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Andrea: Le chiedo di fare un flashback di un po’ di anni, per tornare al periodo in cui lo scontro tra suo padre e suo fratello si inasprì particolarmente, fino a quando suo padre decise di cacciare di casa Peppino. In quanto sua madre dichiarò in un’intervista di qualche anno fa, che quando suo fratello “tornava a casa per le ricorrenze, nonostante il comportamento del padre, suo fratello non mostrava nessun tipo di risentimento e di odio. Suo padre,invece lo odiava: lui,infatti, era comunque un mafioso”. Ora ,rispetto a questa situazione familiare, vorrei chiederle quale fu il suo ruolo e come è cambiato con l’inasprirsi dello scontro.
Impastato: Allora, lo scontro tra mio padre e mio fratello si è inasprito dopo l’omicidio di nostro zio Cesare Manzella e in modo particolare nel 1965, quando lui fondò il giornale. La sua rottura, la considererei storica e culturale, in quanto avvenne prima che nella società, all’interno della sua famiglia, che era una famiglia mafiosa. Dunque, dicevamo che nel 1965 fondò il giornale “l’Idea”, che era un giornale locale, stampato addirittura neanche in tipografia, ma dattiloscritto. Fu un giornale dirompente, dai contenuti forti, che ci ricordava che la mafia ancora c’era e esisteva, contrariamente a quanto sostenevano in molti: “Non siamo più negli anni quaranta quando la mafia si inseriva nello scontro tra contadini e latifondisti, la mafia ormai non c’è più” dicevano. Lui iniziò infatti a attaccare i mafiosi che, spostati i loro interessi dalle campagne alle città, speculavano sul traffico della droga senza scrupoli e con articoli come quello intitolato “La mafia è una montagna di merda”, faceva nomi e cognomi di questi soggetti. A questo punto mio padre, da mafioso qual era, cominciò a non sopportare le accuse che Peppino faceva contro i suoi amici e decise di buttarlo fuori di casa: è da qui, quindi, che si acuì lo scontro. Io, nel frattempo, mi trovavo in una situazione difficile; tenendo in considerazione che ero di cinque anni più piccolo di mio fratello, subii molto male lo scontro che si era verificato all’interno della famiglia. Non avevo, infatti, la personalità, la forza e il coraggio per cercare di mediare tra mio padre e mio fratello, oltre al fatto che essendo piccolo, appunto, nessuno teneva in conto la mia opinione. In seguito,con il passare degli anni, una volta cresciuto e vedendo che lo scontro peggiorava sempre di più, ho cercato non tanto di mediare quanto piuttosto di dare dei consigli a Peppino. Poi, man mano che crescevo, cominciai a seguire sempre più da vicino l’attività di mio fratello e a rendermi conto che effettivamente agiva correttamente e che lo faceva per una giusta causa. Così anche io, inevitabilmente, entrai in rottura con mio padre, anche se non ai livelli di mio fratello. Anch’io io, infatti, iniziai a non sopportare il suo atteggiamento e il codice comportamentale mafioso che voleva imporci. Mia madre, in tutto questo, cercò di proteggere Peppino dalle ire di mio padre, anche perché avere un figlio di soli diciassette anni cacciato di casa era una cosa disonorevole per la famiglia. Nonostante l’impegno mio e di mia madre per ricomporre il conflitto, non siamo riusciti nell’impresa: nostro padre era comunque mafioso e come tale vincolato al rispetto del giuramento di fedeltà alla mafia, il quale gli imponeva un determinato codice comportamentale ed egli non accettava di venire meno al suo ruolo.
A: In particolare, il rispetto di tale codice era rammentato a suo padre anche dalle minacce, più o meno velate, fattegli da Badalamenti?
