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Mentre nell’ultima metà di Agosto ci preparavamo per l’uscita del nuovo numero di 360, un intervento militare riportava sotto il controllo del governo di Tripoli ciò che purtroppo resta della città di Sirte, devastata dai bombardamenti, dalla guerra che ancora si combatte oltre le mura per ricacciare non solo ciò che resta nella città dell’esercito del Califfato, ma soprattutto gli orrori delle esecuzioni, della morte e della paura che con questo si trascinano.

Prima ancora di aver dato nel 42’ i natali a Gheddafi e di essere stata per due anni la capitale dell’ISIS in Libia, la città di Sirte con il suo golfo ha rappresentato, e tutt’ora rappresenta, sotto il profilo economico e strategico uno dei porti più importanti della regione e del mediterraneo.

Di Sirte vi abbiamo parlato nella nuova Inchiesta di Settembre, Made in Italy, dedicata ai rapporti e agli intrecci della Mafia Italiana con le realtà criminali internazionali.

Nell’articolo Fiducia Malriposta, la risposta a chi chiosava sulla possibilità di un concreto interesse della criminalità organizzata italiana nella protezione del nostro paese dagli attacchi dell’Isis, è stata data forte e chiara, evidenziando come le relazioni diplomatiche fra Mafia e terrorismo internazionale, nel caso di specie l’IS, non solo ci sono, ma poggiano saldamente su di una serie di accordi commerciali di primario spessore, facendo pendere l’ago dei rapporti sicuramente non a favore della sicurezza interna. Non deve stupire che il leitmotiv di queste società transfrontaliere sia sempre il pecunia non olet.

Uno degli accordi più interessanti è rappresentato dal commercio internazionale di hashish e marjuana: la rotta marittima negoziata dai broker di Cosa Nostra con i rappresentanti del Califfato fa arrivare, principalmente ma non solo, dal porto di Sirte alla Sicilia, ogni anno, centinaia di tonnellate di stupefacenti, rendendo di fatto le duecento miglia marine che separano le coste libiche da quelle italiane fra le più remunerative del mondo.

Nonostante la droga, come l’alcol, sia vietatissima dalla sharia, la severa legge religiosa islamica, la possibilità di entrare nel mercato italiano degli stupefacenti, un giro d’affari da 32 miliardi di euro all’anno, fa passare in secondo piano il rovescio spirituale della medaglia.

Nel 2013 un’informativa riservata avverte gli investigatori italiani che una nave cargo, proveniente dalle coste nord africane, trasporta merce di contrabbando. Segue una rotta peculiare, lontana centinaia di miglia marine dalla consueta via degli stupefacenti che dal Marocco oltrepassano le colonne d’Ercole per arrivare in Spagna, e da la in tutta Europa. È soprattutto per questo che, quando le fregate di pattuglia della Marina Militare Italiana intercettano la Adam nelle acque territoriali italiane (una portacontainer salpata dalla Libia e diretta in Sicilia), restano impietriti e stupefatti davanti ad un carico di 15 tonnellate di hashish, che cadoe ai piedi degli investigatori come un fulmine a ciel sereno; Non solo uno dei sequestri più imponenti, ma la pericolosa avvisaglia che le correnti del mercato stavano pericolosamente cambiando.

I numeri parlano chiaro: oltre 280 tonnellate di hashish sequestrate, per un valore che supera i 3,2 miliardi di euro, soltanto nei 32 mesi successivi alla cattura della Adam, rinvenute sulle prime 20 navi che i militari hanno intercettato nei nostri mari territoriali.

Numeri che hanno permesso alla task force composta Procura della Repubblica Italiana e la United States Drug Enforcement Administration, attraverso un meticoloso e martellante lavoro di intelligence, di ricostruire la nuova società mediterranea della droga, che vede come principali partner Cosa Nostra e l’Isis.

