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Barbara Millicent Robert, nota ai più come Barbie, ha 56 anni e non li dimostra: ha conservato il suo vitino a vespa, le gambe lunghe, il nasino all’insù e la chioma bionda, lunga e fluente. Insomma, i tempi sono cambiati ma lei, al di là di tutto, è rimasta quella “bambola dalla vita reale” proprio come quando fu presentata a New York il 9 Marzo 1959.

Il padre, Elliot Handler era proprietario della Mattel, un’azienda che produceva mobili per case di bambole; insieme alla moglie Ruth, nel lontano 1956 trascorse le vacanze in Svizzera e, in una vetrina capì chi sarebbe stata sua “figlia”. In quel negozio di Lucerna si vendeva una bambola di nome Lilli, presentata in vetrina abbigliata con sei outfit differenti. Lilli era nata in Germania, qualche anno prima, da un’industria di giocattoli arricchitasi commercializzando, durante gli anni del nazismo, soldatini per bambini. Nonostante fosse una bambola, Lilli si rivolgeva ad un pubblico adulto e rappresentava lo stereotipo di bellezza ariano promosso dal regime ed ancora considerato l’ideale dal tedesco medio degli anni ’50. Ma tutto questo era ignoto ad Elliot Handler che, tornato in America, riproduce questa bambola destinata a diventare un successo senza pari: oltreoceano Lilli diventa Barbara, si spoglia di ogni ideale razziale e sposa ogni stereotipo americano di inizio anni ’60.

Al di là dello stereotipo di femminilità proposto e mai tramontato, le ragioni del successo di Barbie vanno ricercate in psicologia: Barbie è una donna e non un bebè da accudire; si rivolge ai bambini aiutandoli a diventare grandi perché propone il confronto con una madre in miniatura. La genialità della Mattel, che la distingue dal punto di vista socio- antropologico, è far sposare Barbie con un’estetica dell’accessorio. Inizialmente i vestiti servivano per coprire le forme prorompenti ma poi si trasformarono nel pilastro dell’intera operazione: Barbie era la stessa ma a seconda dei contesti cambiava abbigliamento, diventando così simbolo e prodotto della società dei consumi.  Era la giovane bella di Beverly Hills, con un bel fidanzato biondo e abbronzato, Ken, una villa con piscina, camper e chi più ne ha più ne metta.

I ’70 non furono anni d’oro per Barbie, le femministe l’attaccarono in quanto prototipo della donna oggetto. I tempi erano cambiati, e allora Barbie cambiò. I prezzi dei vestiti e delle Barbie si abbassarono, diventando così un prodotto di fascia popolare anziché medio-alta. Il cilente bambino venne fidelizzato: Barbie inizia ad avere la “Bliblioteca”, i “Club” ed inviava la posta personalizzata.

Arrivano gli anni 80, la modernità avanza, e Barbie con essa. Si promuove la parità dei sessi nel campo del lavoro e allora Barbie diventa donna d’affari, astronauta, medico, pompiere. Sono già trascorsi gli anni di Martin Luther King e di “I have dream”, così nasce la Barbie di colore, pronta a rispondere alla parità etnica e alle esigenze di una nuova appetibile fascia di mercato.

Da allora Barbie è stata commercializzata in 60 paesi: è asiatica o indiana ma resta proibita in Iran in quanto portatrice di uno stereotipo eccessivamente occidentale (nonchè priva di hjiab).

E’ stata Drug Queen, J-Lo e la Principessa Vittoria.

Ha avuto la cellulite, i brufoli e le smagliature (modello Lammily , rivisitata da Nickolay Lamm); è diventata Ella, la Barbie senza capelli destinato alle bambine malate di cancro e sottoposte a chemioterapia.

Nel 2013 ha inaugurato una casa in dimensioni reali a Berlino scatenando le proteste del gruppo femminista Femen, su cui ha ironicamente giocato, successivamente, lo stilista Karl Lagerfel nel modello da lui rivisitato.

Si è lasciata con Ken (parodia creata da Greenpeace per denunciare la Mattel circa il suo ruolo rispetto alla deforestazione) e si è aperta un profilo instagram (@barbiestyle) che la ritrae nella sua frenetica vita quotidiana, molto simile a quella di una fashion blogger: dalle Fashion Week fino alle foto dei suoi accessori o di proposte di outfit.

Dati alla mano, Barbie è in crisi di vendite ma non perde lo smalto. Sempre più fashion icon, ben si presta alle incursioni di grandi stilisti da Givenchy a Versace, da Valentino a Fendi e Armani, fino a Benetton che nel 2005 veste le bambine con gli stessi abiti della Barbie e Moschino, che nel 2015 veste le giovani donne con una collezione ispirata a Barbie.

Oggi Barbie punta tutto sull’aspetto psico-sociale della bambola rivisitando i meccanismi dell’immaginario prodotti dai bambini mentre giocano stimolandoli a sognare in grande.

You Can Be Everything: tu puoi diventare tutto ciò che desideri perchè mentre giochi con le tue Barbie immagini ciò che sarai da grande.

“Barbie, the icon”- in mostra dal 28 ottobre al Murdec (Museo delle culture), Milano.

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