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Durante questi mesi abbiamo assistito ad una rinnovata presa di coscienza del “problema razziale” praticamente in tutti i Paesi occidentali. La questione razziale tuttavia costituisce solo uno degli aspetti (per quanto fondamentale) di un problema più grande: le moderne democrazie occidentali sembrano incapaci di liberarsi definitivamente dal retaggio di un passato in cui in nome della superiorità culturale, scientifica, economica e razziale l’Occidente ha plasmato il resto del Mondo.

Ma, come tutti i processi radicali, questo ha comportato un costo immenso, non soltanto in termini di vite umane. Le nostre moderne società, che ormai unanimemente condannano il passato coloniale e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un tempo normalmente accettato, sembrano tuttavia incapaci di affrontare seriamente il problema della disuguaglianza: economica, etnica, culturale e di genere. Forse il problema sta proprio nel modo in cui l’Occidente ha plasmato il suo concetto di libertà e di uguaglianza, subordinando in maniera più o meno consapevole questi principi a delle condizioni che in ultima analisi solo una parte limitata della popolazione può soddisfare.

WASP

Sembra doveroso iniziare il nostro discorso considerando i trascorsi degli Stati Uniti d’America. Sebbene molti passaggi fondamentali della travagliata storia della comunità afroamericana negli USA siano legati al secolo appena trascorso, dunque una storia molto recente, bisogna analizzare la questione fin dagli albori del “problema” razziale americano. La società coloniale americana, come praticamente tutte le società coloniali, è stata fondata su un rapporto di subordinazione fondamentale fra colono proprietario e indigeno sottomesso. Questo rapporto è ancora più forte nei confronti della forza lavoro schiavile importata dall’Africa per lavorare nelle piantagioni dei ricchi latifondisti.

La costruzione, ed il rafforzamento, dell’identità dei dominatori passava attraverso la negazione di certi diritti e prerogative a chi veniva considerato “altro” rispetto alla comunità. Questo paradigma non verrà meno neppure con la guerra d’indipendenza americana, al termine della quale abbiamo una Costituzione che riconosce ad ogni uomo diritti inalienabili, purché, in sostanza, bianco e protestante. I ricchi piantatori della Virginia non sembravano minimamente in imbarazzo nel gridare orgogliosamente il proprio inalienabile diritto alla libertà contro i soprusi inglesi mentre venivano serviti da schiavi in livrea. Paradossalmente, sono state le stesse idee liberali di matrice anglosassone ad offrire le basi ideologiche a questa ipocrisia.

Una madre e la propria figlia vengono vendute ad un’asta di schiavi nel Sud degli Stati Uniti (illustrazione della fine del XIX secolo)

La proprietà come difesa

Circa un secolo prima, nella vecchia Inghilterra, un grande filosofo come John Locke (1632-1704), interrogandosi sulla natura del potere costituito e sulla legittimità dello Stato assoluto, era giunto ad una conclusione molto importante: il sovrano deve poter esercitare il suo potere allo scopo di mantenere l’ordine e la sicurezza all’interno della società, ma le sue prerogative nei confronti dell’individuo non sono assolute. In polemica con Hobbes, Locke ritiene che l’individuo, creato libero da Dio, abbia un nucleo incomprimibile di diritti, la cui affermazione e la cui tutela passano attraverso il concetto di proprietà privata. Su questa intuizione, l’Occidente ha visto nel corso dei secoli costruire l’edificio del liberalismo, del quale il popolo inglese è stato il primo profeta. Tuttavia, se da un lato ciò ha favorito la rinnovata importanza dell’individuo al cospetto dello Stato, questo ha anche innalzato la proprietà quasi ad un livello di sacralità: in Occidente, la proprietà diventa il solo diritto attraverso il quale possono essere esercitati tutti gli altri (si pensi al voto per censo, tipico della società liberale).

In pratica, essa determina il posto che un una persona occupa nella società. Questa dinamica ha portato all’apparente paradosso della strenua difesa da parte della società nordamericana, pregna dei valori del liberalismo anglosassone, di uno degli istituti più odiosi nella storia del genere umano, ovvero la schiavitù. Pochi anni dopo l’Indipendenza degli Stati Uniti, in Europa assistiamo agli effetti generati dall’esempio americano: la Rivoluzione in Francia trasforma uno Stato fino a quel momento posseduto letteralmente dal sovrano (“L’Etat c’est moi” di Luigi XVI) in una Nazione in senso moderno, con i suoi rappresentanti eletti.

