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Paragonare la crisi sanitaria in corso ad una guerra sembra un tentativo di relegare la morte ad una dimensione eccezionale, patologica. Un tentativo sempre vano.
E’ un po’ quello che accade nei romanzi gialli per esorcizzare l’angoscia: si muore solo di omicidio e per tutta la durata della storia la vittima è onnipresente, fonte della narrazione, più viva di tutti. Se in un libro di Simenon o di Raymond Chandler la contraddizione e’ inequivoca, nel caso dell’epidemia in corso si tratta di un parallelismo improprio e offensivo. Toglie realtà alla tragedia vera delle vite spezzate di molti, troppi.

I greci sapevano bene che non si muore solo in guerra: il sacrificio di Ifigenia viene richiesto prima della spedizione ed il suo delitto viene vendicato dopo la fine della guerra.

Noi lo abbiamo voluto dimenticare. D’altra parte in un mondo consumistico i morti risultano, diciamo così, impermeabili ai bisogni indotti.

Anche Tolstoj sapeva che tra guerra e pace non c’è molta differenza. Quando il giovane Conte Rostov torna al reggimento prova un sentimento identico a quando viene riaccolto in casa durante l’armistizio, tra il 1805 e il 1806.

E d’altra parte anche la pace pone dilemmi enormi e prove difficili. Al reggimento “non vi era tutto il ballare del mondo libero, in cui lui non riusciva a trovare il suo posto e faceva sempre scelte sbagliate”. No, quella che stiamo vivendo non è una guerra.

Ma anche la pace ci mette di fronte a scelte difficile, richiedendoci uno sforzo pari e forse maggiore, una più forte solidarietà, sacrifici più grandi.

La differenza è che ne vale davvero la pena.

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Caporedattore attualità A.A. 2018/19