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Il bello dello sport, è che ti concede sempre una seconda occasione.

Il bello dello sport, è che ti insegna a rialzarti dopo che sei caduto: si chiama determinazione, resilienza e spirito agonistico. È una lotta continua, quasi ossessiva, verso la perfezione, contro gli altri e contro se stessi. Un continuo migliorarsi attraverso la passione, il sacrificio, la dedizione, lo spirito di competitività che, portato all’estremo, conduce alla vittoria.

Il bello dello sport, è gioire ed esultare per la vittoria: il culmine di tutta una serie di sacrifici, di allenamenti e di sudore declinati e finalizzati a quel momento.

Il bello dello sport, è soffrire e piangere per una sconfitta: abbassare inconsapevolmente la testa, perché ciò che si è fatto non era abbastanza. Rialzarsi e riprovare. Sbagliare di nuovo. E riprovare di nuovo. Chiamatela sfortuna. Chiamatela testardaggine.

Il bello dello sport, è anche questo.

Lo sa bene Federica Pellegrini, 33 anni il prossimo agosto, cuore veneto e sportiva nel sangue. Il 24 luglio 2019, ha trionfato per l’ennesima volta nella sua specialità: i 200 mt stile libero. Medaglia d’oro e record personale. La rassegna iridata di Gwangju, infatti, le ha portato la quarta medaglia d’oro mondiale, due anni dopo la vittoria di Budapest.

Il 2 aprile si sono disputati i campionati assoluti italiani, validi per la qualificazione alle olimpiadi di Tokyo 2021. Federica, dominando nella sua gara con 1’56”69, ha prenotato un posto per la sua quinta competizione olimpica. Le lacrime di gioia e commozione non si sono risparmiate dopo la gara.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: dov’è la novità? Dov’è la notizia? È l’ennesima gara di una grande nuotatrice, simbolo dello sport italiano degli ultimi anni, ma cosa c’è di strano? Per capirlo, dobbiamo fare qualche passo indietro nella storia della nuotatrice miranese. Più precisamente, nel 2004.

Atene, giochi olimpici 2004. Una giovanissima Pellegrini, a soli 16 anni, partecipa alla prima edizione olimpica della sua carriera. Dopo il flop nei 100 mt, vince l’argento sui 200, diventando la più giovane nuotatrice italiana a salire sul podio olimpico.

Pechino, giochi olimpici 2008. Dopo aver vinto nella stessa specialità un argento a Montreal e un bronzo a Melbourne, Federica si presenta (ventenne) come favorita per l’oro: trionfa con 1’54″82, record mondiale.

Il quadriennio successivo è il picco della sua carriera: vince e stravince i 200 e i 400 stile libero ai mondiali di Roma (2009), oro nei 200 e bronzo negli 800 agli europei di Budapest (2010) e un’altra doppietta 200-400, sotto la guida del nuovo tecnico Lucas, nei mondiali di Shanghai (2011).

Londra, giochi olimpici 2012. L’edizione olimpica del 2012, non venne solo ricordata come “l’olimpiade flop del nuoto italiano”, ma anche come la prima vera caduta della Pellegrini: due deludenti quinti posti nel 200 e nei 400, dove negli anni precedenti aveva dimostrato le sue qualità. Problemi con l’allenatore, problemi di testa, sfortuna. Cosa andò storto non fu molto chiaro. È fuori dubbio però che questa sconfitta segnerà la carriera della giovane nuotatrice veneta.

Barcellona, mondiali 2013. Federica si rialza con un confortante argento nella edizione iridata: segnali di ripresa. Deludente tentativo nei 200 dorso.

Berlino, europei 2014. Dalla Germania arriva la conferma che lo scivolone di due anni prima, era solo una casualità: oro nei 200 sl, ora nella staffetta 4X200 sl e bronzo nella 4X100 sl. Nota negativa: altra rottura con il coach Lucas.

Rio, giochi olimpici 2016. Quarta olimpiade personale a 28 anni. Quello che forse si può definire il punto più basso della sua carriera. Un’altra delusione olimpica nei suoi tanto amati 200 sl. Arriva sotto al podio per 26 centesimi. Ancora una volta, torna a Roma senza medaglia dall’olimpiade, come quattro anni prima a Roma. Dopo aver digerito l’amarissima sconfitta, Federica ebbe un momento di riflessione nel quale pensò seriamente di ritirarsi:

“Non posso pensare di aver smesso di nuotare piangendo. È tempo di cambiare vita, o forse no, certo che un male così forte poche volte l’ho provato”.

Il perché la sconfitta faccia così male a uno sportivo, non è mai stato chiaro a nessuno. Quello che è certo, è che il 2016 a tratti sembrò il tramonto della breve e stupenda carriera della fuoriclasse di Mirano. Dopo un ripensamento, dichiarò di voler proseguire fino al 2020, per chiudere con almeno un oro, all’olimpiade giapponese.

Budapest, europei 2017. Fede ritorna alla grandissima e trionfa nella specialità della casa con un oro nei 200 sl, guardando con fiducia a mondiali e olimpiadi successive.

Ed eccoci tornati al recente oro mondiale del 2019. Dopo un lunga pandemia, Fede agli assoluti italiani di qualche giorno fa conferma i suoi tempi e, soprattutto, fa capire che lei è ancora lì, ai vertici del nuoto mondiale.

Ritorno alla mia domanda: dov’è la notizia? La risposta mi sembra chiara: una campionessa, con la C maiuscola, ha trionfato a mondiali ed europei a 30 anni e si proietta nel migliore dei modi alla prossima (la sua ultima) olimpiade. Dopo essere caduta in modo palese, inaspettato e, se vogliamo, malaugurato, due volte, a Londra e Rio, Fede è ancora lì, sul tetto del mondo, competendo con nuotatrici molto più giovani di lei, ma non resilienti quanto lei.

Una cosa però va detta. Un punto in comune fra Londra, Rio, Gwangju e gli ultimi recenti campionati assoluti c’è: le lacrime. Dal sapore diverso, questo è chiaro, amare quattro anni fa, dolci adesso. Ed è nel pianto che si riversano tutte le emozioni, nel pianto si crea la forza di reagire, di rialzarsi dopo essere caduti, di esternare tutta la gioia che si è provata dopo una vittoria inaspettata.

Dopo la medaglia vinta, ha detto qualcosa che mi ha colpito:

“Io sono nata competitiva. Non è che io non voglia proprio vincere, è che io non voglio perdere, perché non mi piace per niente. Immagino che alla fine, sia la stessa cosa”.

La vittoria come negazione, rifiuto della sconfitta. Non è forse questa la vera essenza del nuoto e dello sport in generale? Vincere per non perdere. Perché perdere è l’emozione peggiore che uno sportivo possa provare.

All’inizio.

Ma quando capisci che è dalle sconfitte che si costruiscono le vittorie, allora forse perdere, è la sensazione migliore che si possa provare. Recita un proverbio giapponese: “Cadi sette volte, rialzati otto”.

Il bello dello sport, è che ti concede sempre una seconda occasione.

Il bello dello sport, è proprio questo.

Grazie Fede.

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Caporedattore Sport AA 18/19 e 19/20 Caporedattore L'inchiesta 21/22 Responsabile editoriale AA 20/21 Direttore 21/22