Dal 2007, quando Guardia di Finanza e Polizia Spagnola intercettavano potenti motoscafi con al massimo 100 chili di hashish oltre lo stretto di Gibilterra, i signori della droga hanno fatto evidentemente passi da gigante.

Secondo gli investigatori italiani, ruolo chiave nel Nord Africa è ovviamente svolto dall’Isis. Non solo la conquista dei territori siriani e libici, ma anche l’influenza che il Califfato esercita sulle popolazioni confinanti, ha canalizzato il potere, e di conseguenza il controllo del mercato, nella loro sfera di dominio. Coste libiche, cirenaica, le città di Derna, Bengazi e soprattutto Sirte (non ancora totalmente liberata) sono il loro centro nevralgico, attraverso il quale organizzando la propria politica illegale in due principali tronconi:

Il primo è la vendita attraverso il controllo delle rotte. L’asse Marocco-Spagna, come ricordato, si è spostato. Sotto la bandiera nera adesso lo stupefacente attraversa sempre lo stretto di Gibilterra ma le vie sono tre: arriva direttamente in Sicilia; si ferma in Libia per essere nuovamente ricaricato, sempre in direzione Sicilia, in gigantesche spedizioni su le navi Cargo; viene scortato in Egitto, e da li attraversa la Turchia, arricchendo il carico anche di oppio ed eroina afgana, destinandolo ai grandi grossisti dei Balcani. In questo caso il Califfato negozia direttamente con le famiglie siciliane, con una media di 10mila dollari per ogni chilo di hashish venduto, il cui prezzo retail sale fino a 12mila una volta smerciata nelle piazze d’Europa. Se il carico della prima nave, la Adam, era stimato in 150 milioni di euro, il sequestro della Aberdeen, un altro colosso dei mari, nel giugno 2014, ha tolto una posta al bilancio criminale di oltre 420 milioni.

Il secondo è la tassazione. Il Califfato, nelle operazioni che non gestisce direttamente, riesce ad escutere una percentuale sul valore di ogni carico di cui consente il passaggio nei propri territori. Un dazio doganale, che insiste soprattutto in Siria ed Iraq, il cui peso stimato dal IHS Country Risk (una società di analisi economiche e finanziarie leader mondiale) sarebbe del 7% dell’afflusso monetario totale dell’ISIS.

Il controllo così radicato, e la capillarità logistica con cui lo Stato Islamico sembra essersi organizzato, fanno dubitare che la conquista di una città come Sirte (ancorché, nel momento in cui si scrive, non totalmente liberata), uno dei simboli del potere del Califfato e per questo grande sconfitta militare, abbia in realtà concretamente minato le sue possibilità economiche e commerciali.

La criminalità organizzata italiana dal canto suo, interessata ad un accettabile margine di sicurezza nella consegna dei carichi e alla solvibilità del partner piuttosto che alla sua fibra morale, adotta uno schema tradizionale, non nuovo agli esperti di settore.

Gioca il suo ruolo fondamentale nel controllo degli oltre 8mila chilometri di coste del nostro Paese, il più grande varco di accesso della droga in tutta Europa.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento su Droga e Dipendenze in Italia del 2015, (l’ultima cronologicamente disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri n.d.r.), figlia del Testo unico sugli stupefacenti del 2009 e redatta dai Ministeri dell’Interno, Difesa e Giustizia, circa il 95% di tutte sostanze stupefacenti sequestrate provengono dal traffico marittimo, circa l’81% dei sequestri di droga vengono fatti in Sicilia, e sempre dal quest’isola proviene l’86% di tutto l’hashish sequestrato in Italia.

Si particolareggia così la fondamentale importanza strategica delle rotte marittime, per altro in un continuo gioco di guardie e ladri fra le forze militari nazionali, che si barcamenano fra la crisi dei migranti, il controllo delle coste e la lotta al contrabbando, e le famiglie siciliane, per le redini di un’Italia che, giocoforza, rappresenta il baricentro perfetto del traffico stupefacente internazionale.

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