I: Certo, anche se in realtà, più che minacce erano consigli che Badalamenti gli dava: erano comunque molto amici, per cui Badalamenti si limitava a intimargli di far smettere il figlio con la sua attività, perché contravveniva al codice, al quale essi erano vincolati. Cioè, quindi, attraverso questi avvertimenti lui gli diceva di stare attento perché i capi avrebbero sopportato fino ad un certo punto quell’atteggiamento, poi avrebbero dovuto prendere dei provvedimenti. In questo modo si spiega, dunque, la decisione di cacciarlo di casa, intesa proprio come finalizzata alla protezione del proprio figlio: alla base del conflitto, infatti, non c’era mancanza di affetto, bensì la non condivisione delle idee e del comportamento dell’altro.
A: Da alcune interviste fatte ad alcuni degli amici più cari di suo fratello, è risultato che, poiché egli si schierò dalla parte di alcuni lavoratori edili, i quali protestavano in quanto erano sistematicamente sfruttati e fatti lavorare senza regolari contratti, gli imprenditori edili della zona cominciarono ad inviargli alcune lettere anonime. In tali missive gli intimavano di evitare di esporsi in prima persona al fianco degli operai, in quanto era pur sempre figlio di un mafioso e doveva evitare di mettere in difficoltà quegli imprenditori, che evidentemente con la mafia erano più che alleati. Dunque questa per loro era la modalità attraverso al quale si portavano avanti le attività produttive della zona e non era dato opporsi. Ecco, lei crede che se suo fratello fosse rimasto in vita e avesse potuto continuare a battersi, avrebbe potuto essere promosso e innestato un modello di sviluppo diverso,rispettoso della legalità e libero dalla criminalità organizzata e dalle sue regole?
I: Certamente, infatti lui aveva preso pienamente coscienza di questi fenomeni e di questi meccanismi e cercava di portare dei cambiamenti radicali, partendo dalla sua ideologia marxista, anche se non “integralista”: era di sinistra, ma senza pregiudiziali legate ad un rispetto ferreo dell’ideologia comunista. La sua visione era, quindi, a trecentosessanta gradi e ciò è testimoniato anche dal fatto che era interessato anche alle tematiche ambientali, nell’ottica di “insegnare alle persone cos’è un paesaggio prima che venga distrutto” come diceva lui e ciò è riportato anche nel film “I cento passi”. Per lui la lotta stessa per il cambiamento doveva essere a trecentosessanta gradi, per cui, si schierava anche al fianco dei braccianti agricoli che occupavano le strade per protestare contro le condizioni di lavoro alle quali erano vincolati. Così come si schierava al fianco dei contadini che protestavano contro la realizzazione della terza pista dell’aereoporto di Punta Raisi, perché erano tutte forme attraverso le quali, secondo lui, si incentivava l’emancipazione di quel territorio e di quelle persone: questo perché, comunque, sia lo sfruttamento sia la costruzione della pista erano approvate e appoggiate dalla mafia. Sempre la mafia appoggiava anche i piccoli imprenditori che gli mandavano le lettere minatorie. Considerando tutto ciò, si capiva perché Peppino dava fastidio alla criminalità organizzata, sopratutto dal momento che cercava di sviluppare una coscienza critica tra i lavoratori, rispetto ai diritti che spettavano loro nei confronti dei datori di lavoro. Questo era, naturalmente dirompente per gli equilibri che la mafia voleva mantenere. Sulla base di ciò, il suo obiettivo era di costruire un movimento politico che avrebbe messo in crisi la speculazione mafiosa, politicizzando del tutto la lotta alla mafia vedendola sempre come lotta a trecentosessanta gradi, come lotta verso ogni ingiustizia. C’è da dire, poi, che si trovò anche in un periodo favorevole per questo tipo di lotte: era il sessantotto e il periodo delle proteste giovanili. La sua forza, dunque, era proprio questa: quella di avere una forte coscienza politica e ideologica, comunque di sinistra, nella quale trovava il coraggio necessario a portare avanti le sue battaglie. Lui, in particolare, era convinto che la lotta alla mafia potesse essere condotta solo attraverso battaglie ecologiche condotte insieme a lotte sociali. Parliamo ovviamente di lotte sociali vere, non come quelle odierne, che vengono condotte nei salotti della televisione o nelle aule parlamentari. Tutto questo sarebbe stato la base di un sano modello di sviluppo economico alternativo a quello creato e supportato dalla mafia. Questa attività si rivolgeva organizzando le classi sociali più deboli per manifestare il loro malcontento; oggi invece, ad esempio, nessuno più si occupa dei disoccupati, degli immigrati e delle altre fasce deboli come loro.
