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Annika Larsson, Blind, 2011
Annika Larsson, Blind, 2011

Nel pomeriggio di martedì 4 novembre, presso il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, le atlete della squadra di calcio a cinque femminile d’Ateneo hanno assistito a “FAiR PLAY – Arte Sport e Video oltre limiti e confini”. La mostra, che prende spunto per il nome dal motto assunto proprio dalla FIFA, esplora il lungo e ormai consolidato rapporto fra televisione e disciplina sportiva, grazie alle opere di diciotto artisti di diverse età e nazionalità che hanno raccontato l’agonismo tramite il video.

Finita la visita, le ragazze ci hanno raccontato le loro impressioni e rilasciato i loro commenti, riflettendo principalmente sulla rappresentazione che i media danno dello sport ogni giorno. L’esperienza di squadra che vivono nel loro quotidiano le ha rese sicuramente le giudici più consapevoli che potessimo desiderare.

Qual è l’aspetto della mostra che vi ha colpite maggiormente?

Daniela: Sono abituata a forme di arte tradizionali e quindi non mi era mai capitato di vedere una mostra formata da soli video. In questo caso, secondo me il punto di forza è che, trattandosi di opere dinamiche e di autori di cui non sappiamo molto, tanto viene lasciato all’interpretazione , alla sensibilità e al vissuto di ognuno.

Tramite il video, gli artisti hanno raccontato il mondo dello sport e le sue mille sfaccettature, in particolare trattando le discriminazioni legate al genere e il difficile rapporto fra esercizio fisico e disabilità. A che punto ci troviamo in Italia sotto questi punti di vista?

Anna: Il video ambientato nella palestra turca [Indoor exercises from the series unknown sports, di Nilbar Güreş mostra una palestra arredata come un interno domestico, dove le donne si allenano mentre compiono azioni legate alla quotidianità femminile, come truccarsi, depilarsi e cucinare, ndr] ha mostrato una verità figlia dei preconcetti diffusi nella società, ma che spesso non è poi la realtà delle cose. In Italia lo sport femminile, faticoso e pieno di sacrifici come lo è quello maschile, resta poco rappresentato rispetto, ad esempio, agli USA, paese nel quale il calcio femminile è molto praticato.

Ginevra: Indipendentemente dai video, credo che da tutte le opere traspare chiaro e forte il sacrificio di ogni atleta nel momento in cui vive intensamente la sua passione. L’impegno e la determinazione sono anche maggiori quando vivi lo sport non solo come singolo, ma in quanto squadra.

Daniela: Lo sport ha il vantaggio di non dover sottostare ai canoni convenzionali della bellezza estetica, perché questo aspetto di un gesto tecnico durante un match è secondario rispetto ad altre numerose componenti che devono prevalere. Soprattutto i video raffiguranti attività sportive compiute da disabili [Horizontal Standing di Hilla Ben Ari e Blind di Annika Larsson, ndr] dimostrano che non è necessaria la simmetria o la precisione o l’estetica, ma l’importanza di ricercare un risultato.

Fra le opere c’è un’installazione di Douglas Gordon e Philippe Parreno dedicata a Zidane: le telecamere, per l’intera durata della partita, hanno ripreso soltanto lui. Si tratta di una scelta artistica che ha voluto riattualizzare il discorso sulla società dello spettacolo e sulla trasformazione dell’uomo in icona sportiva e mediatica. Cosa pensate del divismo nello sport?

Daniela: Lo sport non è solo agonismo e bellezza come crede chi guarda da fuori: le celebrità, soprattutto nel mondo del calcio, in particolare in quello di alto livello, sono spesso in realtà bersaglio di critiche e pressioni. Detto ciò, diventare divi solo per le proprie prestazioni atletiche è troppo semplice e forse superficiale: per elevare un’atleta a celebrità bisogna anche valutarlo in quanto persona e capire cosa si nasconda dietro tanta fama e successo sportivo.

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Direttrice per l'A.A. 2017/2018