Ma questi rappresentanti non sono altri che gli esponenti di quella borghesia che ormai, avendo nelle proprie mani la reale ricchezza dello Stato, non poteva più sopportare di pagare (figurativamente e letteralmente) per le scelte politiche prese da altri, ovvero la sempre più inutile nobiltà. Ma dove sono i rappresentanti del popolo parigino, che vive e lavora negli squallidi e maleodoranti faubourg della periferia? Vada a cercare il lettore le altisonanti costituzioni rivoluzionarie e poi riferisca del contenuto: di uguaglianza ne troverà molta, di equità ben poca.  Senza contare poi la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, la quale era evidentemente troppo ingombrante per essere estesa anche nelle colonie della Repubblica francese, dato che solo nel 1848 la Francia abolì una volta per tutte la schiavitù nelle proprie colonie.

La proprietà come discrimine

Facciamo un piccolo passo avanti nel tempo, avvicinandoci ai giorni nostri: proprio la libera Inghilterra, la culla del liberalismo, fu il luogo dove si affermarono nella seconda metà del XVIII secolo i propugnatori di quella filosofia nota con il nome di “darwinismo sociale”: secondo questa dottrina non è vero che tutti gli uomini sono nati uguali, e come è vero che in natura i più deboli sono destinati a soccombere, così la società deve essere pronta a disfarsi dei suoi scarti. Chi non è in grado di competere, rappresenta un peso per la società. La natura coloniale dell’impero inglese, poi, non faceva altro che mettere a disposizione della madrepatria nuove quantità di materie prime da sfruttare.

Potremmo quindi affermare forse, come è stato suggerito da alcuni storici e sociologi, che non sia stata l’ideologia imperialista e coloniale inglese a spingere il grande capitale verso lo sfruttamento della manodopera e delle colonie, ma esattamente l’opposto: è stata quella cultura basata sul profitto come mezzo di affermazione sociale (e quindi anche di nobilitazione attraverso l’arricchimento) che ha favorito l’affermazione di certe ideologie e tendenze filosofiche. Come è evidente che al piantatore americano della Virginia conviene acquistare uno schiavo piuttosto che pagare un salariato per lavorare nei campi di cotone, così nella madre patria inglese, che dispone di molti braccianti disoccupati, vedove e madri in stato di indigenza, orfani (ricordiamo tutti le vicende del piccolo Oliver Twist) è più che ragionevole chiedere agli scarti della società di rendersi utili per la suddetta lavorando nelle manifatture per compensi men che sufficienti al proprio sostentamento.

Illustrazione di una acciaieria inglese dei primi del ‘900

“La classe operaia va in Paradiso”

Le considerazioni che abbiamo appena fatto hanno riguardato prettamente l’ambito di quello che possiamo definire “cultura”. E’ evidente che nel corso del tempo sono stati molti i fattori di cambiamento che hanno affetto le nostre società, in particolare quelli di natura economica. Ma non possiamo non tenere in considerazione che il nostro passato condiziona enormemente il Mondo in cui viviamo, specialmente il retaggio culturale. E’ facile vedere come in molti Paesi occidentali questi pregiudizi siano ancora vivi, anche se forse non sempre in maniera scopertamente evidente. La ricchezza, e soprattutto le possibilità che il benessere offre, forse non creano, ma certamente alimentano, meccanismi di diseguaglianza sostanziale che in qualche modo la nostra “cultura” cerca di ignorare o minimizzare.

Ovviamente, nel corso del tempo ed in seguito alle esperienze vissute dall’umanità nel corso dell’ultimo secolo, la nostra sensibilità in quanto occidentali ha subito grandi evoluzioni. Ma questi progressi sono stati conquistati a prezzo di enormi difficoltà: pensiamo che fino ai relativamente recenti anni ’60 ancora gli operai nelle fabbriche italiane, persino quelli specializzati, venivano sottoposti al regime retributivo del cottimo. Questi innegabili progressi tuttavia cozzano con lo sfruttamento che oggi categorie di lavoratori esclusi e marginalizzati ancora debbono subire in questo nostro Paese (e in molti altri come il nostro). Questo meccanismo rientra ancora una volta nella logica di cui parlavamo prima, ovvero quel retaggio che il regime liberale ottocentesco ci ha lasciato: la parità dei diritti può essere realmente garantita solo nella cerchia di soggetti che la società stessa riconosce come meritevoli. Tutti coloro che non presentano i requisiti necessari, vengono logicamente “posti al servizio” del sistema. Forse il vero motivo per cui il nostro modello tradizionale di società ancora non riesce a risolvere i problemi atavici che lo affliggono, è perché noi stessi non abbiamo avuto finora il coraggio di vederne la vera natura.

Gian Maria Volonté nel film di Elio Petri “La classe operaia va in Paradiso” (1971), crudo affresco delle condizioni di vita e di lavoro che ancora nei primi anni ’70 si vivevano in alcune fabbriche italiane.
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