A: Da quello che mi sembra di capire quindi, alla base di questo progetto di sviluppo alternativo c’era l’informazione, rivolta a tali classi sociali, intesa come mezzo attraverso il quale li si rendeva consapevoli dei diritti che li spettavano sul lavoro e non solo. Lei crede che questo sia stato praticato negli anni successivi alla morte di suo fratello e che, soprattutto, ciò sia ancora vero o che non sia più possibile da praticare?
I: Io credo che questo poi sia venuto a mancare, anche perché si parla tanto di mafia, di antimafia e di legalità, ma non si hanno le idee chiare su cosa sia questa legalità. Né la si può sempre liquidare come mero rispetto delle regole e delle leggi (cosa che viene fatta spesso ad esempio nelle scuole). Bisognerebbe concentrare l’attenzione su come sono le leggi e su come sono quelli che le scrivono. Questo è collegato al fatto che oggi c’è una grande distanza tra la classe politica e le istanze promosse dalla popolazione,nonostante i politici lo neghino. Né si può dire che ci sia il materiale umano capace di costruire questo legame. La gente che va a votare, quindi, ci va più che altro perché è costretta ma, se consideriamo l’alto tasso di astensionismo, ci accorgiamo di quanto sia palpabile tale scollamento. Tutto questo si spiega considerando il fatto che oggi la politica non conta più nulla, ed è invece l’economia ad aver preso il sopravvento sulla politica e sulla ragione. A monte sta comunque il fatto che ormai la Costituzione Italiana è diventata carta straccia, dal momento che non si è più in grado di farla rispettare. Stessa cosa vale per la Dichiarazione Universale dei diritti Umani: nessuno Stato al mondo l’ha realmente applicata. A questo si aggiunga che viviamo in un contesto globale in cui il venti per cento delle persone si devono appropriare dell’ ottanta per cento delle risorse esistenti, mentre al restante venti per cento rimane da spartirsi quel misero venti per cento di risorse. Queste sono tutte dimostrazioni, appunto, che l’economia domina sulla politica e sulla ragione. Se si operasse secondo ragione la situazione sarebbe ben diversa, invece. Ho avuto modo di leggere, difatti, sulla rivista “Focus” che le risorse alimentari presenti sul pianeta, secondo uno studio molto accurato, sarebbero in grado di mandare a letto con la pancia piena ben diciotto miliardi di persone. Ora, noi siamo sette di miliardi di persone e assistiamo quotidianamente alla morte di tantissime persone, tra cui molti bambini, per problemi di malnutrizione e di sete, senza contare che per molti è impossibile ricevere qualsiasi assistenza medica: forse qualcosa non funziona. Magari questi fenomeni ci sono sempre stati, però oggi si manifestano in modo più accentuato proprio per il motivo al quale facevo riferimento prima: la predominanza dell’economia sulla politica e sulla ragione.
A: Dunque, secondo lei, perché le cose possano cambiare e i cambiamenti economici vadano nella direzione di una redistribuzione della ricchezza, non sarebbe sufficiente far tornare a svolgere un ruolo centrale all’informazione, per rendere consapevoli e coscienti tutti coloro che probabilmente oggi non lo sono, dei diritti di cui sono titolari? Attribuiti, si intende, dalla Costituzione, relativamente al nostro Paese e in ogni caso dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in tutto il mondo?
