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Tutto è cominciato quando un paio di settimane fa mia sorella riceve da una sua amica una proposta per lavorare qualche giorno come staff per la Maker Faire 2016, requisito principale: parlare molto bene l’inglese. Maker Faire Rome è l’edizione europea di Maker Faire, la più grande fiera sull’innovazione del mondo, è organizzata da Innova Camera, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Roma per l’Innovazione che si propone di mettere la città di Roma al centro del dibattito sull’innovazione. Un po’ per la voglia di provare qualcosa di nuovo, un po’ per il fascino che una manifestazione di questo tipo esercita, decidiamo di candidarci entrambe. E così, detto fatto, mi ritrovo venerdì 14 ottobre alle sette di mattina di fronte agli immensi padiglioni della Fiera di Roma per cominciare una tre giorni di fuoco.

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Le prime parole che mi sono venute in mente girando per la fiera non ancora aperta al pubblico sono state ambizione e scommessa; chi conosce già questa fiera della tecnologia e delle invenzioni sa infatti che l’edizione precedente si era tenuta nella città universitaria de La Sapienza di Roma e quella ancora prima presso l’auditorium Parco della Musica. Passare in soli due anni da spazi così ristretti e location così raccolte agli enormi spazi di Fiera di Roma è una scommessa non da poco che richiede un salto di qualità negli sforzi organizzativi decisamente impegnativo. Quest’anno inoltre gli espositori (i cosiddetti makers) provenivano da oltre 65 paesi: Sei padiglioni più uno per il magazzino, 550 stand, più di 700 invenzioni: questo è stata la Maker Faire 2016.

Il mio compito per i tre giorni della manifestazione consisteva nell’avere la responsabilità, insieme ad altre tre colleghe, di gestire l’infopoint del padiglione numero 9, dedicato alle invenzioni dei giovani makers, soprattutto provenienti da licei e istituti tecnici, e ai workshop e le attività per i bambini, e più in generale di coordinare tutto il padiglione comunicando con la centrale per qualsiasi necessità o problema. Lavoravamo dalle otto di mattina alle sette di sera con qualche pausa e posso senza dubbio affermare che questi tre giorni sono stati i più stancanti della mia vita fin qui. Sono stati però anche tra i più divertenti; come “Alice nel Paese delle Meraviglie” ho girato per giorni tra invenzioni geniali e persone stimolanti, assurde, colorate e spesso un po’ matte.

Il significato di questa manifestazione è tutto raccuiso in un momento che ho avuto la fortuna di vivere davanti ai miei occhi. Un inventore svedese che crea giochi per bambini con semplici cannucce faceva volare un particolare aquilone, proprio nel bel mezzo dell’entrata del padiglione 9, circondato da un nugolo di bambini che lo guardavano incantati mentre lui spiegava in inglese nozioni che evidentemente non potevano capire, in quell’attimo però non importava affatto, erano come ipnotizzati.

Non sono ovviamente mancati alcuni episodi di agitazione o di piccola disorganizzazione, come è normale in un evento di così giganti dimensioni, e ancora una volta credo di essere stata talmente fortunata da assistere al più incredibile di tutti. Nella mattinata della domenica al culmine dell’affluenza di visitatori e famiglie arriva correndo verso di noi una delle ragazze che si occupava dell’animazione dell’Area Kids: “ Vi prego, chiamate per radio la sicurezza. Ci vogliono aggredire e stanno cercando di smontare i pannelli dell’area riservata ai bambini!”. Gli autori dei tentati atti vandalici non erano criminali sfuggiti al controllo della sicurezza ma i genitori stanchi per le file; ancora oggi, ripensandoci dopo qualche giorno, non so decidere se sprofondare nello sconforto o scoppiare a ridere di gusto.

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