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Grandi muri di mattoni, alternati di tanto in tanto da qualche parte più chiara di marmo; resti di portici, alte colonne bianche che si stagliano nell’ombra,sormontate da capitelli lavorati così finemente da far sembrare che vogliano ancora sforzarsi di testimoniare un’antica grandezza,ormai offuscata dall’edera e dai segni del tempo. Alla base, poi parti di colonne sparse insieme a massi e resti di statue su lastre di pavimento, segnate dagli anni: tutto avvolto in un’ombra che pare quasi voler nascondere e rendere ancora meno accessibili i segreti custoditi da quelle rovine.
Così ci appaiono i fori imperiali, ogni volta che percorriamo la grande strada che li attraversa e si ha quasi la sensazione di essere avvolti da quell’atmosfera di antico, essendone, però, appena sfiorati, come da una folata di vento, che dopo averci investito cambia direzione e ci lascia alla calma di prima.
Proprio questa sensazione ho avuto qualche sera fa quando sono tornato sulla strada dei fori, questa volta, però, non per percorrerla rapidamente, come al solito, ma per una visita notturna di quelle rovine, organizzata con i ragazzi dell’associazione LEP. E così, arrivati davanti alle rovine, di nuovo quello scenario, quella sensazione, sebbene stavolta non volevamo soltanto dare uno sguardo distratto, ma volevamo capire quello che quei ruderi potevano ancora raccontare.
Ci sono state allora date delle cuffie per sentire la spiegazione fatta da un grande studioso del mondo antico: Piero Angela. Dopo non molto, dunque, le sue parole cominciarono a trasformare quello scuro muro di mattoni del Foro di Augusto, nell’imponente struttura ricoperta di una pietra chiara chiamata “opus quadratum” che divideva il complesso dal quartiere popolare retrostante: la Suburra. A poco a poco, poi, tornavano al loro antico splendore anche gli affreschi che ne avevano ornato le pareti, raffiguranti le vittorie militari conseguite da Augusto. Riprendeva forma, poi, il colonnato che circondava il Foro e che lo rendeva una larga piazza, luogo di incontro dei cittadini, di mercato, ma soprattutto di amministrazione della giustizia. E così, dopo un po’ ecco gli ambienti davanti a noi ripopolarsi di avvocati, retori, pretori, testimoni; sembrava quasi di vederli, preoccupati dei discorsi da dover orchestrare per garantire il buon esito dei processi, passeggiare nervosamente avanti e dietro. Ma, soprattutto, a rivivere era il maestoso tempio di marmo e alabastro, al centro, non solo fisico ma anche ideale del Foro. Dedicato a Marte Ultore e a Venere, infatti, esso era luogo di venerazione, non solo delle divinità ma, in un certo senso, anche del “princeps”. La sua presunta origine divina, esaltata dal tempio, era utilizzata come strumento per convincere il popolo che il principato non poteva che essere la naturale prosecuzione dell’ordinamento repubblicano: la storia di Roma, dunque, veniva idealmente collegata con quella della gens Iulia, discendente di Venere e il cui ultimo componente era proprio Ottaviano Augusto.
Appena dietro i ruderi, invece, il foro di un altro componente della gens Iulia, il vero fautore della cesura tra il periodo repubblicano e il principato, nella Roma antica: Caio Giulio Cesare. Anche qui si presentavano ai nostri occhi resti di mura aggredite da piante e dai segni del tempo, colonne, parti di porticati, che il racconto di Piero Angela ricostruiva davanti ai nostri occhi, riportandoci indietro di duemila anni. E allora ecco che riprendeva forma il colonnato che chiudeva il Foro, e i porticati abbelliti da affreschi e statue degli uomini che avevano reso grande Roma: consoli, generali, pensatori e retori, i quali dovevano sempre servire da esempio per la moltitudine di cittadini che quotidianamente si trovavano lì. Ricomparivano dunque mercanti, esperti di numismatica, esattori delle tasse e anche senatori che percorrevano il foro per andare nella Curia: la sede del senato. Ancora in piedi, perché successivamente adibito a chiesa, l’edificio della curia appare spoglio e spartano, essendo ormai svanita la bellezza degli affreschi che lo ornavano. Nonostante ciò avevamo l’impressione di poter ancora sentire la soggezione che un comune romano avvertiva quando si recava nei pressi di quell’assemblea, in cui, i rappresentanti delle famiglie più potenti dell’Urbe, decretavano lo stato di pace o di guerra e tra scontri feroci e emozionanti orazioni scrivevano il destino di Roma.
Infine, percorrendo una scalinata in pietra sospesa nel vuoto, nel mezzo del foro, la nostra immaginazione arrivava al tempio che un tempo aveva ospitato la statua della Dea Venere. Questa serviva per ricordare a tutti quali fossero le origini del generale che aveva portato i confini dello stato ad un’estensione mai vista prima e che aveva assunto un potere tale da essere fatto egli stesso oggetto di venerazione non solo tra i suoi concittadini.
Alla sua morte le ceneri del corpo furono sparse nel foro per rendere immortale la sua presenza nell’Urbe. Si dice ancora oggi che c’è chi lascia dei fiori dove un tempo sorgeva la statua del generale vittorioso a cavallo convinto che in fondo Cesare dal suo foro continui a vegliare su Roma.

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editor

Caporedattore Cosmoluiss per l'A.A. 2017/2018