I: Più che l’informazione preferirei che avesse un ruolo centrale la controinformazione, poiché non sempre l’informazione, per come la intendiamo noi, è del tutto libera. Del resto la controinformazione è una forma alternativa di comunicazione che consente di essere resi edotti della realtà e si rivela necessaria dal momento in cui la comunicazione purtroppo lascia molto a desiderare. Ora, dunque, se noi oggi non riusciamo a ricostituire un movimento di opinione e di massa con delle idee chiare alla base, noi non sconfiggeremo mai la mafia. Ad esempio, Peppino Impastato non aveva al suo seguito un movimento di massa: lui era un’avanguardia. Ai giorni nostri anche ci sono delle persone che, da avanguardie, combattono la mafia, sebbene l’antimafia, per come siamo abituati a conoscerla, è molto discutibile per certi aspetti. Per quanto poi riguarda il ruolo delle istituzioni, non dobbiamo, però, buttare benzina sul fuoco o alimentare qualunquismi, perché così non si va da nessuna parte. Infatti, in alcuni casi quando abbiamo vissuto momenti particolari, le istituzioni si sono mostrate vicine: un esempio è dato dall’istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia. Grazie al lavoro svolto da questa si è arrivati, nel duemila, alla redazione di una relazione in cui si mise in evidenza il ruolo dei depistatori nel caso dell’omicidio di Peppino, specificandone nomi e cognomi. Tale relazione è stata approvata dal Parlamento e poi fu consegnata a noi, come scuse da parte dello Stato, che per anni ci aveva consegnato l’immagine di Peppino come terrorista. Facendo invece un passo indietro e tornando ai momenti immediatamente successivi alla morte di Peppino, ci rendemmo conto che i nostri nemici non erano soltanto i mafiosi, ma anche quella parte delle istituzioni che, alleati con la criminalità organizzata, sostennero in mala fede la tesi dell attentato terroristico come risoluzione del caso della morte di Peppino. Lui, in effetti, non fu ucciso in un classico agguato di mafia, ma lo scenario della sua morte era quello di un attentato terroristico, appositamente ideato dai mafiosi per farlo apparire in quel modo. Infatti, dopo averlo sequestrato mentre usciva dalla radio, lo portarono dentro un casolare, lo stordirono e posero il suo corpo lungo i binari della tratta ferroviaria Palermo-Trapani, che si trovava accanto al casolare. Fu facile, dunque, farlo passare per un terrorista essendo,poi, quello il periodo del cosiddetto “terrorismo rosso”: Peppino con le Brigate Rosse, ovviamente non aveva nulla a che fare, infatti non era un violento. I primi investigatori arrivati sul posto, quindi, misero in atto un vero e proprio depistaggio, cercando anche di ostacolarci e di nasconderci la verità. Ironia della sorte, questi personaggi invece di essere puniti e rimossi dai propri incarichi hanno fatto tutti una splendida carriera. A partire dall’allora maggiore dei carabinieri Subrandi, che fu promosso a generale, i giudici che seguirono le indagini ce li ritrovammo in Cassazione e, infine, il procuratore che classificò il delitto di Peppino come attentato terroristico, andò serenamente in pensione dopo una brillante carriera. Questi dunque rimasero tutti in vita. Quanti,invece, tra le fila delle istituzioni provarono a svelare la verità sul caso Impastato, ad eccezione di Caponnetto, morirono tutti: non ne rimase vivo neanche uno. A partire dal procuratore Costa, il giudice Signorino, per arrivare, poi, al giudice Rocco Chinnici per concludere con il giudice Falcone. A conclusione del ragionamento vorrei citare, dunque, proprio Giovanni Falcone, il quale nel parlare della mafia diceva che: “Così come tutti i fenomeni umani, anche la mafia, non potendosi classificare diversamente, ha avuto un inizio ma avrà anche una fine”. E continuando affermava che “i mafiosi non sono marziani venuti da chissà dove”, per cui se non li si è sconfitti è perché ” la mafia ha potuto uccidere i migliori servitori dello Stato, che lo Stato stesso non ha potuto e non ha voluto proteggere”. Non dobbiamo, perciò, parlando delle istituzioni, generalizzare, perché al loro interno dei punti di riferimento ci sono stati e ci sono ancora.

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Caporedattore Cosmoluiss per l'A.A. 2017/2018