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Ormai parlare di digitalizzazione equivale a parlare dell’ultima innovazione tecnologica, dei nuovi software informatici, dell’eliminazione della carta o dell’abbandono di strumenti tradizionali in favore di nuovi tool che permettano di automatizzare le attività in vista di un miglioramento della performance di brand o settori. Tutte le aziende vogliono diventare digitali, digitalizzare diventa un imperativo – e ormai sarebbe ingenuo non considerarlo tale – che spinge alla corsa per aggiudicarsi il premio di digital company dell’anno. Parole come cloud computing, digital security, virtual reality, data driven e Big Data riempiono i discorsi di dirigenti, amministratori delegati, ministri e risuonano più forti quando si entra in realtà privilegiate di specialisti di settore.

Quanto sappiamo davvero di questi tanto declamati concetti? Quanto siamo consapevoli di cosa e quanto possono offrire? Secondo una ricerca dell’azienda statunitense Talend, nel 2019 solo il 31% dei data specialists aveva fiducia nei propri dati, contro un 46% degli intervistati a livello dirigenziale che era fiducioso delle capacità della propria organizzazione di fornire dati affidabili in tempi rapidi. Insomma, chi ha a che fare con l’operatività è consapevole che i livelli di velocità, integrità e sviluppo sono spesso lontani dalla percezione comune di chi guarda questi processi a distanza.

Così, l’attrattività del digitale crea dipendenza dagli strumenti tecnologici e fa cadere nell’errore di guardare all’innovazione in maniera superficiale, arrivando ad affrontare una sfida complessa con improvvisazione e imprecisione.

Nuove tecnologie richiedono nuove competenze, capacità sempre più tecniche e specifiche entrate a far parte delle skills più comuni nelle offerte di lavoro ed è tanto frequente confermarle quanto non esserne realmente padroni.

Eppure, il digitale è il futuro: quale affermazione più condivisa! Ma quanto stiamo investendo in questo futuro? O meglio, nella nostra capacità di gestirlo?

L’emergenza sanitaria da Covid19 ha reinventato molte abitudini degli italiani, rendendo pane quotidiano alcune soluzioni tecnologiche che consideravamo solo un’alternativa tra le altre.

Lo shopping è diventato ecommerce, la scuola è diventata DAD, il lavoro è diventato smart working, il concerto è diventato diretta YouTube, le pratiche amministrative degli gli uffici pubblici sono diventati processi in app. Se prima il tema del digitale non era all’ordine del giorno, nell’ultimo anno è entrato a forza a far parte delle riflessioni di molti, dallo studente al commerciante, dal cantante al dipendente pubblico, che si sono trovati in un tornado che non avevano ancora i mezzi per affrontare.

È proprio vero, quindi, che “Il Covid ha accelerato la digital transformation”, come recitano molti titoli di giornali?

Forse sarebbe più appropriato dire che la pandemia ha obbligato a investire in ciò in cui prima non era stata posta sufficiente attenzione e ha portato a galla il digital divide relativo alla disponibilità di tecnologie e alle competenze necessarie per usufruirne.

Se l’innovazione sta procedendo a un ritmo più spedito rispetto ai tempi passati, la maturità tecnologica delle persone non è così vicina come sembra: occorre fare della digitalizzazione una commodity, un bene alla portata di tutti che includa anche categorie attualmente in condizioni di marginalità digitale.

Solo con un processo di alfabetizzazione informatica arriverà anche una maggiore percezione dei pericoli della rete, ma soprattutto una maggiore consapevolezza nel suo utilizzo, nelle quantità e nelle modalità adeguate.

Senza questa cultura digitale, due continueranno ad essere le reazioni di fronte a ciò che non si conosce: spavento o disinteresse. Basti pensare alle inquietudini legate all’intelligenza artificiale e al timore delle persone che “un giorno i robot ci ruberanno il lavoro”. Oppure all’apatia di manager che bloccano la digitalizzazione in quanto “dovrei stravolgere tutti i settori” e non introducono software di raccolta e analisi dei dati perché “poi dovrei avere tempo di analizzarli”.

Spesso ci sono gli strumenti, ma bisogna insegnare a usarli. Non basta dare a un bambino una penna, bisogna insegnargli a scrivere. Non bastava unire l’Italia, bisognava fare gli italiani. E non basta fornire il digitale, bisogna formare i digitali.

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