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Touch – Mattia Cupelli

Cari lettori,
Vi chiedo scusa, ma oggi ho bisogno di parlarvi di alcune tra le più grandi ovvietà della vita, della mia perlomeno.

Lasciamo tutti un anno in cui addirittura l’ “ovvio” ha smarrito se stesso. Mesi in cui le certezze sono sbiadite lentamente, come lentamente si è assopito il respiro di tante persone. Padri, madri, fratelli, amici divenuti l’unica candela, senza fine, nelle giornate di chi rimane. Il loro abbraccio è grande come è grande l’amore che oggi in un giorno di nuovi inizi mi sento di vivere con tutti voi.

Vi scrivo mentre guardo cadere la pioggia attraverso una finestra socchiusa, con il freddo del pavimento che mi entra nelle ossa ed i polmoni inebriati da un’aria fresca e densa. Avvolta in un momento di intimità profonda e ben consapevole di se stessa. L’intimità di un momento che mi scopre in comunione con il mondo, l’intimità di una sera di fine anno, diversa, che ci ha visto stringerci a pochi eletti, in regola, forse, con l’ennesimo DPCM. 

Dell’anno appena trascorso non getterò via nulla anzi terrò più al sicuro i sorrisi che ho rubato a chi ha vissuto accanto a me. Racconterò le giornate delle lezioni della pasta fatta in casa con mia nonna per non dimenticarle mai. Difenderò la fragilità di chi ha tremato mentre la vita ha tremato quando ogni certezza si è frantumata. 

Mi viene in mente una citazione:

“The reason birds can fly and we can’t is simply because they have perfect faith, for to have faith is to have wings.”

J.M. Barrie

Per qualche ragione sconosciuta, io mi sento così, come un uccellino che raccoglie il coraggio ostinato delle sue ali che si spiegano, pronto a lanciarsi nel vuoto. Dove andrò? Dove finiremo? Chi può dirlo, ma non per questo ho meno fede. Siamo di fronte al concetto di carpe diem divenuto tangibile come non mai; divenuto necessità per riuscire ad addormentarsi la sera, poiché di doman non c’è… 

Ci siamo ascoltati di più, abbiamo prestato attenzione a chi avevamo catalogato come figura quasi dovuta nella nostra vita. Oggi per me ogni attimo ha la stessa intensità della carezza di mio nonno, prigioniero della sua demenza senile. Effimera come è effimera la brezza del mare.

Una mano mai stanca di cercarmi mentre scivola nei bui labirinti della mente che si spegne. Non voglio spegnere però, anzi alimenterò, il bagliore delle consapevolezze che quest’anno, funesto, ha riacceso in me. E forse, non è questo il miglior modo per sconfiggere tanto dolore? Non mi arrendo alla disperazione per il vuoto di quanti ho perso, àncoro le loro parole al mio cuore e ne faccio la mia più grande forza. 

Il 2020 è stato un anno che si porta via tante parole, tanti forse. Ho vissuto con i forse e con i ma tanto tempo, sapete? La giovinezza non assicura dai rischi della vita eppure mi sono ostinata tante volte a non ascoltare me stessa, non dando importanza a tanti giorni trascorsi in silenzio in cui invece avrei potuto condividere di più e così capire. 

Se vi dovessi spiegare il mio 2020 vi parlerei del travaglio della mia migliore amica. La nascita di R. per me racchiude ogni emozione che ho provato negli ultimi mesi. Vi confido una cosa. Ho avuto un blocco interiore che mi ha lasciata immobile ed inerme di fronte a quello che mi accadeva. La felicità va costantemente inseguita. Ad un certo punto, mi sono sentita profondamente stanca. È da idioti forse? Non saprei. 

Ma so per certo una cosa, e cioè che R. è nata nel peggior momento possibile ed immaginabile: la prima ondata di Covid. Tutto era nuovo e non eravamo pronti ad affrontare tante incognite.

C. è entrata in ospedale con tutte le paure di una neomamma e chi ha figli può comprendere meglio di me cosa intendo. Come se non bastasse, si è avventato su di lei anche il terrore sconfinato portato dalla pandemia. Sola, in mezzo a persone qualificate ma sconosciute, mentre l’amore della sua vita, dietro tutte le porte dell’ospedale, attendeva silenziosamente in un parcheggio, cercandola con la mente attraverso i vetri coperti di brina.

