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È dovuto andare fino in Svizzera, per mordere un tasto e morire.

Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, 40 anni compiuti lo scorso 9 febbraio, appassionato di musica elettronica e di motocross, amava viaggiare, aveva molti amici, una fidanzata, l’India nel cuore e ultimamente un pensiero fisso: morire.

La sua morte nella clinica Dignitas in Canton Ticino è avvenuta, per sua libera scelta, alle 11.40 di ieri.

“Fabo ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo…” dichiara Marco Cappato, membro dei Radicali ed esponente dell’associazione Luca Coscioni, annunciandone il decesso.

Ma c’è di più. Cappato ha anche espresso la decisione di costituirsi, al suo rientro in Italia: “Andrò ad autodenunciarmi, dando conto dei miei atti ed assumendomene tutte le responsabilità”.

Nel nostro Paese, Cappato rischia in effetti 12 anni di carcere per aiuto al suicidio, ma vuole farlo, aggiunge, per affermare in processo i diritti costituzionali che presiedono all’impellente necessità di una legislazione sull’eutanasia.

Fine vita, mai. È la condanna che grava su ognuno di noi, sin dalla nostra nascita.

Perché se è vero che la vita di Fabiano era davvero ormai solo una pena, è altrettanto vero che lo Stato Italiano non ha fatto nulla per alleviargliela. Non importa se lui voleva morire.

La vita, qui da noi, non è mica una roba di cui possiamo disporre come vogliamo: non importa se siamo cechi e tetraplegici, da anni ridotti ad impotenti involucri doloranti su un lettino d’ospedale.

Finché respiriamo, siamo vivi. E la vita ce la dobbiamo tenere così, soffrendo giorno dopo giorno.

Fabo, però, non è il primo ad aver rivendicato, nelle sue condizioni, “il sacrosanto diritto di morire”.

Il viaggio nel Paese elvetico, il ricovero in cliniche specializzate, le specifiche procedure di eutanasia assistita, possibili lì in via perfettamente legale, rappresentano per molti la sola, costosa, soluzione all’esercizio di quel diritto sacrosanto.

Costa. Non è per tutti. Da diritto negato, quello alla morte si colora così di un’aberrante sfumatura elitaria: diritto di porre fine alla tua vita, solo se te lo puoi permettere.

Paga e puoi morire.

Ma se questa è la situazione in Italia, è bene precisare che l’eutanasia non è pratica generalmente intesa allo stesso modo nel mondo, ed è diversamente disciplinata nei Paesi dov’è pratica legale.

Eutanasia. In greco significa morte dolce, buona, giusta.

La panoramica mondiale sulla sua concreta disciplina è ben schematizzata nella mappa qui sotto.

[Come si vede, accanto a Paesi che prevedono una vera e propria somministrazione di farmaci idonei a provocare la morte nel paziente consenziente (eutanasia attiva), ve ne sono altri che attribuiscono al malato il diritto alla rinuncia alle terapie essenziali per la sua sopravvivenza (eutanasia passiva) ed altri che disciplinano il cd. suicidio assistito come terapia farmacologica specifica, che prevede il ricovero presso strutture dedicate. È quest’ultimo il percorso di morte legale disciplinato in Svizzera, scelto dalla maggior parte degli italiani ed anche da dj Fabo, complice la vicinanza geografica del Paese elvetico, ma che tuttavia continua ad aggirarsi su una fascia di costo piuttosto elevata.]

Il caso italiano

L’assenza di una disciplina legislativa nel nostro Paese è indubbiamente intrisa di questioni morali, bioetiche e religiose, ma si caratterizza attualmente per la sola presenza di una precisa scelta di politica criminale: l’indisponibilità del bene della vita.

Il codice penale italiano infatti disciplina espressamente come fattispecie alternative di reato sia l’omicidio del consenziente, sia l’istigazione o aiuto al suicidio.

In particolare è quest’ultimo il reato di cui con ogni probabilità sarà chiamato a rispondere Marco Cappato.

Il legislatore italiano, quindi, prevede e punisce il fatto di chi determini altri al suicidio, ovvero ne agevoli, in qualsiasi modo, l’esecuzione. Unica condizione è la realizzazione dell’evento di morte del suicida o comunque di sue lesioni, gravi o gravissime.

