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Se dovessimo descrivere quella squadra con tre parole, le più adatte sarebbero: italiani, invincibili, immortali. Italiani, perché dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, era quello che serviva, dare una speranza alla città e ai cittadini, che si vedevano rappresentati da undici valorosi giocatori, tutti accomunati dalla medesima nazionalità. Invincibili, perché al Filadelfia non si passa: nei primi anni di campionato bellico nessuno, e dico nessuno, è mai riuscito a vincere. Nessuno ha mai battuto il toro a casa sua e, oso dire, mai ci riuscirà. Immortali, perché dopo quel grigio 4 maggio del 1949, si sono consegnati alla storia come la squadra più forte di sempre, a detta di molti. Perché, forse, una squadra così non ci sarà mai più. O forse perché, da quel giorno in poi, chi indosserà la maglia del Torino, non indosserà mai una maglia banale, ma la maglia di chi, quel giorno, ha dato la sua vita per quella squadra.

 

Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto «in trasferta». Così scriveva Indro Montanelli, penna sacra del giornalismo italiano, che ha rinchiuso in questa frase tutto ciò che il Grande Torino è stato e sarà sempre. Una favola così incredibile da non poter finire su quella collina, ma destinata a durare in eterno. Sono solo in trasferta. Prima o poi torneranno.

 

Eppure, il segno lo hanno lasciato. Cinque scudetti fra il 1942 e il 1949, record di gol segnati, di vittorie rotonde, l’imbattibilità al Filadelfia, lo stadio del Torino,all’epoca (oggi quello della primavera, guarda caso). Una squadra capace di imprese epiche in campionato. Una squadra capace, allo stesso tempo, di gestire la propria forza contro squadre considerate meno forti: si coniò il termine “quarto d’ora Granata”. Era un momento della partita dedicato al pubblico del Filadelfia. Sugli spalti, la gente attendeva i primiquindici minuti e i giocatori, giocando a intensità media, volutamente al di sotto delle loro potenzialità, attendevano fino a quando partivano tre squilli di tromba dalla “tribuna di legno”: quello era il primo segnale. Da quell’istante partiva il quarto d’ora granata: Valentino Mazzola si rimboccava le maniche, dettando il cambiamento sul campo e la squadra, finalmente,aumentava il ritmo.

 

Era una squadra capace di ribaltare il risultato. In particolare, durante la stagione 1947-1948, il toro si trovò appaiato alla prime posizioni della classifica quando, si trovò ad affrontare la dura trasferta di Roma: dopo un parziale di 0-3 contro la Lazio, la squadra riuscì a ribaltare il risultato con una doppietta di Castigliano, una gol di Gabetto e uno del capitano Valentino Mazzola, in mezz’ora. 4-3.

 

Anche in nazionale la storia non cambiava: gli azzurri in quegli anni, erano a trazione Granata. Un esempio su tutti, fu l’amichevole del 1947, giocata a Torino contro l’Ungheria. Scesero in campo dieci giocatori del toro su undici, a riprova di quanto in quegli anni fossero dominanti anche con la nazionale. Vinceranno 3-2.

A Genova, a fine febbraio 1949, nella partita che vide l‘Italia vincere per 4-1 una amichevole contro il Portogallo, si incontrarono per la prima volta Mazzola (capitano della nazionale in quell’occasione) e Francisco Ferreira, capitano, a sua volta, del Benfica e del Portogallo. Parlando a fine partita, quest’ultimo invitò i giocatori del Torino a disputare un’amichevole in terra lusitana. Sarebbe stata, di sicuro, un’opportunità incredibile per loro poter ospitare la squadra più forte del momento.

Giocheranno davanti ai cinquantamila dello Stadio nazionale, il 3 maggio. La partita terminò 4-3 in favore del Benfica e le squadre si promisero una rivincita in Italia. Ma questo non fu possibile, perché il Torino, da quella trasferta, non tornerà mai più.

Una favola così incredibile da non poter finire su quella collina di Superga, ma destinata a durare in eterno. Sono solo in trasferta. Prima o poi torneranno.

 

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Martelli, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola (cap.), Ossola. Gli invincibili.

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