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Qualcuno potrebbe dire che siamo al tempo di Draghi. Sarebbe forse meglio dire i tempi di Draghi, al plurale. Perché, se è vero che il tempo è la chiave di lettura possibile di una crisi, quella attuale, quasi insondabile -ma forse infondo di ogni crisi-, è pur vero che, di tempi di cui tenere conto, in questo caso ce ne sono almeno tre.

In primo luogo, c’è tutto il periodo antecedente all’avvento di Draghi al Governo.

Un arco temporale che va oggettivamente dal 1859 – anno di inizio del processo storico che avrebbe portato all’unificazione d’Italia- agli ultimi spasmi del secondo governo Conte.

Quest’ultimo ci ha traghettati sull’altra sponda del fiume infernale di una crisi  economica e sanitaria legata all’emergenza Covid complicatissima. Forse anche troppo in là.

Mi spiego meglio: è vero, come ha detto il segretario del Pd Zingaretti, che Conte era il punto di equilibrio della maggioranza Pd-Cinque Stelle? Si, è vero. Pure troppo, appunto. Il governo guidato dal Presidente del Consiglio dimissionario ha fatto anche delle cose buone (in questo caso non è una frase detta a sproposito come per i nostalgici del periodo più buio della storia d’Italia).

Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante le consultazioni che sembravano dover condurre a un governo Conte ter, e dove nessuno sembrava veramente al sicuro pur di raggiungere questo fine, aveva provveduto a “blindare” i ministri Gualtieri e Speranza, rispettivamente responsabili dei dicasteri dell’Economia e della Salute.

Tuttavia, anche su profili relativi alla gestione dell’emergenza, tale esecutivo sembrava impantanato proprio nell’equilibrio, un equilibrio che rasentava l’immobilismo.

Un esempio: un anno e mezzo fa, alla Camera dei deputati, c’erano due proposte di legge: una a prima forma Daga (cinque stelle), l’altro a prima firma Braga (Pd). Più o meno tutti gli operatori del settore e rappresentanti degli utenti si dicevano favorevoli ad una rapida approvazione di una legge unitaria sul tema. Sembrava anche la cosa più naturale, visto che nasceva in quel momento un governo che vedeva alleati proprio Pd e cinque stelle. Niente di tutto questo è avvenuto, i due disegni di legge sono ancora lì, belli in equilibrio come i due piatti di una bilancia, immobili.

Inoltre, il secondo Governo Conte è caduto su di un altro tema spinoso, rispetto al quale pure ci si sarebbe aspettati, tra le inevitabili difficoltà, una sintesi politica forte: la giustizia. Infatti, è appena prima della data, secondo alcuni fatidica, in cui si sarebbe dovuta essere  presentata la mozione di Bonafede in Parlamento, che il Presidente del consiglio dimissionario ha rotto gli indugi e si è presentato al Quirinale per aprire formalmente una crisi di Governo giù ampiamente iniziata nei fatti.

In effetti, a Mario Draghi andrà l’arduo compito di scardinare l’impasse del precedente governo, al tempo stesso salvandone quello che c’è stato di buono.

A ben vedere, si tratta di quello che a questo paese è sempre tragicamente mancato: una discontinuità nella continuità.

È certo, infatti, quanto alla continuità, che il governo nascituro non potrà essere un governo meramente tecnico. Ci saranno degli innesti politici, non solo perché anche gli altri partecipanti della nuova maggioranza – oltre a Pd e Leu – dovranno avere le loro rappresentanze se Speranza e Gualtieri dovessero effettivamente rimanere al loro posto.

Ma anche perché il nuovo esecutivo dovrà effettuare scelte tutt’altro che tecniche, vincolate.

Come è ovvio, infatti, la decisione in merito alla spenda delle risorse del recovery fund non è una decisione neutra, e neppure quella, preliminare, in merito alla governance da mettere in campo per la gestione delle medesime risorse.

Inoltre, ci sono da fare scelte anche intrinsecamente politiche, come la riforma della legge elettorale, o quella dei regolamenti parlamentari, entrambi interventi auspicati prima della prossima tornata elettorale.

Interventi che richiedono anche una maggioranza parlamentare ampia. Per questo motivo, la maggioranza potrebbe anche essere più larga di quella prefigurata inizialmente con Iv-M5s-FI-PD più gli europeisti a puntellarla.

A questi, infatti, potrebbero aggiungersi anche Lega e Fratelli d’Italia. Questi ultimo, proprio a fronte della grande valenza politica del momento, dovrebbero però abiurare alla loro religione anti-europeista. Sancendo magari questa “apostasia” politica con un doppio contestuale passaggio in due maggioranze: oltre che in quella italiana, anche in quella europea, così detta “maggioranza Ursula”.

Perché se è vero che anche il paesaggio politico del 1959 era variegato -e molto-, con mazziniani, federalisti, seguaci della monarchia piemontese e ardenti cattolici, questi erano tutti pur sempre animati da un disegno comune: l’Italia. Adesso questo destino comune, come è stato autorevolmente definitivo, è nei fatti l’Europa.

C’è poi il tempo personale di Mario Draghi. In questi giorni ce lo hanno raccontato in ogni salsa. L’hanno descritto come l’uomo del whatever it takes, oppure come il garante dei poteri forti. Come un liberale socialista e un cattolico sociale, a seconda dei gusti personali, della convenienza, dell’ispirazione -e forse aspirazione- del momento.

Hanno sottolineato, della sua storia personale, giustamente, soprattutto il passato da Presidente della Banca d’Italia e della BCE. Ma non dobbiamo dimenticare che fu anche Direttore generale del tesoro.

Dopo anni sarebbe quindi la prima volta che chi ha avuto le chiavi della cassa avrà anche la possibilità di indirizzare le previsioni di spesa. Un nesso che si era rotto dopo lo scorporamento della Ragioneria dello Stato da Palazzo Chigi e la sua contestuale immissione nel Ministero dell’Economia e finanze.

C’è, infine, il tempo che Mario Draghi ha davanti a sé. Ci sono, cioè, le scadenze cui tenere fede per dare un senso alle speranze degli italiani. Quella di aprile per la consegna del piano di resistenza e resilienza alla Commissione europea per prima. “Bisogna fare in fretta”, lo ha detto lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche perché, anche nell’ipotesi estrema in cui il (primo?) governo Draghi dovesse durare fino a fine legislatura, il tempo a disposizione scadrà nel 2023. Troppo poco? In due anni si è fatta l’Italia. Potrebbero essere abbastanza anche per salvarla.

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Caporedattore attualità A.A. 2018/19