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Poca fantasia, scarsa autonomia finanziaria e troppi esami da recuperare. Tanta voglia di viaggiare e… anche di più di mangiare. Nasce cosi, in un noioso giovedì romano, l’idea di intraprendere un viaggio ‘’culinario’’, un’esperienza tra le cucine del mondo, restando ferma, o perlomeno, senza né aereo né biglietto: solo forchetta e coltello (e talvolta neanche quelli) e girare Roma. Roma e le sue molte, diverse cucine. Scoprendo che anche restando a casa posso arrivare lontana, con un piatto ‘’chicken tikka’’ trovarmi a Nuova Delhi, con un sorso di sangria di nuovo sentire il profumo degli aranci di Cordoba, con un piatto di zighinì immaginarmi ad Asmara, salvo poi girare l’angolo e ritrovarmi davanti al Colosseo.

La prima tappa di questo viaggio nella‘’multiculturalità culinaria‘’ di Roma inizia al ristorante Asmara, specialità eritree. L’accoglienza è calorosa e il sorriso aperto del personale lascia andar via gli indugi dovuti ad una cucina così distante dalla nostra, speziata e piccante, fatta di odori e consistenze del tutto estranee a quelle cui siamo usi.
Già scorrendo il menù, è facile lasciarsi trasportare lontano, tra profumi e immagini ben distanti dal caos romano, dai piattoni di pasta fumante delle osterie più genuine della‘’magggica’’. Anche la lista dei vini incuriosisce, ma per questa prima volta decidiamo di tranquillizzarci con una birra di produzione eritrea, la ‘’birra asmara’’, capitale eritrea.
Il cameriere raccoglie le nostre ordinazioni e mentre aspettiamo l’arrivo dei piatti ci introduce alla cultura culinaria eritrea, descrivendoci il momento del pasto come un rituale di condivisione e comunanza..mi viene alla mente quella mia amica siciliana, che sempre mi sgrida per la mia(cattiva)abitudine di consumare i miei pasti di corsa, davanti allo schermo del televisore o del computer, senza concentrarmi su profumi e gusto ma solo sulle lancette dell’orologio che mi intimano di fare presto..istintivamente rido e penso che poi tutta questa lontananza non c’è.

Arrivano gli antipasti: lo shiro, una purea di ceci o fave, dal sapore intenso e corposo e i falafel, piatto che prima d’ora avevo solo distrattamente mangiato in uno dei tanti‘’kebabari’’, ma di cui ora apprezzo fino in fondo il sapore. Infine il pane etiope farcito con salse ed Hummus, il mio girovita ringrazia vi siano solo quattro fette nella porzione, altrimenti con quel profumo e quella avvolgenza ne avrei fatte fuori almeno un‘altra dozzina. Spazzoliamo tutto troppo presto e per fortuna a consolarci ci pensa la bionda al nostro tavolo, una birra chiara, lager, di normale gradazione, che peró non fa rimpiangere affatto le artigianali di gradi plato.

Eccoci alla portata principale. Ci spiegano, con una gran pazienza aggiungerei, che non ci saranno posate, i piatti nel loro paese si servono in grandi vassoi, da cui ogni commensale attinge la propria porzione, senza formalità. La cucina è famiglia e sorriso, gioia e condivisione appunto. Tra l’euforia e la titubanza ci lanciamo all’assalto. Non posso spiegare il senso di libertà che ho provato nell ‘agguantare il primo boccone con le mie mani, alla faccia di mia madre che ogni volta che non uso una posata simula un attacco di cuore e mi urla di essere una cafona senza alcun rispetto. Alla faccia tua mamma.
Assaltiamo l’obama mix, con carni di agnello, manzo macinato e pollo servite con accompagnamento di verdure stufate e riso pilaf. Le pietanze sono servite sopra una grande fetta di pane, in realtà più che fetta lo‘’ injera’’, o pane piatto di teff, grano o sorgo, un cereale tipico, sembra una crepe, ed effettivamente ha una consistenza spugnosa, nulla a che fare con il filone di lariano o la pagnotta con cui ” lucido” il piatto facendo scarpetta. Per mangiare bisogna prendere il pane, farne una tasca e agguantare con questa il cibo. Il risultato è un morso che racchiude in se diverse consistenze e diversi sapori, si mischiano spezie, biete, carote, i vari tipi di carne, creando un mix incredibilmente equilibrato. Assaggiamo poi lo zighinì, i sapori sono forti e avvolgenti. Gli stufati di carne sono un piatto cardine di questa cucina, di regola sono accompagnati dalla berberè, una miscela di spezie composta da erbe comuni ed alcune rinvenibili solo in terra eritrea.

Tra il pieno e il leggermente brillo, finiamo il nostro pasto luculliano e ci convinciamo a prendere il caffè, lo stesso che si può sorseggiare nella vera Asmara, anche qui, nulla da invidiare al mio amato Roma, che seguito a preferire giusto per George e le sue disavventure con fascinose ma alquanto infide fans. Esco da questa piccola oasi con la voglia di tornarci, con l’ansia di ricreare, una volta a casa, quell’atmosfera di convivialità e comunione, priva di formalismi e cerimonie. Il mio viaggio nella cucina eritrea finisce qui, in mente ancora le spezie e i sapori di una cultura ricca di odori e suggestioni.
Prossima meta, Spagna. Arrivederci zighinì, benvenuto salmorejo.

 

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