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L’Avana. Sono da poco trascorse le 23 ore locali.

Raul Castro, Presidente della Repubblica Cubana prende la parola in diretta TV statale e spiega i motivi della decisione di comparire al cospetto del popolo cubano.

Più che l’annuncio della morte di un fratello, quel fratello che dal 2008 gli ha, non senza difficoltà, affidato in via definitiva le redini politiche dell’intera isola a causa di una sfiancante malattia, una brutta operazione all’intestino nel 2006, dell’acclarata incapacità di tenere ferme le redini della politica internazionale. Sembra un bollettino ufficiale.

Raul, a tratti commosso, chiama il fratello Fidel “compagno”.

Perché per lui la politica viene prima, siempre.

E lo fa con gli occhi di chi sa dentro se stesso che, oltre a un fratello, ha amaramente perso un anche un dissidente politico, una figura ineguagliabile, una spina nel fianco che non mancava, salvo oculate e dovute censure, di esprimere sulla stampa locale il suo dissenso al riformismo liberista del fratello Raul, risvegliando nel popolo cubano la matrice più romantica, passionale e autonomista.

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Perché la verità è che il fratello Fidel scriveva lettere piene d’amore e fervore rivoluzionario, le uniche cose che forse lo tenevano ancora in vita all’età di 90 anni, le uniche cose che drammaticamente lo ricollegavano ai primi anni della rivoluzione cubana.

Fidel era giovane ed attraente, quando nel giugno del ’59, affiancato da compagni come Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos, guida il successo del movimento della rivoluzione cubana contro il regime dittatoriale di Fulgencio Batista e, dopo un’aspra guerriglia, proclama l’istituzione della Repubblica di Cuba.

Con un governo monopartitico di stampo socialista alle spalle e un incredibile consenso popolare, nel 1961 Castro sconfigge e cattura i nemici americani che falliscono l’invasione “democratica” a Baìa De Cocìnos.

Cuba diventa finalmente comunista.

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A partire degli anni Settanta il Leader Maximo attua una politica di espansione e sostegno dell’ideologia di regime comunista anche all’estero, di cui la vittoria somala contro l’Etiopia nel 1978 diventa simbolo e propaganda.

É la Cuba degli anni dell’embargo, della politica anti-americanista. Il socialismo ha ramificazioni penetranti in ogni settore pubblico, ma sembra drammaticamente non esistere il dissenso politico, misura di inesistente democrazia in quest’isola che pretende di bastare a se stessa in tutto e per tutto.

Dicembre, 2014. Dopo la pace con gli Stati Uniti, Barack Obama viene accolto in visita da Raul Castro, il nuovo Capo di Stato e di governo che, a partire da quel galeotto 2008, anno dell’abdicazione del fratello-compagno Fidel, ha avviato una politica di riformismo liberista, di ammorbidimento ed apertura verso gli orizzonti americani con buona pace dell’ideologia di partito e una popolazione sfiancata dalla povertà e dalla solitudine.

É il nuovo secolo, l’anziano fratello invecchia e si ammala, come le sue ideologie.

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Fidel Castro Ruz, a questo piegamento di capo del fratello al nemico americano, proprio non ci sta:

“L’isola non ha bisogno di regali dagli Stati Uniti!”, dichiarerà sulla stampa locale.

Ci tiene a dirlo dalla solitudine nella quale, almeno a quanto ci è dato sapere, la malattia e la vecchiaia lo hanno relegato dopo quasi 50 anni alla guida della Repubblica Cubana, di un popolo di cui ha fatto il bello e il cattivo tempo, compresa la deriva autoritaria di cui molte ONG e dissidenti politici cominceranno a tacciarlo.

Ma Raul non è mai stato come lui.

E con un fratello costantemente sotto i riflettori, preso il potere solo nel 2008, destituisce i fidelisti dagli organi centrali dello Stato ed affida gli incarichi chiave ai suoi compagni, tutti militari.

Perché il governo politico e liberista di Raul Castro, delle riforme per la progressiva destituzione dell’embargo cubano, per il disgelo economico e sociale, è innegabilmente di estrazione militare.

Raul sa bene che sta annunciando al suo popolo la morte di un leader, amato e criticato in tutto il mondo.

E poche ore dall’annuncio di quella morte, infatti, si risveglia da un lato la solidarietà di parte del mondo sudamericano, dal presidente venezuelano Nicolas Maduro, a quello messicano Enrique Nieto; mentre dall’altro impazzano i festeggiamenti dei dissidenti anti-castristi degli esuli di Miami.

Per loro, con la morte di Fidel, terminano indubbiamente anni di drammatica deriva autoritaria, repressione violenta del dissenso, di prigionia per Cuba che sconta ancora oggi le politiche del regime.

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In base all’annuncio ufficiale di questa mattina, i resti del Comandante Fidel, in accordo con le sue espresse volontà, saranno cremati.

I funerali si svolgeranno il 4 dicembre a Santiago de Cuba nella Chiesa di Santa Ifigenia, nel frattempo vengono proclamati 9 giorni di lutto nazionale.

La TV statale cubana diffonde le immagini del corpo, mentre una voce perentoria ricorda che il Comandante sarà immediatamente cremato. Immediatamente.

Amato e odiato come ogni leader carismatico di questo mondo, Cuba gli deve sicuramente un debito di nazionalismo, autodeterminazione, crescita sociale e storia.

La parola rivoluzione gli resterà inevitabilmente legata, l’etichetta autoritaria costantemente discussa.

Perché forse con Castro più che il socialismo muore uno stato d’animo e un’attitudine secolare che ben poche volte a questo mondo è stata infusa in uomini o donne.

Condannatemi pure, non importa. La Storia mi assolverà.

E come in ogni grande perdita, restano sulla scena dubbi ed incertezze.

Non sono state infatti precisate le cause effettive della morte dell’ex Presidente cubano, la cui ultima apparizione in TV risale a più di un anno fa e ben presto si alimentarono le voci sulla sua morte.

L’unica certezza sembra quindi restare quella della cremazione immediata.

Hasta la victoria… Siempre?

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