornata di oggi per le strade e nei cortili, coperti dalla pioggia con lamiere di plastica e copertoni.

Il Nepal ha un reddito medio annuo di 3 dollari al giorno e più della metà della sua popolazione é ben assestata al di sotto della soglia di povertà. Nonostante questo i nepalesi non soffrono le ricostruzioni. Anzi.

Nella sola capitale di Katmandu ad esempio, non rimane quasi nulla delle monumentali strutture religiose, luoghi di culto e focolai di civiltà, che per secoli hanno allietato le menti e gli occhi di santi e peccatori provenienti da tutto il mondo. E così oltre all’intero vecchio centro cittadino, anche l’antico Kasthamandap, il tempio interamente in legno dedicato allo Yoga Indiano e risalente al XVI secolo, subisce gravi danni; mentre quasi inesistente sarebbe diventato il noto tempio sulla sponda orientale del fiume Bagmati, dedicato a Shiva Pashupatinah, divinità degli animali e patrono del Napal. Poi c’é la perdita più drammatica per la storia, la torre di Dharahara. Commissionata all’inizio del XIX secolo dal governo nepalese, in origine un minareto, alta più di 60 metri per un totale di nove piani, dichiarata patrimonio UNESCO ed utilizzata in passato prevalentemente come torre di controllo, oggi ne restano solo le fondamenta. Sotto alle macerie del tempio illuminato e dedicato a Shiva che la incoronava, sono stati estratti più di 200 cadaveri. La torre aveva già perso la sua gemella nel 1934, ma all’epoca il governo decise di ricostruire solo la prima. Tra i più colpiti anche il centro di Patan, sempre nella valle del Bagmati: impregnato di cultura tibetana e dichiarato anch’esso patrimonio UNESCO, oggi non ne rimane quasi nulla, ne del centro abitato ne degli oltre 1000 monumenti buddhisti che ospitava.

Nonostante tutto questo, qui dove la continua distruzione e ricostruzione del Sé, la rinascita e l’eterna rifondazione, fanno da capisaldi alla religione più diffusa, il Buddhismo, ogni religione, cultura, vita umana e preziosi centri di civiltà, monumenti storici ed opere d’arte, appaiono fatti senza paura della loro fragilità e quindi della loro eventuale ricostruzione. Qui ogni cosa ti si sgretola sotto gli occhi. Il Nepal si sgretola.

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