Dunque, commette questo tipo di reato chiunque si limiti semplicemente a facilitare l’esecuzione del suicidio altrui, mentre quest’ultimo atto dovrà essere posto in essere “di mano propria” dal suicida: il morso di Fabo a quel tasto.

Su questo doppio binario di politica criminale, si innestano una serie di proposte di legge attualmente assegnate alle commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera, il cui esame è iniziato appena un anno fa, nel marzo 2016. Tra queste, una proposta di legge d’iniziativa popolare presentata nel settembre 2013, e la cd. Proposta di legge Di Salvo, recante norme in materia di eutanasia, presentata appena un anno dopo, oltre a due analoghe proposte di legge gemelle entrambe datate 2015.

Insomma, in sede Parlamentare si è ancora agli inizi di percorsi legislativi che, a prescindere dalla loro durata o lunghezza, soffriranno inevitabilmente dei dissapori politici e degli accesi dibattiti che simili proposte di legge sono di consueto destinate a scatenare presso l’opinione pubblica del nostro Paese.

 In generale, è possibile affermare che il dibattito sul Biotestamento, carico di tematiche calde, vive da anni una fase endogena di stallo procedimentale, destinata a risvegliarsi in occasione di casi drammatici che colpiscono e risvegliano l’attenzione dell’opinione pubblica.

Questa volta il caso dj Fabo ma, uno per tutti, il caso Englaro, che dal 2010 diede vita ad un’aspra vicenda giudiziaria, accompagnata da un accesso dibattito presso le istituzioni nostrane.

[Eluana Englaro muore in Italia di morte naturale per disidratazione a seguito della interruzione della nutrizione artificiale, dopo ben 17 anni di stato vegetativo. La richiesta della famiglia di interrompere l’alimentazione forzata, considerata solo un accanimento terapeutico sul corpo di Eluana, scatenò un acceso dibattito e venne infine accolta dalla magistratura italiana.]

L’appello da Strasburgo

A poche ore dall’annuncio della morte di Fabiano nella clinica Dignitas, Antonio Panzeri, Presidente della Commissione per i diritti umani del Parlamento Europeo, si è schierato apertamente a favore di una legge sull’eutanasia in Italia: “L’Italia deve finalmente dotarsi di una legge per la cosiddetta morte dolce” ha dichiarato Panzeri ed ha aggiunto che la storia di Fabiano, la sua denuncia in una lettera di commiato, il suo viaggio fino in Svizzera a proprie spese per togliersi la vita, sono una “sconfitta per l’Italia”.

In effetti, a ben guardare, la nascita di una profonda consapevolezza sociale nel nostro Paese sulla necessità inderogabile di una legislazione sull’eutanasia, viene spesso sfiduciata anche da chi se ne propugna strenuo difensore, confidando piuttosto in una presa di posizione forte da parte dell’Unione Europea che obblighi il nostro Paese ad una prospettiva di mero adeguamento.

Ma ad ostacolare questa possibilità vi è la competenza esclusiva nazionale in materia. Lo stesso Panzeri ricorda infatti: “L’Unione Europea può fare bene poco, ogni Stato può regolare liberamente la materia, la competenza nazionale a riguardo è esclusiva”.

Ma ad ostacolare questa possibilità vi è la competenza esclusiva nazionale in materia. Lo stesso Panzeri ricorda infatti: “L’Unione Europea può fare bene poco, ogni Stato può regolare liberamente la materia, la competenza nazionale a riguardo è esclusiva”.

[Antonio Panzeri è eurodeputato di ala progressista Socialisti e Democratici del Parlamento Europeo di Strasburgo, presso il quale ha ricoperto prestigiosi incarichi in diverse commissioni. Oggi, in qualità di Presidente della euro-commissione parlamentare per i diritti umani, ha espresso alla stampa la necessità che l’Italia scelga finalmente di legiferare in materia di eutanasia, ribadendo però al contempo che l’Unione Europea potrà fare ben poco al riguardo, poiché sussiste una competenza legislativa nazionale di carattere esclusivo.]

 

 

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