C. era completamente sola, sola con la sua bambina in arrivo. Avrei voluto che la vita le avesse regalato la presenza della sua persona in quel momento perchè a volte, è giusto avere paura ed è umano voler essere presi per mano. Ma R., R. per me è come una rinascita, mia e di tutti noi. Quegli occhi hanno visto la luce nonostante tutto, le sue risa si sono fatte sentire nonostante tutto e nonostante tutto torneremo a prenderci per mano. 

Abbiamo cercato noi stessi ad un certo punto, segregati nelle nostre case, nelle nostre stanze. Abbiamo sentito il silenzio del “tutto detto” durante questi mesi e l’insostenibile pesantezza delle incognite del nostro tempo ma tutto questo, forse è servito a qualcosa. 

Mi guardo allo specchio e, anche se è incredibile e triste pensare che sia stata necessaria una pandemia per costringermi ad interrogarmi su tutto, a chiedermi chi davvero sono e chi davvero voglio essere, va bene così!

Giunti tanto lontano, è davvero importante il come. Rimane davvero importante il perchè?

Per me è comunque una vittoria. Lo stesso essere qui e parlarvi è quel cambiamento che rischiara il cielo nuvoloso di pensieri scomposti e non voglio sciupare le lacrime di nessuno perchè anche se non ho conosciuto il vostro dolore, le vostre vite, nella vita di ognuno posso ritrovare la mia, le mie stesse incertezze, le mie stesse paure.

Da oggi voglio godermi il mio tempo ripartendo dal sorriso di R., e con estrema umiltà, vi chiedo di avere la forza per cercare il vostro sorriso per ogni oggi che vivrete domani, per il costante dubbio di essere ad un passo dalla fine e per non sprecare più nulla, perchè nulla è assicurato

Mi sono dovuta perdere davvero, dentro me stessa, per capire che non stavo andando da nessuna parte. Il mondo non si è mai fermato ma il mio cuore sì. E oggi che mi concedo un momento per guardarmi indietro, capisco che davvero avrei dovuto cercare il coraggio di sentirmi più fragile e lasciarmi andare liberamente all’amore che troppo spesso non ho dimostrato a tanti che ho amato davvero ma che per qualche ragione, ho preferito lasciar scivolare via.

Ha smesso di piovere. L’aria è ancora irrequieta ma vedo avvicinarsi una serenità autentica. I giorni ritroveranno la propria limpidezza. Oggi capisco che la fragilità è il nostro più grande limite ma anche la nostra più grande forza. Aver rotto il puzzle delle nostre vite forse ci permetterà di capire quali sono i tasselli che contano di più e ora che abbiamo la possibilità di scegliere, almeno per questo, perchè dovremmo sprecare l’audace bellezza sopravvissuta di questo momento già sbiadito solo per guardarci indietro?

Chi non c’è più non ci verrà restituito ma possiamo restituire a noi stessi il sapore dolce di un bacio agognato e se proprio devo rimproverare qualcosa a me stessa, credo sia questa. Non è ovvia la mia mano nella tua ed ho promesso a me stessa che d’ora in avanti mi concederò quel maledetto lusso di essere fragile e venirti a cercare, prima che sia troppo tardi.

Vedo la vita che scorre indomita negli occhi grandi e felici di R. ed è a questa rinnovata certezza che voglio dedicare la mia vita. Non siamo nati con la felicità in tasca perchè non ci è dovuta. Viviamo costretti a guadagnarci ogni singolo respiro, in viaggio, tutti votati alla ricerca inesorabile di un piccolo angolo di quieta realtà. Il filtro che scelgo oggi? Quello dell’Amore, perchè alla fine di tutto, rimane quello. Veramente serve altro? 

Vi prendo per mano, tutti, e non sono più sola perchè non mi sento più sola. Vengono date per scontate e dimenticate le fondamenta di una casa eppure senza quelle non ci sarebbe stato il profumo avvolgente della torta di mele di mia nonna la domenica mattina, mentre l’abbraccio e mi sento bene.

If not now, then when?

Non c’è momento migliore di questo per ricostruire un sorriso e dire a qualcuno Ti voglio bene. Ed in fondo, questa verità, crudele e meravigliosa, non è sempre stata ovvia? 

Vi abbraccio tutti. 

Tamara 

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